La storia di Pierluigi Bau

La storia di Pierluigi Bau

 Buongiorno,  ecco il mio umile contributo.  Spero possa essere interessante e che fornisca qualche nuova idea su un mondo unico, dolcemente unico,  qual è l”Antoniano.
Ecco i miei ricordi in forma sintetica (tutto il resto è raccontato nel mio futuro libro dal titolo “ZECCHINO, ZECCHINO: SOGNI INFINITI”.
Era l’anno 1982, all’Antoniano in quel mese di novembre si stava svolgendo il 25° Zecchino d’Oro. Un quarto di secolo, un evento importante; ospite la cara Barbara Ferigo, indimenticabile protagonista e vincitrice con” Quarantaquattro gatti”, davanti a Cristina D’avena.
Avevo poco più di vent’anni all”epoca, e tanta nostalgia nel cuore. Mi ero incollato davanti al televisore, incuriosito e ipnotizzato da Mariele. Vedevo le sue mani che si libravano nell’aria, fantasticamente magiche, soltanto magiche; ero estasiato e commosso: Mariele,  ma chi è questa donna?
A Natale di quell’anno scrissi una lettera, la prima di una lunga serie, all’Antoniano. Ero super felice,  mi sentivo diverso,  e sapere che esisteva l”Antoniano mi rincuorava.
Ebbi risposta,  prima da padre Fabbri e, subito dopo,  da Mariele.  Proprio Mariele mi rispondeva in questo modo.
“Carissimo Pierluigi,  grazie della tua bella lettera.  Hai capito il vero spirito Dello zecchino e dell’Antoniano: ti invito alla prossima edizione.  Considerati fin d’ora amico mio e dell’Antoniano. (…)”
La prima volta che ho visto l”Antoniano mi sono sentito come se entrassi in un mondo a oarte; i viali alberati che danno risalto al complesso erano meravigliosamente in contrasto con un mio sogno. Bologna,  Mariele,  Piccolo coro. Tutto in un momento!
La serenità che traspare tra i bimbi, con tutta la freschezza che solo loro possono darti, ti rendono romantico,  e … si ritornerebbe bambini.
L’Antoniano vale una vita. Solo chi prova le sensazioni e vede di persona questo Piccolo Coro sa apprezzare le cose belle della vita. E pensare che nel 1983, in quel novembre di Zecchino, Bologna era immersa in una nebbia che sembrava nascondere le storie della gente.
Mi viene in mente una canzone della Romania, cantata da una bimbetta del coro (in sostituzione della bambina romena che improvvisamente non ha potuto cantare). Si chiamava Elisa Gamberini (lo dico il cognome tanto siamo tra amici); vispa, con tanta voglia di essere protagonista nella sua semplicità. Mariele insegnava l’umiltà e la insegnava anche ai grandi.
Finisce lo Zecchino,  mi faccio avanti. Piano,  con discrezione,  e con un filo di voce dico – buonasera Mariele.  Sono Pierluigi,  da Vicenza, la ringrazio dell’invito – lei mi fa un sorriso e con lo sguardo indagatore che ti guardava nel cuore  mi rispose – non mi ero sbagliata su di te! Da come ti immaginavo sei una persona che ha tante qualità  ( bontà  sua) e ritieniti sempre invitato a  tutte le manifestazionei del mio Coro. Ci tengo –
Nasceva cosi’ il lungo idillio con Bologna e con l’Antoniano tutto, compresa la figura di padre Berardo che da li’ a breve mi avrebbe aperto le porte di un paradiso che non lascerò mai più.
PIERLUIGI BAU’

PASSO D’ADDIO.
Giugno 1995, Teatro Comunale di Bologna:  saggio del Piccolo Coro.
Era una serata fredda, piovosa,  sembrava che le stagioni si avessero scambiato il posto. Trovo a fatica un parcheggio, perché il parcheggiare e’ sempre difficile in ogni città del mondo!
Serata di gala, tanta gente  e molte personalità pubbliche. Mi trattano bene, quasi venissi da un mondo lontano; avrei voglia di salutare subito Mariele, ma mancano pochi minuti e rinuncio. Mi siedo e penso, penso a come sarebbe triste la mia vita senza Mariele e il Coro. Sembrano pensieri strani, magari dettati dalle circostanze,  ma sentivo dentro a me un qualcosa che mi rendeva malinconico. Il concerto inizia. Mariele e’ sempre lei, una fata,  un angelo. Il Piccolo coro si muove alla perfezione , e le mani e lo sguardo si fondono con i bimbi. È un tutt’uno. Si respira dolcezza, si lascia alle spalle problemi e quant’altro;  siamo tutti a bocca aperta,  sorridenti. Una lacrima furtiva mi scende lentamente mentre i bimbi intonano una canzone dei Nomadi: “sempre  azzurra non può essere l’età…”, ma mi rassereno sulle  note di  “che bella la terra è una palla”. Fuori piove ancora. Finisce anche questo saggio. Vedo padre Berardo e lo saluto gli chiedo cortesemente di consegnare un presente a Mariele. Lui mi guarda e sussurra – che c’è Pierluigi?  Non vuoi salutare Mariele? –
Rispondo che ho un brutto presentimento, non riesco a capire. Ma  ci vedremo a novembre, come sempre,  Mariele mi telefonerà come ha sempre fatto. Padre Berardo, che era il piu vicino alla grande maestra,  scuote la testa e mi mette una mano sulla spalla. Tutt’intorno le grida di gioia dei bimbi rimbalzano come fossero caramelle musicali che ti coccolano il cuore.
Esco. Piove sempre più forte. Guardo il Teatro illuminato e piango; pioggia e lacrime si confondono e non penso a bagnarmi. Lo sento nel cuore, che si sta compiendo un passo d’addio, lo avverto e vorrei fermare il tempo, ritornare dentro e gridare a Mariele che è già santa. I passi di una donna che ha fatto un capolavoro. Chi piu’ di te Mariele merita il posto d’onore nel Paradiso.
Mi incammino lungo le strade di una Bologna che ancora non sa che il sole si fermerà, che un destino, che un sogno cambierà.
Passo d’addio  per me e per te.

Questo è un articolo per il Giornale di Vicenza del maggio 1992. Il Piccolo Coro aveva tenuto un concerto  in una ridente località alle porte di Vicenza sui colli berici e hanno inviato me in quanto amico di Mariele e dell’Antoniano.
IL PICCOLO CORO DELL’ANTONIANO A PEDERIVA.
di Pierluigi Bau’.
Il concerto offerto dal Piccolo Coro Dell’Antoniano di Bologna,  al teatro tenda di Pederiva, e’ stato magnifico. Non occorre ricercare parole ed aggettivi particolari:  la sua presenza in questa splendida località dei nostri colli berici dice tutto e ancor di più lo esprime il folto pubblico che si è riversato per applaudire lo spettacolo canoro.
Quella domenica pomeriggio, mentre il sole si rincorreva e giocava a nascondino tra le nuvole, ho avuto l’impressione di un’immagine particolarmente cara, ricca di colori e  stupendamente alta, ricercata nel suo insieme; L’ Antoniano di Bologna era presente in terra vicentina, con il bagaglio di tenerezza, di giovinezza,  con la forza dell’amore che traspariva dai sorrisi dei suoi componenti.
Ed io, che il Piccolo Foro lo conosco da tempo, ho avuto lo stesso una piccola emozione, nascosta tra il volto sorridente e tirato nello stesso tempo e ho sognato, con passione, l’antica storia Dell’Antoniano di Bologna:  pochi attimi per un momento di nostalgia.
Ricercare i volti e sentirsi trasportati dalle canzoni che hanno una morale,  una storia per noi adulti, e  lasciare che gli eventi si allontanassero da soli,  per la loro strada e commuoversi. Si’ , commuoversi. Il Piccolo Coro lancia messaggi;  ti invita ad una soluzione di pace, fratellanza e serenità interiore , e ti ama. Ti ama al punto di non lasciarti sfuggire. Perché  ad ogni canzone  c’è una storia, un piccolo granello di vita che passa e che,  immancabilmente, ti ritrovi ad età avanzata.
Il Piccolo Coro Dell’Antoniano  ti rende sempre partecipe delle proprie esibizioni. Anche quando Sara, componente del coro, ci fa svolazzare su e giù  nel cielo blu con delle rondinelle  “per portare raggi di sole a chi è triste in fondo al cuore …”; le note si stagliano nel cielo di Pederiva, raggiungono le cime delle colline, rinfrescano con passione i nostri volti sereni, donandoci attimi su attimi di  irripetibili battiti di cuore che conciliano lo stress quotidiano (…) ma mi rendo conto che quando canta un  bambino il mio cuore si allarga (…)
Sarà forse la magia Dell’Antoniano  o magari, con più umiltà,  la voglia di rimanere ancor un po’ bambino.
Chi lo sa?
Pierluigi Bau’

BOLOGNA: UNA CITTA’ E UN CORO.
Bologna. La rossa, la grassa e la dotta. Rossa perché dall’alto, almeno un tempo, il rosso dei tetti delle case conferiva questo aspetto particolare; grassa, e non ci sarebbe da aggiungere nulla, per le prelibatezze culinarie che ti avvolgono e ti trasportano nel peccare di gola; e dotta per la sua antica storia universitaria.
Ma Bologna e’ sinonimo anche di Antoniano, che ci riporta con il pensiero allo Zecchino d’oro. E se c’è lo Zecchino si corre subito ad abbinare il nome ad un coro di bimbi: Il Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano.
La gente è abituata, perlomeno dalle mie parti, a definirlo impropriamente il Coro dello Zecchino, non sapendo che questo coro ha una enorme serie di attività concertistiche che ruotano attorno a vari poli. Nasce nel lontano 1963, per volontà di Mariele, e da allora ha avuto una grande evoluzione che lo ha portato a livelli internazionali di fama.
Con Mariele ho avuto modo di conoscerlo bene, anche nei momenti di “stanca”, ed era sempre un piacere andare a Bologna per vedere qualche prova di questi bimbi. Alcuni amici, gelosi penso, dicevano che la mia era una scusa per gustarmi tranquillamente sul posto la cucina bolognese; non era vero, anche se non intendevo morire di fame, il mio cuore palpitava per questo coro. Bologna e’ sempre una città favolosa, con gli abitanti sempre gioviali, con un tessuto urbano di alta classe. Bologna e il suo coro. Ho provato una volta a chiedere – scusi io devo andare ad un concerto …- non ho finito la frase e mi sento rispondere prontamente – per il coro di Mariele deve seguire …-.
Il Piccolo coro e’ una vita, una parte della storia di ognuno di noi. Non si può non amarlo, quando lo conosci non ti stacchi piu ‘. Bologna e l’Antoniano si compensano. Mi è capitato spesso di passeggiare lungo i viali, poi scendendo verso S.Stefano ed addentrarmi nel cuore della città, sempre con una canzone in testa. E davanti al Nettuno sentirsi dentro “goccia dopo goccia …”, mentre San Petronio, cosi ‘imponente mi canticchiava ” non lo faccio piu'”.
Si passa di strada in strada. Si guarda e si pensa e …profumo di lasagne, di sicuro le “tagliatelle di nonna Pina”. Tutto e tutti sono coinvolti nel mondo del Piccolo Coro, che volete non si può farne a meno.
E quando alla sera si lascia la città, un magone ti prende e ti stringe.
Anche in questo frangente una canzone, tra le prime dello Zecchino, ti ritorna in mente ed io la modifico per la mia seconda città: “Carissima Bologna, amica dei giorni più lieti, di tutti i miei segreti che confidavo a te (…) il mio coro io vorrei veder …?”
Ciao Bologna.

GIUGNO 1998, SAGGIO DEL “PICCOLO CORO”.
Estate. Caldo afoso, parto da Vicenza sul primo pomeriggio, anche perché a me piace arrivare a destinazione con calma e, sempre con calma,  gustarmi la città di Bologna che ritengo una mia seconda città. Non trovo traffico e raggiungo con largo anticipo via Guinizelli. Mi fermo un attimo per rispondere al telefono (avete presente i telefoni di quel tempo?, pesanti ed ingombranti e con il classico display verde erba) e non mi accorgo di essere in divieto di sosta; arriva un vigile e, garbatamente, mi fa notare il divieto. Rispondo senza pensarci – perdoni ma sono di Vicenza -, e con un mezzo sorriso  ribatte – dalle vostre parti non li usate? –
Chiarisco l’equivoco e vado a parcheggiare nel parcheggiabile.
Sono già le sette. Devo trovare un fioraio aperto. Non c’è ne sono; mi servo sempre dal chiosco vicino All’Antoniano e questo è chiuso. Entro in un bar e chiedo del fiorista, se qualcuno ha un numero. Spiego che senza fiori non posso presentarmi, sarebbe la prima volta; fortunatamente lo contatto,  dico chi sono,  e corre ad aprire (non poteva fare diversamente,  visto che in tanti anni ho contributo al suo arricchimento!l).
Mega composizione , da mago dei fiori,  e me li consegna alla portineria dell’Antoniano. Sono già le otto e il saggio inizia alle nove. Avrei voglia di fare quattro passi verso il centro, ma non mi conviene, troppo dispersivo. Entro allora in chiesa, e mi soffermo all’altare della Madonna della Libertà.  Sto fermo e penso, penso a Mariele, a tre anni prima. Un po’ di tristezza mi pervade. E il caldo di questa estate senza di lei, non mi tocca. Esco e vedo padre Giangabriele Clerici. Mi rinfranco un po’; chiacchieriamo di tutto e chiedo di padre Berardo. Intanto mi ricordo di Pia Pasquali,  che quel giorno non c’era. A lei associo un pensiero tutto cioccolatini e fiori, ma questa è un’altra storia.
Finalmente il concerto. Padre Berardo inizia con il suo caratteristico  “buonassera”, con una doppia esse che vibra. Ringrazia dei fiori, che giudica  “immensamente paradisiachi”, e mi sento gratificato, senza peccare però di superbia.
Il  “Piccolo coro” ha una divisa color  “nontiscordardime”, che mi riempie gli occhi di luminosa ebbrezza bambina.
Non sto a raccontare tutta la serata, ma vorrei che chi non ha ancora avuto il piacere di sentire questi bimbi lo possa fare un giorno.
E sicuramente la vostra vita cambierà,  e riuscirete a parlare con l’unico mezzo che permette di essere felici: il cuore.
Pierluigi Bau’

PICCOLO CORO” Mariele Ventre” DELL’ANTONIANO.
DEDICATO.
Dedico con passione questo mio intetvento a voi tutti, bimbi e genitori, a Sabrina Simoni e allo staff Dell’Antoniano, nonché a tutti gli autori delle canzoni che ci stanno tenendo compagnia da sempre.
Quando penso ad un coro, non posso non commuovermi. Se penso a voi mi arriva tanta nostalgia che va a ritroso nel tempo, tra le pagine ingiallite dei rotocalchi che parlavano di Zecchino e del Piccolo coro. E della grandissima Mariele Ventre. Si passano tra le dita le storie, tutte in bianco e nero, di un’epoca che viveva di semplicità; erano i tempi della TV dei ragazzi, e quando arrivava marzo si sentiva già nell’aria della primavera il tempo dello Zecchino d’oro. Una volta lo Zecchino arrivava a marzo e si concludeva nel giorno di san Giuseppe, 19, all’epoca festivo. Per arrivare a novembre bisogna aspettare il 1976. In quell’anno doppia manifestazione, due zecchino. Mi ricordo una canzone vincitrice “Gugu’dell’eta’ della pietra”. Ma si potrebbe dire tanto altro.
Carissimo coro, sapete che la vostra presenza è importante, vitale come l’aria. Senza un coro mi sentirei spaesato. Avete fatto il giro del mondo, avete portato la quintessenza della vita; avete donato poesia in musica, e siete sempre i bimbi di ieri che sono ora i bambini di oggi. La musica, la musica che ci entra grazie alle vostre belle voci, si compone nell’aria, viaggia e si vede sempre il sole, la luna e le stelle. Musica. Incantesimo dell’anima, giochi di sorrisi e di note, insieme di piccole speranze; girotondo di sensazioni, connubio di pregiatissime gocce di freschezza della vostra giovinezza. Voi del Piccolo Coro siete l’alfa e l’omega di tutte le storie bambine; siete un inno alla vita, siete l’ultima difesa ad un cammino chiamato vita.

UNA TELEVISIONE IN BIANCO E NERO E UNA CANZONE SUL VINILE.
La televisione del passato era in bianco e nero. Lo Zecchino fino al 1976 e’ sempre stato trasmesso così. Ma il ricordo di quelle edizioni, dove i chiaroscuro definivano i contorni delle cose e persone, dove la semplicità era di casa, dove la nostra vita era regolata sul mondo Dell’Antoniano.  Ecco in quegli anni si maturava dolcezza, e noi bimbi ci regolavamo la vita con le canzoni dello Zecchino, su dischi di vinile, ascoltati nel mangiadischi che andava a mille. E ci sembrava tutto vero, vicino. Il vinile aveva la proprietà di non essere perfetto, di sentire come se fossimo realmente in diretta. Era un pregio. Superiore alle moderne tenologie del suono attuali. Chi cantava, nel gracchiare del disco che girava a 45 giri, trasmetteva le proprie insicurezze, le reali emozioni dell’interprete. Sentire Barbara Ferigo e il coro, con i suoi 44 gatti, in un disco di vinile, ti dava sempre un sussulto di compiacimento. Ricordo anche una canzone, del 1970, “Addio signor maestro”, cantata dal Piccolo coro che mi faceva sempre commuovere. Quel disco che girava, come girava la vita di un bimbo d’allora,  quel vinile che non può mai essere dimenticato era la storia di un coro, di un grande coro che ci ha abbracciato in tanti anni. Riascoltare quei bimbi su quei dischi, e poter ritornare indietro nel tempo a riassaporare il gusto bianco e nero dei concerti televisivi non ha eguali: i momenti di ogni bimbo sono a colori, ma togliete un pezzetto di questo mondo a colori e provate a tuffarvi in un mondo a due colori, troverete un’armonia visiva che non può essere paragonata a nessun’altra.

LA NASCITA DI UN CORO (1° MARZO 1963).
Il primo marzo del 1963, a poche settimane dallo Zecchino , Mariele crea, e il verbo e’ azzeccato, il Coro dell’Antoniano. Inizialmente e’ composto da pochi bimbi e servirà ad affiancare i bambini in gara nel corso delle giornate  bolognesi; nessuno immaginava in quel momento che quei bambini sarebbero aumentati e che quel Coro, nato in sordina, avrebbe avuto una grande affermazione nel corso degli anni.
Il Piccolo Coro dell’Antoniano, il coro dei cori, il coro che adesso porta il nome della grande Marie Ventre,  ora è un’entità famosa, che sa dare a tutti la giusta gioia,  la tenerezza di un mondo speciale, quello del bambino.
Ma pensando a Bologna, all’Antoniano mi viene da scrivere una lettera che  nasce così:
PICCOLO CORO DEI SOGNI
Dolcissimo amico coro, sei da sempre un evento,  ricco di storie, di leggende e di miti; date voce a coloro che non hanno voce; i sogni che ogni bimbo fa sono aquiloni, come dice una  canzone, e sono desideri cullati fin da piccolo,  luci che si riflettono nella vita di ogni bimbo adulto. Si sente nel nostro intimo che la primavera non finisce mai ma continua a profumare i passi, le corse, e  tutte le storie che ci culliamo dentro. Siete nati a marzo, mese scherzoso che ci mette davanti il primo sole,  con la brezza di un sabato sera che mi fa nostalgico. Piccolo Coro, sapete essere sempre in mezzo a noi,  tra una gita fuori porta,  un concerto tra le mura amiche dell’Antoniano e la grande serata a Sanremo. Siete vicini e lontani, date a tutti,  ma proprio a tutti,  una occasione per sentirsi amati. La vostra storia è la storia di tutti, di tutti quei bambini che hanno tenuto crescendo  nel cuore un po’ di spazio per sentirsi vivi in un mondo che non gira piu’.
Il bianco e nero dei primi tempi è  diventato un arcobaleno di colori. Questi colori ora sono la speranza,  la forza della vita, la grande sfida per dire che quando canta un bambino metà del cielo si ferma a guardare  e una stella cadente ci indicherà che quando nasce un bimbo un’altra voce si unirà.
E sarà sempre come fosse la prima volta del mondo.
Piccolo Coro: un bacio dal cuore.

Mariele: una nostalgia continua.
Sembra che il mondo si sia fermato in quel dicembre 1995. Mi ero fermato anch’io. Si sono fermati tutti, allibiti, nel sentire che Mariele non era più con noi. Non poteva essere vero! Ma era reale,  la radio continuava a ripetere nei suoi notiziari la notizia.
Stavo sulla A 13, a pochi chilometri da Bologna,  e quel giorno avevo deciso di fare un giro all’Antoniano per i soliti rituali natalizi. Lo facevo quasi sempre, contento di vedere il coro, o comunque qualche addetto ai lavori. Non sapevo nulla del male di Mariele, anche se intuivo che non stava bene; né ho pensato a chiedere a  padre Berardo, mio caro amico e confidente. Non volevo essere inopportuno,  non mi sembrava giusto carpire qualche segreto se non si voleva svelarlo.
Mi fermo appena uscito dall’autostrada, con un peso nel cuore, e decido di telefonare al Resto del Carlino, li’ ho amici e mi diranno di  più: conferma: Mariele e’ mancata.
Sono le otto di sera, la notizia ormai sta viaggiando e i comunicati Ansa battono freneticamente la notizia. Mi fermo in via Guinizelli, con il volto tirato di chi non  vuole  convincersi. Guardo la chiesa di S. Antonio e  riprendo i  miei pensieri, Lucia dei Promessi Sposi direbbe  “addio chiesa,  dove l’animo tornò tante volte sereno …”; guardo l’Antoniano e piango,  che diranno coloro che passeranno da li’, che cosa penseranno di una persona aggrappata alla porta del teatro che singhiozza come un bimbo. Ma i pensieri miei superavano i confini delle mura amiche, sorvolavano i tetti rossastri di una città che si ritrovava orfana di una grande protagonista. Mariele! Mariele! Mariele! E il nome ripetuto all’infinito mi bruciava dentro. Le stelle sembravano tante piccole fiammelle che venivano accese,  una ad una,  per illuminare il percorso del Paradiso, per aiutare a trovare un posto dove andare nell’immenso mare della vita che scorre.
Non avevo la forza di andare a sentire,  non mi sentivo in quel momento pronto ad affrontare un momento triste. Mi incamminavo lentamente verso i viali alberati, pensando a lei, agli ultimi momenti pubblici,  ai sogni nel cassetto di un coro da favola che ormai era solo per sempre. E pensavo a questa Bologna,  dolce e raffinata,  a questa città per la vita dove il mondo del bambino coincide con una donna che ha saputo dare tutto nella semplicità francescana di un percorso umano che non ha eguali.
Ciao Mariele.

Zecchino d’oro 1999.
Lo Zecchino del 1999, da tanti e’ definito l’ultimo del millennio, l’ultimo del ventesimo secolo. Ma non è  vero, perché il secolo si chiude con il 2000; ma a volte i numeri lambiscono nelle nostre attese mentali, il 1999 e’ un numero che fa epoca con la voglia di cambiare e quel duemila tutto tondo e’ il nuovo millennio per tutti. E lasciamo che sia così.
Zecchino caro. In quella edizione ci sono state delle canzoni che mi hanno dolcemente  “aggredito”. Belle e di sapore romantico, giuste per i contorni che fanno fiorire i cuori,  per la sincerità dei testi e per la musica subito assimilata.
“La mia bidella candida” vince. Credo che un po’ tutti abbiamo il ricordo di una bidella, di una persona che,  per dirla qui,  dava l’impressione  di conoscere tutto e tutti all’interno della scuola. Ecco questa canzone è  forse l’inno, l’omaggio ad una figura che ha fatto epoca, che ha creato il mito della persona di fiducia. Si passa al  “Io con il 2000”, canzone propiziatoria, ricca di speranza che fa da trampolino per il secolo che stava per arrivare. Se analizziamo il testo però capiamo cosa vogliono dirci gli autori: si va avanti, con l’incertezza, e ci si chiede come sarà questo duemila; la bimba canta, e si sente il trasporto che ha nel farlo, cosa vorrebbe trovare con il nuovo anno e ci fa voltare con la testa all’indietro, verso il passato prossimo per non perdere i nostri momenti migliori.
Non faccio tutto l’elenco delle canzoni di questa edizione. Sapete già tutto e di più.
Una canzone mi ha entusiasmato (e mi entusiasma tuttora)  in maniera celestiale: “Gira! Che è  un girotondo”. L’ho ripetuto spesso a padre  Berardo. Una canzone da re, musica e testo sposati perfettamente,  e una superlativa bimbetta,  Monica Ricceri, che con la sua voce squillante e il sorriso da fatina dello Zecchino, ha dato un’emozione a chi ascoltava.
Esco dall’Antoniano a manifestazione finita, saluti di rito, baci ed abbracci secondo le regole classiche del galateo e mi viene la voglia di non ripartire subito; avevo tanto desiderio di fare qualche passo nella Bologna storica,  nel rituffarmi a respirare il sapore di una città,  con le luci e con i portici che sembrano messi li’ per dirti che Bologna e’ viva e  vive con te.
Guardo il cielo stellato e penso ai sogni  “i sogni sono desideri,  sono aquiloni chi va più in alto chi cade giu’…”, ed è proprio vero in questa  canzone ci sono i sogni di ognuno di noi, e sono aquiloni che volano alti, e altri vanno giu’, come la vita che sale o scende.
Brava Monica e bravi gli autori.

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