La storia di Flavio Careddu

La storia di Flavio Careddu

IL MIO ZECCHINO “SCANZONATO”

La mia passione per lo Zecchino d’Oro – e, in particolare, per i testi delle canzoni dello Zecchino – risale a quando avevo all’incirca vent’anni. Sì, avevo raggiunto già un’età relativamente matura, diciamo. In realtà, poi, mia mamma oggi mi assicura che io, fin da bambino, le chiedevo sempre di guardare in tv lo Zecchino e ascoltavo anche i dischi di molte canzoni. Comunque sia, è da quando avevo circa vent’anni (oggi ne ho ormai cinquanta) che ho cominciato a interessarmi in modo consapevole dei testi delle canzoni per l’infanzia: ricordo che, alla vigilia di ogni edizione dello Zecchino d’Oro, acquistavo un noto settimanale che tratta di sorrisi, di canzoni e di tv (ma non necessariamente in quest’ordine) e andavo subito a leggere i testi dei brani in gara. Pur sapendo che la parte testuale non basta per fare una canzone, io valutavo ogni composizione in base alle parole e, con la mia “paletta” immaginaria, le davo un voto, scegliendo la mia preferita (… “Un idiota totale!”, avrebbe potuto esclamare qualcuno. Ma no, dai: era una passione! E le passioni, volendo vedere, sono tutte un po’ matte…). Spesso ovviamente capitava che, poi, l’ascolto effettivo dei pezzi mi facesse cambiare idea e quindi il mio brano preferito finiva per essere un altro. Oppure ben più di uno. Ma questo è inevitabile, si sa: musica e testo, in ogni canzone, sono talmente connessi e interdipendenti, che non è sempre facile (e, in verità, nemmeno giusto) valutarli separatamente.

L’amore per le parole, in ogni caso, in me c’è sempre stato: mi sono sempre piaciuti gli scioglilingua, le filastrocche, i giochi linguistici. Prima ancora del significato, era ed è il suono delle parole ciò che sempre mi affascina. Un vero maestro, in questo senso, è stato per me Toti Scialoja, pittore e poeta di poliedrico talento artistico: la prima lettura dei suoi versi la ricordo come una autentica rivelazione. Amavo leggerli (e amo rileggerli tuttora) per il semplice gusto dei suoni che se ne ricavano. Il senso a volte c’è, altre volte magari non lo colgo, ma non è quello l’importante. L’aspetto davvero seducente, almeno per me, è proprio la possibilità di abbandonarsi a questa nuova “veste” dei vocaboli: le parole non servono soltanto a trasportare significati, ma possono anche valere in quanto tali, così, semplicemente per il loro suono. Possono incastrarsi, litigare tra loro, corteggiarsi, andare in giro a braccetto, alludere, richiamarsi a vicenda… Le parole mi attraggono come semplici strumenti di suono, insomma, anche al di là dei loro significati. Talvolta mi soffermo ad ascoltarle così, come si ascolta una musica.

Ecco, è precisamente da qui che è nato il mio interesse per la scrittura: ho cominciato a “scrivere cose”. Non necessariamente cose belle: semplicemente cose. Ma cose che metricamente e musicalmente mi piacessero: frasi, “filasciocche”, poesie, poesiole, versi, possibili testi e parodie di canzoni, ma sempre trasportato dalla suggestione delle parole e della loro musicalità.

Musica delle parole, parole della musica.

L’antico amore per lo Zecchino d’Oro, alla fine, mi portò a maturare un desiderio che, col passare del tempo, diventava una mia vera e propria ossessione: dovevo riuscire a scrivere un testo di canzone, una canzone sufficientemente bella da meritare l’approdo allo Zecchino d’Oro!

E così, inizialmente, ho cominciato col coinvolgere “a forza” il mio amico Enzo, musicista, sottoponendogli alcuni testi e provando con lui, un paio di volte, a partecipare al Bando annuale dell’Antoniano. Ma senza successo. Del resto, portare una canzone allo Zecchino d’Oro non è impresa facile, si sa: ogni anno gli aspiranti Autori sono tantissimi e, in gran parte, davvero bravissimi, sia nei testi sia musicalmente.

Ad ogni modo, nonostante gli insuccessi, io non mi sono granché perso d’animo: come ho detto, partecipare allo Zecchino era diventata per me una specie di fissazione e, in qualche modo, sentivo che, prima o poi, ce l’avrei fatta. Ricordo ancora la faccia allibita di mia sorella, quando un giorno le dissi, serio: “Il mio sogno nella vita è arrivare almeno in finale allo Zecchino d’Oro. E ci arriverò. Non sarà questa volta, non sarà la prossima, ma prima o poi… ce-la-fa-rò!”.

Ostaggio di questa mia ferma convinzione, un giorno di marzo del 2015 chiesi l’amicizia su Facebook a Carmine Spera, un autore noto nell’ambiente dello Zecchino e del quale avevo già apprezzato la vena divertente e l’ironia dei testi. Mandai alcune mie bozze a Carmine, che mi telefonò quasi subito e mi disse: “Oh, Flavio, mi piace come scrivi… Sei bravo!”.

“Grazie, grazie… Troppo gentile…”

Dopodiché, Carmine mi bocciò TUTTE le bozze, una dopo l’altra: “Questa cosa è già stata detta…”, “No, basta con gli animali che ballano!…”, “Quest’altra somiglia a quella canzone di qualche anno fa, come si intitolava…”, “Questa qui, no, così non va bene”…

Al che, io esclamai: “Oh, Carmine, e meno male che ti piace come scrivo!… Questi testi me li hai stroncati TUTTI!”.

Lui si mise a ridere, ma ribadì che gli piaceva il modo in cui erano scritti, evidenziandomi tuttavia che, per arrivare allo Zecchino, ci voleva un “di più”: qualcosa di più originale, di meno scontato, qualcosa di diverso dal solito, insomma. Come esempio, mi lanciò l’idea di una canzone il cui piccolo interprete desiderasse tantissimo cantare, pur essendo drammaticamente stonato.

Quest’idea mi piacque parecchio e così, dopo qualche giorno, gli trasmisi via e-mail una prima bozza di testo intitolata Una canzone scanzonata (poi avremmo tolto l’articolo iniziale): su quel progetto lavorammo inizialmente per vari mesi io e Carmine, sempre via e-mail e per telefono, cambiando qui, limando là, spostando un verso, aggiungendone un altro. Carmine Spera, poi, non del tutto soddisfatto della melodia che aveva in mente, chiese la collaborazione di due amici, Valerio Baggio e Herbert Bussini, che trovarono una musica convincente. Successivamente lavorammo ancora sul testo, tutti e quattro insieme, per perfezionarlo, fino alla versione definitiva.

Ricordo ancora che, quando sentii per la prima volta la “demo” della canzone, ormai ultimata e pronta per essere trasmessa all’Antoniano, cantata da una bravissima bimba di quattro anni, durante l’ascolto mi emozionai e mi scese pure una sincera lacrimuccia…

La canzone era bellissima, scanzonatamente incantevole: priva di messaggi troppo “diretti”, non “pedagogica”, né retorica, ma al contempo meno sciocca di quanto potesse apparire a un primo ascolto superficiale. Proprio quel genere di canzone per l’infanzia che io preferisco: una bella canzone non dovrebbe mai puntare a “insegnare” le cose ai bambini, ma farli anzitutto divertire, lasciando che essi stessi colgano eventualmente, tra le note, ogni auspicabile contributo educativo.

Inviammo così il brano allo Zecchino nei termini previsti dal Bando e, nelle lunghissime settimane successive – trascorse nella snervante attesa che l’Antoniano annunciasse i dodici brani selezionati – io ascoltavo la “demo” in continuazione, direi quasi quotidianamente. E mi ripetevo: “Dai, questa canzone NON possono NON prenderla!”. Ma poi, più realisticamente, riflettevo: “Va be’, è sufficiente che ne arrivino dodici più belle…”. Dopodiché, riascoltandola ancora, insistevo: “Eh, no, dai!… No! NON possono NON sceglierla!!!…”. E subito dopo, in un ulteriore moto di umiltà: “Beh, però potrebbero pure essercene di migliori…”. Ma nuovamente, all’ennesimo ascolto, tornavo a ripetermi: “E dai, su! Questa canzone DEVONO prenderla!”. E via così, in un tortuoso percorso mentale fatto di ferree certezze e repentini ripensamenti.

Poi, quel fatidico giorno di febbraio, finalmente, arrivò la notizia tanto agognata: Canzone Scanzonata… ce l’aveva fatta! Era stata selezionata per la… sessantesima edizione dello ZECCHINO D’ORO!!!

Fu Carmine stesso a comunicarmelo, dopo aver ricevuto la telefonata dell’Antoniano.

“Ma davvero?… Veramente??… Oh, Carmine, non stai scherzando, eh??!…”.

“Ti pare che scherzi? Mica è Carnevale!…” (… per la cronaca: eravamo proprio nel periodo di Carnevale…).

Insomma, penso di averglielo fatto ripetere circa una dozzina di volte. Forse tredici.

Non potevo davvero crederci, mi sembrava un sogno.

Ma, in effetti, era un sogno: era il mio sogno che, magicamente, si era realizzato!

Il resto è storia recente: il grande lavoro dello Staff dell’Antoniano, ancora una volta, è giunto al fatidico appuntamento annuale e un’altra edizione dello Zecchino d’Oro – la prestigiosa sessantesima! – sta ormai per cominciare.

Quest’anno, però, tra le canzoni in gara allo Zecchino ce n’è una, per me, molto speciale: una canzone realizzata insieme a tre straordinari amici e che sarà cantata da uno splendido bambino palermitano di nome Gabriele, una canzone che sarà pure “scanzonata” quanto si vuole, ma che, stavolta, incredibilmente… recherà (anche) LA MIA FIRMA!

1 comment

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  1. marcello artista

    3 Settembre 2018 at 9:35

    Ottimi spunti di riflessione su cui riflettere

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