La storia di Mario Gardini

La storia di Mario Gardini

Sin da bambino ho sempre vissuto di musica.
Non sapevo ancora né leggere né scrivere eppure, nel mio mangiadischi, mettevo sempre il 45 giri che volevo ascoltare dal lato giusto.
Qualsiasi desiderio esprimessi o qualunque cosa mi comprassi con i miei primi risparmi, era sempre di natura musicale.
33 giri, 45 giri, audiocassette… non importa che fossero Lucio Battisti, lo Zecchino d’Oro o le Fiabe Sonore… io passavo la giornata ad ascoltare canzoni.
Mia madre aveva la passione per Mina, Charles Aznavour, Burt Bacharach, Dionne Warwick, per cui io sono cresciuto ascoltando un genere di musica raffinato.
Quando c’era una canzone che mi piaceva tanto, sostituivo il testo originale con uno nuovo scritto da me. Penso di avere scritto la mia prima canzone verso i nove anni, sulla musica de “La folle corsa” della Formula 3.
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Da bambino adoravo Nada, tanto che a 9 anni, a una festa di bambini, feci il mio primo karaoke (senza base musicale) interpretando la sua “Che male fa la gelosia”.
Ma il primo vero amore musicale giunse a dieci anni, quando rimasi folgorato da Mia Martini. Il suo album “Il giorno dopo” l’ho ricomprato più volte, tanto lo consumavo periodicamente ascoltandolo in continuazione. Ancora oggi, quando vedo la copertina di quel disco, sento un tuffo nel cuore.
Poi, grazie ad una sorella maggiore, giunse l’amore per Battisti e i cantautori italiani, oltre che per Elton John e Carly Simon.
In tutto questo ascoltavo, logicamente, anche lo Zecchino d’Oro.
A quattro anni cantavo in continuazione “Serafino, l’uomo sul filo” e, più avanti, “E ciunfete nel pozzo”. Quando lo davano in TV, non ne perdevo una puntata.
Crescendo ho continuato ad alternare pezzi di Ivano Fossati e Enrico Ruggeri con “Cicciottella” di Loretta Goggi o “My name is Potato” di Rita Pavone.
Se la canzone mi piaceva, non aveva importanza se fosse per grandi o piccoli.
Poi arrivò il momento di scrivere. L’hobby divenne qualcosa di più.
Però ero timido, avevo il terrore del rifiuto, mettevo troppo me stesso nelle mie canzoni.
Per cui, quando un discografico diceva “no”, era un “no” a me in quanto Mario, non in quanto autore. L’ansia mi impediva di buttarmi nella mischia. Per anni scrissi canzoni senza farle mai sentire a nessuno, se non agli amici più cari.
Non facevo testi per canzoni, facevo sedute di psicanalisi per me stesso. E questo di certo non favoriva la possibilità di piazzare qualche mio brano in giro. Poi, quando qualcuno me lo faceva notare, io mi incavolavo e scrivevo testi ancora più ermetici e personali.
Insomma, poco da stupirsi che le mie cose non uscissero mai dal cassetto.
Chi arrivò a cambiare le regole del gioco fu proprio l’Antoniano di Bologna.
Quando, all’inizio, mi proposero di scrivere per lo Zecchino pensai di non esserne in grado.
E poi, francamente, era una prospettiva che mi attirava poco.
Invece, per compiacere Grazia Di Michele con la quale ai tempi collaboravo, scrissi il mio primo baby-hit: “Il mio fratellino a distanza (Assulaiè)”.
Lo Zecchino mi diede la possibilità di staccarmi da me stesso e raccontare i miei disagi esistenziali non più con la drammaticità che mettevo nelle mie canzoni adulte, ma con lo stupore di un bambino che non capisce bene dove si trova o dove si sta dirigendo.
Il problema è che, a 55 anni suonati, io mi sento ancora un “Absolute beginner”, tanto per citare David Bowie. E questo mia “infantilismo patologico” mi porta ad essere perfettamente in sintonia con il mondo dell’infanzia.
Per cui posso dire di essere diventato un vero autore di canzoni grazie all’Antoniano.
Mi piace partecipare allo Zecchino d’Oro.
Tu mandi una canzone alla selezione. Se piace viene presa, se non piace no.
Fine delle trasmissioni.
Nella musica “da adulti” è tutto molto più complicato. Devi piacere al produttore, alla casa discografica, al cantante, al manager del cantante, bisogna accordarsi sulle quote di edizioni… insomma, un lavoraccio in cui il valore artistico del brano diventa l’ultimo delle cose importanti da considerare.
All’Antoniano no, loro scelgono il brano.  Da loro deve essere considerato giusto per i bambini. Questo è il criterio perché una canzone entri a far parte delle dodici finaliste. I gusti individuali e gli interessi personali non giocano nessun ruolo.
Dal 2003 a oggi ho partecipato a 12 edizioni dello Zecchino d’Oro con 16 canzoni (vincendo un Oro e un Argento) e a 3 Ambrogini d’Oro con 5 brani (vincendo 3 volte il Premio della Critica, che amo molto perché fa tanto Mia Martini).
Dello Zecchino la mia canzone preferita è (e credo che lo sarà per sempre) “L’amico mio fantasma”. Non importa se fu eliminata, i figli sfortunati o incompresi si amano sempre un po’ di più degli altri.
Dell’Ambrogino ho un bel ricordo di “Cioè”, brano che, ripreso l’anno scorso dal Piccolo Coro TAB, ha totalizzato finora quasi 4 milioni di visualizzazioni su Youtube.
Non so come sia stato possibile un successo di queste proporzioni, al di là del fatto che è una canzone divertente in cui i bambini si riconoscono. Probabilmente è stata inserita in qualche playlist dalla grande diffusione. Non comprendo bene le vie del web, ma mi piace definire questo successo una specie di piccolo “Miracolo a Milano”.
Ho un rimpianto: non avere mai scritto un brano per Ornella Vanoni.
E un sogno: scriverne uno per Barbra Streisand.
Non so per quanto tempo ancora farò l’autore. Forse per sempre. Forse finché avrò qualcosa da dire. Forse finché qualcuno avrà il buon cuore di pubblicare i miei lavori.
Io so solo che, fino a quando continuerò a volare dietro alle mie parole, seguirò l’unica direzione che conosco: seconda stella a destra, e poi dritto fino al mattino.
DIETRO LO ZECCHINO
Racconto musicale
scritto, diretto e interpretato da Mario Gardini

 

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