LETTERE DA MARIELE

LETTERE DA MARIELE

La scorsa settimana, una cara amica mi ha informata dell’uscita del libro: “Lettere da Mariele”…oltre le note dello Zecchino d’Oro a cura di Giuliano Musi, Minerva Edizioni.
Dagli archivi della Fondazione Mariele Ventre una parte della corrispondenza inedita di Mariele. Il pomeriggio stesso l’ho comprato in un misto di eccitazione e paura. Sfogliando, ho trovato qualche riga anche per me con una tristezza da stritolare il cuore e subito dopo, un sorriso largo per una sua osservazione… la fatica relativa ad un pezzo che io non volevo cantare.
Me lo ricordo, perché mi sentivo ridicola ad urlare una frase: “MA ASPETTATEMI CHE TANTO RITORNEROOOOOOOO”…..di una canzone “sciocca” come l’ha ricordata nella lettera.
Parlava di “Sbirulino” del vol. 7 della discoteca dei piccoli…

E poi leggendo ho ritrovato lei, con quello stile diretto e caloroso al tempo stesso. Si, perché Mariele, la Signorina Mariele, mi ha vista nascere e crescere e ci conoscevamo bene, oltretutto in una fase così importante della mia vita. Ma finita l’esperienza del coro, io ho spiccato il volo e sono uscita dall’Antoniano per conoscere il resto del mondo. Perché frequentare il piccolo coro significava non fare altro e tutto il mio mondo di quegli anni, l’ho vissuto lì, in quei luoghi, con quelle persone: dalla mia nascita (poiché anche mia sorella era nel coro) fino al 1984. Poi nel corso degli anni ogni tanto facevo una capatina, magari a vedere un saggio, a fare un saluto o come ospite in qualche trasmissione. Ma nel 1995 quando Mariele morì, mi crollò il mondo addosso. Nella mia crescita dall’adolescenza, non mi ero preoccupata di cercarla, perché per me c’era, ed era lì all’Antoniano, giorno e notte, sapevo dove trovarla. Non ho avuto il tempo di far maturare il nostro rapporto. E quando è morta, mi sono accorta che “da grandi” non ci siamo mai conosciute a fondo. Sono stata superficiale e distratta, in un modo che ancora adesso non mi spiego. L’unica consolazione che mi do è che dopo esser diventata mamma, ho capito che questo mio volare lontano, è stato anche grazie alla sicurezza che ha saputo lasciarmi. La stessa sicurezza che ti può dare un genitore che ha lavorato bene. Ma il tempo ha aggiustato questa grane crepa perché mi ha dato l’occasione di rimediare. Anche se all’inizio non volevo, perché avevo paura di rovinare i miei ricordi, sono tornata. Simbolicamente le ho riportato ciò di cui ho di più caro: i miei figli.
Perché credo che “insegnare” significhi “lasciare un segno” ed io lo porto dentro, profondo e chiaro. Sono tornata in quella scuola con un fardello molto grande che da un lato racchiude ricordi meravigliosi e dall’altro tanta malinconia di un tempo che non c’è più. Ma proseguire per lo stesso sentiero, credo sia il regalo più grande che le potessi fare…

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