Indovina chi viene a pranzo (e a cantare…)

Indovina chi viene a pranzo (e a cantare…)


Ricevo l’invito di Valerio, alias Hey Joe, per partecipare con il coro “Vecchioni di Mariele” alla 9a festa multietnica che prevede musica, cibo, incontri dibattiti.
Così si rimette in moto tutto il mio entusiasmo. L’ultimo concerto che abbiamo fatto risale a giugno, dopodiché nessuna prova ma solo qualche ritrovo dall’Agnese per mantenere vivo lo spirito del gruppo. Abbiamo a disposizione solo un incontro, inoltre la direttrice è impegnata con le sorelle (quindi siamo già a quota meno quattro coriste). La nostra priorità è sempre stata la preparazione perché il nome che portiamo come coro ha un significato importante ma in un periodo così tormentato e sofferente l’istinto mi dice che adesso qualcosa è cambiato e la socialità deve avere la precedenza. Così riusciamo a mettere in piedi una prova, grazie alla collaborazione della direttrice che ci fa cantare sotto i gesti di Claudia, una delle coriste che accetta di malavoglia. Decidiamo di cantare solo quattro brani, quelli più semplici e ciò nonostante dimentichiamo attacchi e parole, inoltre alcuni coristi non riescono nemmeno a partecipare alla prova. Andiamo avanti lo stesso, spinti dall’ottimismo che ci contraddistingue e dal desiderio di resistere nonostante tutte le difficoltà; infatti per molti di noi, il coro è un’evasione dalla quotidianità, una parentesi di bellezza, un modo per dare senso alla memoria che possa essere ancora fonte di conoscenza e solidarietà.
Domenica arriva in un lampo e ci troviamo verso le 11.30 al giardino Fondo Comini. É vestito a festa con le bancarelle che offrono leccornie per tutti i gusti (dal cous cous alla lasagna) oggetti etnici e vestiti colorati che guarderò con calma. Alla fine siamo in tredici che, per gli scaramantici, non è di buon auspicio ma tanto non abbiamo il tempo di contarci mentre consegno le basi al fonico. Valerio ci accoglie con tutta la sua gioia, distribuendoci le fasce Hey Joe, segno distintivo del club dei briosi e in men che non si dica ci ritroviamo davanti ai microfoni per cantare, ahimè senza nessuna prova audio (errore da non ripetere mai più!). Giacomo che ormai presenta senza copione, fa una breve introduzione mentre spaesati ci disponiamo per voci. Parte la base di “Ciao amico” ma dopo qualche strofa, s’interrompe mentre noi continuiamo a cantare, avvinghiati ai gesti di Claudia che sorride (non oso pensare come si sia sentita alla sua primissima direzione). Il contrattempo mi emoziona e con la capacità che ho di cercare segni, credo che significhi “andiamo avanti, sempre, anche senza musica”. A ruota seguono le tre canzoni successive, dopo che il fonico ha sostituito il pc rotto, mentre qualcuno tra il pubblico sparpagliato sul prato, canta con noi e colgo espressioni di sorpresa, la stessa di un bambino quando apre un pacco regalo. Ma il regalo è reciproco perché dentro alle canzoni ci stiamo stretti, uniti, tutti uguali pur essendo tutti diversi. E non c’è luogo più adatto di una festa etnica per sentirsi parte di un mondo unito, come quando da bambini cantavamo le canzoni allo Zecchino d’Oro in tutte le lingue.

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