TESI INTEGRALE: “Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco” di Francesco Armellin

TESI INTEGRALE: “Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco” di Francesco Armellin

PARTE 1
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

ALMA MATER STUDIORUM – UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
SCUOLA DI LETTERE E BENI CULTURALI
Corso di laurea in
Cinema, Televisione e Produzione Multimediale

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco
Analisi dei format musicali con bambini: il caso Zecchino d’oro.

Tesi di laurea in
Storia Della Radio e Della Televisione

Relatore Prof: Veronica Innocenti
Correlatore Prof. Luca Barra
Presentata da: Francesco Armellin
(Interattività e impaginazione: Francesca Bernardi)

Appello
terzo

Anno accademico
2015-2016


INTRODUZIONE

Vi sono diverse modalità di approccio all’analisi televisiva; in molti casi, le analisi vengono effettuate in modo particolareggiato, prendendo in esame i diversi generi, oppure si procede ad un analisi di tipo storico, o, in misura minore, contenutistico. Tuttavia, è estremamente ridotta la letteratura che si approccia alla televisione per bambini e ragazzi, anche perché spesso la programmazione rivolta a questo particolare pubblico è particolarmente sfuggente ai concetti di genere, come d’altronde lo è sempre di più anche la programmazione televisiva nella sua interezza. Infatti, nei programmi che definiamo genericamente ‘per bambini’ possono essere fatte rientrare due macro-categorie di produzioni: quelle ‘con i bambini’, dove questi vengono coinvolti direttamente, come pubblico, concorrenti o partecipanti, e quelle ‘per i bambini’, che invece spesso sono fatte da adulti con scopo di intrattenimento o di edutainment dedicato alle fasce di pubblico più giovane.

A questo tipo di divisione, ovviamente, va aggiunta la programmazione di produzioni che sono state sviluppate per altri media e che vengono poi trasmesse anche attraverso l’apparecchio televisivo, come i film d’animazione cinematografici, o alcuni spettacoli teatrali messi in scena per le scuole.

Moltissime sono poi le tipologie di programma che, pur tutte indirizzate ai bambini, parlano loro con diversi linguaggi e con diversi scopi. Alcune si rifanno alle vecchie tipologie di programmi educativi prima che d’intrattenimento, quello che nei primi decenni dello sviluppo del mezzo televisivo era forse il principale scopo che accomunava i programmi trasmessi, rigorosamente nella fascia pomeridiana, per i ragazzi; altre, sulla scia dell’intrattenimento fine a se stesso, sono invece studiate per catturare l’attenzione dei bambini senza che questo voglia necessariamente comunicare loro messaggi istruttivi; altre ancora mischiano queste due finalità, e sono la maggior parte, sapendo cogliere le modalità giuste per interessare i piccoli telespettatori e, tra le righe di un prodotto divertente, stimolare anche la crescita presentando piccole nozioni culturali, consigli o spiegazioni, integrandosi così alle figure educative con cui i bimbi sono in contatto e ponendosi, infondo, come ‘buona maestra’ così come definita da Roberto Farné[1].

In questo senso, sicuramente le vicissitudini storiche che hanno accompagnato la crescita della televisione come mezzo d’intrattenimento prima ancora che di comunicazione hanno segnato un notevole cambiamento nel pensiero che risiede dietro a molti programmi pensati per i bambini. I programmi della TV dei ragazzi come si vedrà erano sicuramente pensati e presentati per essere destinati a diverse fasce d’età dell’infanzia – e in molti casi anche ai diversi generi, con una distinzione molto più evidente tramite gli stereotipi che ne caratterizzavano la visione da parte degli adulti; d’altronde, andavano in onda in segmenti pomeridiani sull’unico canale esistente, il Primo Canale, per poi differenziarsi con la nascita del Secondo Canale e del Terzo Canale, oggi conosciuti come le tre reti RAI generaliste, proponendosi di fatto al pubblico dei minori come un unicum, che poteva interessarli di più o di meno a seconda dell’età – e appunto del genere – ma che erano l’unica proposta a loro destinata, mentre altri orari, specialmente la prima serata, erano dedicati ai grandi che ne fruivano dopo aver messo a letto i loro figli. E se anche un programma non pensato – in primis – per i più piccoli, come Carosello, diventava forma di divertimento perché pieno di scenette comiche e strisce animate che relegavano la pubblicizzazione del prodotto alla fine di ogni segmento, subito dopo era previsto l’orario canonico di rimbocco delle coperte in tutto il Paese[2].

Il cambio di abitudini, dettato sicuramente da moltissimi fattori di cui la televisione si è fatta informatrice, magari portatrice ma difficilmente iniziatrice, ha fatto sì che negli anni una fetta sempre più ampia di pubblico seguisse programmi che prima non guardava per abitudine o per dettami sociologici o educativi, come appunto capitava per i minori; al giorno d’oggi, i bambini che guardano programmi generalisti sono aumentati a dismisura e con loro i ragazzini, anche giovanissimi, che guardano gli show in prima serata senza che vi siano veri e propri vincoli, sia dal punto di vista dell’orario di sonno, sia da quello del tempo trascorso davanti alla televisione e men che meno riguardo al programma scelto[3]. Ovviamente, così facendo, molti genitori rischiano di vanificare le poche precauzioni che ancora vigono riguarda alla regolamentazione dei contenuti televisivi, come quello sulla fascia protetta che, pur monitorata, ha un termine specifico alle 22:30[4], orario in cui i programmi di prima serata sono ancora in pieno svolgimento.

Restando nel campo della regolamentazione, devono essere messe in luce alcune problematiche. Nell’affrontare il tema dell’intrattenimento televisivo dedicato alla specifica fascia d’età di bambini e ragazzi, o più in generale dei minori, le difficoltà primarie vengono dal fatto che nella gestione già lacunosa e criticata della legislazione sulle comunicazioni non vi è mai stata una seria e univoca regolamentazione delle trasmissioni dedicate ai ragazzi, se non in un recente passato.

La prima vera legge che affronta l’argomento giunge infatti solo nel 1990, ad opera del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni Oscar Mammì: nella legge che porta il nome del suo primo firmatario, si fa per la prima volta menzione di programmi che possono

«[…]nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori che contengono scene di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità[5]».

In questo testo, per quanto perfettibile, si evince la volontà da parte dello stato di tutelare la fascia di pubblico composta dai minori in modo che il progressivo aumento di offerta televisiva non possa nuocere loro in termini di contenuti, come fino a quel momento solo alcune normative interne alla RAI avevano provato a regolamentare.

La definizione riportata sopra per delineare quali siano i programmi non adatti al pubblico infantile viene, nella stessa legge, implementato anche dalla specificazione che qualsiasi contenuto che sia stato catalogato come vietato ai minorenni o comunque fermato dagli organi di controllo per quanto riguarda la trasmissione in pubblico di audiovisivi, eppure nel 1990 non era ancora prevista un’autorità che potesse vigilare sull’adempimento delle norme previste da questa legge. L’Autorità per le garanzie delle comunicazioni verrà istituita solo nel 1997.

La legge Mammì, sicuramente fallace in moltissimi altri settori di cui questo lavoro non si interessa, sembrava essere un vero e proprio freno alla proliferazione di una programmazione non adatta ai bambini, frutto dell’aumento delle frequenze a disposizione, ovvero dei canali che trasmettevano contenuti accessibili a chiunque avesse in casa il televisore, ma soprattutto dell’aumento della necessità per le emittenti di riempire palinsesti diventati ormai ininterrotti; quando nel 2004 entrò in vigore la cosiddetta legge Gasparri, volta a ridefinire moltissime competenze e disposizioni in materia di una trasmissione televisiva che, con l’avvento dei canali satellitari prima e della piattaforma digitale terrestre poi rischiava di degenerare in un’accozzaglia priva di controllo, in materia di tutela di minori si limitò a ricordare l’obbligo ad

«[…] osservare le disposizioni per la tutela dei minori previste dal Codice di autoregolamentazione Tv e minori approvato il 29 novembre 2002[6]».

Il Codice di Autoregolamentazione TV e Minori, sottoscritto per la prima volta a Roma nel 1997 e poi aggiornato a più riprese, sembrò dunque essere lo strumento più efficace da consegnare al Garante per le telecomunicazioni per poter monitorare che i contenuti televisivi rimanessero, nelle fasce previste e nelle modalità previste, a misura di bambino.

Se già dalle leggi era stata presa una direzione in questo senso, il Codice di Autoregolamentazione, sottoscritto da tutte le maggiori emittenti del nostro Paese, sembrerebbe essere il vero e proprio baluardo in difesa dei diritti dell’infanzia in materia di televisione; oltre a ribadire i termini delle fasce protette, con particolare attenzione a quella pomeridiana, il Codice si occupa anche di definire la partecipazione dei minori ai programmi televisivi, entrando così nel merito dell’altra parte della problematica che verrà affrontata in questo lavoro.

Come abbiamo detto, infatti, non vi sono solo il programmi ‘per bambini’, che sono pensati appositamente per questo pubblico e, alcuni in misura maggiore altri minore, utilizzano linguaggi assolutamente comprensibili da parte dei piccoli telespettatori; l’altra faccia della medaglia è infatti composta da quei programmi che ospitano al loro interno i bambini stessi, come ospiti o concorrenti. In questo caso, il confine tra i contenuti ed il pubblico non è più così definito, tanto che moltissimi dei programmi all’interno dei quali i bambini sono presenti in qualsiasi veste sono rivolti ad un pubblico più ampio di quello solamente infantile, cercando invece di raggiungere le famiglie intere ma anche, più ampiamente ancora, il pubblico generalista. Lo stile delle trasmissioni ovviamente implica delle differenze, come nel caso dei bambini che vengono intervistati per sondaggi o inchieste, come succede in alcune puntate della trasmissione di tribuna politica e dibattito di attualità DiMartedì (La 7, 2014); in questo caso, evidentemente, i bambini non sono i destinatari del contenuto, ma vengono utilizzati per capire quale percezione alcuni minori hanno delle problematiche di cui si discuterà all’interno della puntata stessa. Di contro, la maggioranza delle trasmissioni suscita l’interesse anche dei più giovani, sia per la presenza di coetanei verso i quali dirigere il proprio desiderio di emulazione sia per la componente di divertimento che, inevitabilmente, si cela dietro alla stragrande maggioranza dei contenuti realizzati con i bambini.

In trasmissioni di successo come Chi ha incastrato Peter Pan? (Canale 5, 1999-2000 e poi 2009-2010), per esempio, proposto da un canale generalista come Canale 5, i bambini si succedono in situazioni comiche, scherzi e momenti interlocutori con alcuni personaggi famosi, insieme ai quali scatenare la propria fantasia e ingenuità con le loro domande. Per quanto sia difficile provare a capire quale livello di costruzione si celi dietro ad un programma come quello condotto da Paolo Bonolis, si può comunque considerare come in questo caso il Codice di Autoregolamentazione presenti tutti i suoi limiti: non vi sono stati infatti casi eclatanti in cui si sia sfruttata un’evidente disabilità o vi sia stato un utilizzo di minori in situazioni di gravi difficoltà[7], per i quali potrebbe essere più difficile rendere labile il confine tra ciò che si può o non si può fare; si potrebbe invece discutere, come d’altronde è stato fatto in modo anche abbastanza serrato da parte di alcune associazioni di genitori, sull’eventuale strumentalizzazione della loro età o della loro ingenuità. Una delle più importanti sigle che raggruppa i genitori nella tutela sociali dei minori, il Moige, richiamò molte volte l’attenzione sul programma di Bonolis, reo, a suo dire, di sfruttare la simpatia dei bambini per far presa sui genitori[8]. Non c’è dubbio che, vere o meno che siano queste accuse, lo share registrato dal programma nel corso delle varie edizioni, così come quello di moltissime altre trasmissioni che hanno visto – e vedono tuttora – la presenza di bambini, sembra premiare la scelta di autori, produttori e conduttori.

Indubbiamente c’è una componente di rischio di evasione dai canoni della tutela legislativa, sia in fase di contenuti sia in fase di presenza dei bambini: basti pensare al fatto che, nel Codice di Autoregolamentazione, si fa riferimento anche alla crudezza delle immagini di notiziari e magazine informativi, soprattutto quelli all’interno delle fasce protette e in orari di affollamento di spettatori come quello della sera; le immagini forti dovrebbero essere effettivamente necessarie alla comprensione delle notizie[9] per giustificarne la messa in onda e anche in questo caso il confine tra ciò che è ‘effettivamente necessario’ e ciò che non lo è sembra essere particolarmente oscillante.

Restando però sull’oggetto di questa tesi, ovvero i programmi in cui i bambini sono protagonisti, c’è un settore nel quale, negli ultimi anni, le reti sembrano aver trovato un interessante filone comune al quale attingere per poter raggiungere gli ascolti cercati: si tratta di programmi che rientrano a pieno titolo nella categoria dei ‘talent show’, una delle tipologie televisive più in voga nella televisione odierna perché riempiti di gente comune pronta a sfoderare il proprio talento. Chi più dei bambini può avere talento nascosto da esibire di fronte al pubblico? Sono così nate diverse trasmissioni che seguono la stessa logica, seppur differenziandosi per categorie. Capostipite di questi programmi fu Bravo Bravissimo (Canale 5 poi Rete 4, 1991-2002), con Mike Bongiorno alla guida di una rassegna dei più disparati talenti, dal canto al ballo alle performance con i più particolari strumenti musicali.

A questo illustre progenitore comune, se ne può aggiungere un altro importante: stiamo parlando di Roberto Cenci, nome non particolarmente noto al grande pubblico – come la maggior parte dei suoi colleghi registi televisivi – ma che si è rivelato inaspettatamente dietro proprio al programma Chi ha incastrato Peter Pan? e che, in anni più recenti, ha ideato e diretto due degli oggetti di studio di questa tesi, ovvero Ti lascio una canzone (Rai 1, 2008-2015) e Io canto (Canale 5, 2010-2013), rispettivamente su Rai 1 e Canale 5 a dimostrazione del fatto che le leggi dello share valgono indifferentemente dall’emittente, sia essa pubblica o privata.

In queste trasmissioni, i bambini sono però oggetto di un altro tipo di sfruttamento, senza sostituire il termine forte che hanno usato i detrattori dei programmi, ovvero quello della ‘grottesca imitazione’[10] degli adulti da parte dei bambini. La presenza di bambini anche molto piccoli che cantano famosissime canzoni scritte dai più grandi autori della musica, italiana e straniera, ha attirato soprattutto nelle prime edizioni di ciascuno una grande fetta del pubblico generalista, pur senza inventare niente di nuovo rispetto a Bravo Bravissimo o, volendo allargare il contesto dei bambini cantanti, allo storico concorso musicale dello Zecchino d’Oro (Programma Nazionale, 1959).

Sebbene il paragone potrebbe sembrare stridente, vi sono in realtà punti di contatto per cui queste trasmissioni, dando la possibilità ai bambini di cantare seguendo le loro doti e le loro passioni, possono essere analizzate e comparate.

Tuttavia, su queste trasmissioni come sul resto del settore dell’intrattenimento per bambini la bibliografia a disposizione è limitata, soprattutto se si affronta la tematica dal punto di vista mediatico piuttosto che da quello educativo.

Nei prossimi capitoli, questo lavoro si pone perciò come obiettivo quello tracciare una breve storia della televisione per ragazzi, grazie alla quale sarà possibile individuare quelle dinamiche che hanno portato, al momento attuale, alla produzione di questo tipo di trasmissioni a fianco di altri contenuti per ragazzi più o meno standardizzati.

L’ampia gamma di prodotti televisivi per bambini, in questo momento, è infatti relegata ai canali tematici, che seppur vari per target di riferimento e per bacino di reperimento di prodotti da inserire nei propri palinsesti – passando da chi predilige contenuti realizzati in Italia a chi si dedica più a serie televisive e cartoni animati americani o giapponesi – attraggono una percentuale di pubblico molto bassa, con le quote di share più alto che rimangono appannaggio delle reti generaliste; Rai Yoyo e Rai Gulp, così come le reti Boing e Cartoonito editi da Mediaset e K2 e Frisbee, di proprietà del gruppo Discovery, hanno provato negli anni a strutturare una proposta accattivante per i più giovani, con una presa che sembra tuttavia essere relegata ai bambini di età prescolare o poco più grandi mentre quando crescono e si muovono verso l’adolescenza i ragazzi sembrano preferire i programmi che vengono pensati per il grande pubblico piuttosto che i contenuti a loro riservati[11].

Uno dei veri problemi che verranno affrontati però risiede non tanto nella programmazione attuale della tv per bambini, quanto di quella di programmi in cui i bambini sono presenti, e come la figura del bambino è presentata e trattata. Per questo, nei capitoli successivi, sarà compiuta un analisi dei programmi in cui i bambini sono impegnati in gare musicali, ovvero Ti lascio una canzone, Io canto e lo Zecchino d’Oro. Questi programmi, pur nelle loro differenze nei contenuti e nelle forme in cui i piccoli cantanti possono mettersi alla prova, saranno confrontati, alla luce anche storica che vede il concorso di musica per bambini inventato da Cino Tortorella farla da padrone, con le sue quasi sessanta edizioni.

Tuttavia l’immediatezza della diversa percezione dei piccoli partecipanti a questi show è talmente elevata che sembrerebbe semplice poter tirare le conclusioni, per cui se lo Zecchino d’Oro si pone come difensore della conservazione della spontaneità infantile dall’altra i programmi come Ti lascio una canzone o Io Canto potrebbero essere definiti come conduttori del complesso fenomeno dell’ ‘adultizzazione’; questo neologismo sarà a sua volta spiegato e trattato per capire quali implicazioni possa avere questo fenomeno nelle diverse trasmissioni.

L’evoluzione che questo programma ha subito nel corso degli anni, anticipando alcune formule passate poi alle altre trasmissioni citate, sarà un importante filo conduttore sia della prospettiva storica che di quella analitica, alla fine delle quali si proverà a capire quali sono le attuali prospettive della TV per ragazzi, in particolare nelle forme di competizione canora che nello specifico sono alla base di questo lavoro, per ipotizzare il contesto in cui queste potrebbero muoversi nel prossimo futuro, sempre più votato verso i canali tematici per quanto riguarda la programmazione di contenuti per bambini ma sempre più lontano dalle esigenze dei bambini stessi nei canali con più facile accesso, ovvero quelli generalisti, dove quote kermesse trovano attualmente la loro collocazione in palinsesto.


NOTE

[1] R. Farné, Buona Maestra TV: la RAI e l’educazione da Non è mai troppo tardi a Quark. Roma: Carocci, 2003

[2] C.M. Lomartire, Festival. Milano: Mondadori, 2012

[3] M. Emanuelli, 50 di storia della televisione attraverso la stampa settimanale. Milano: GRECO&GRECO, 2004

[4] Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Libro Bianco Media e Minori – Parte VI: Tutela dei minori nell’audiovisivo: la pratica. Napoli: AGCOM, 2014

[5] L. n. 223, 6 agosto 1990

[6] L. n. 112, 3 maggio2004

[7] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[8] M. Caterini,”Chi ha incastrato Peter Pan”: quando le sfruttamento dei bambini tocca il fondo…”, Panorama, ottobre 2010

[9] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[10] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[11] S. Rossi. Auditel canali Kids Novembre: Turner Italia sfiora il 10% di share sui bambini. 5 dicembre 2009. http://www.digital-news.it/news/televisione/20436/auditel-canali-kids-novembre-turner-italia-sfiora-il-10-di-share-sui-bambini (consultata 20 novembre 2016)

PARTE 2

La televisione italiana, ufficialmente, nasce il 3 gennaio 1954.

In quella giornata, come se già il neonato mezzo di comunicazione sapesse che avrebbe dovuto e potuto coprire molti ruoli diversi per il pubblico, da quello informativo e divulgativo fino all’intrattenimento, ebbe già una programmazione varia iniziata con lo storico Arrivi e Partenze condotto da Mike Bongiorno che intervistava star nazionali e internazionali prima che partissero o dopo il loro arrivo nei principali porti e aeroporti del Paese; nel corso della giornata, il Programma Nazionale – oggi Rai 1 – mandò in onda il film Le miserie del signor Travet (Mario Soldati, 1945), con protagonista uno dei divi del momento, Alberto Sordi, nel pomeriggio mentre, in prima serata, dedicò spazio al teatro con L’Osteria della Posta di Carlo Goldoni, che seguì la prima edizione del telegiornale, interamente dedicata alla fine delle trasmissioni di prova e alla nascita ufficiale del Programma Nazionale, condotta da Furio Caccia e Riccardo Paladini, entrambi attori (i giornalisti si presenteranno davanti alla telecamera dopo qualche tempo); a chiudere la giornata la prima rubrica sportiva della televisione, La Domenica Sportiva, con immagini di alcune partite di calcio giocate quello stesso giorno.

Come si evince da questa prima, abbozzata, programmazione e come d’altronde era già coscienza dei responsabili RAI che dal 1949 avevano cominciato le trasmissioni sperimentali e soprattutto avevano potuto contare sulle trasmissioni già in corso da alcuni anni in altri paesi come Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, il mezzo televisivo nasce con la consapevolezza intrinseca del potere che può esercitare sulle masse che, dapprima potenzialmente ma in brevissimo tempo anche nella pratica, si possono sedere in casa propria a guardare gli stessi programmi.

È in contesti come questi che i generi aiutarono a definite finta subito una certa suddivisione dei compiti all’interno del contesto produttivo televisivo: spazio sarebbe stato dato all’informazione e ai programmi di cultura-divulgazione, ai programmi di puro intrattenimento e da quelli di finzione, che nei primi anni erano perlopiù limitati alla programmazione televisiva di prodotti realizzati in prima istanza per il cinema. Questo tipo di suddivisione non ha però mai potuto rispecchiare la programmazione televisiva nel suo complesso, che infatti è stata fin da subito influenzata da contaminazioni e ibridazioni che ne hanno determinato una sempre più variegata offerta a fronte però di una sempre maggior difficoltà di analisi dell’offerta stessa.

Programma di grandissimo successo della televisione degli anni ’50, infatti, è prima di tutto Lascia o Raddoppia? (Programma Nazionale, 1955-1959), che coniuga la dinamica dell’intrattenimento del quiz a quella divulgativa grazie alla preparazione (o meno) dei concorrenti che rispondendo (o facendosi correggere dal conduttore) potevano aiutare il numerosissimo pubblico a familiarizzare con argomenti assai distanti dal livello culturale della stragrande maggioranza analfabeta o semianalfabeta; da citare anche lo sperimentale Giallo club. Invito al poliziesco (Programma Nazionale, 1959-1961), che intervallava lo sceneggiato appunto poliziesco del Tenente Sheridan ad una trasmissione in studio, dapprima in diretta successivamente in differita, in cui il conduttore invitava tre ospiti ad individuare il colpevole del misfatto durante una pausa determinata poco prima della fine del telefilm.

In questo proliferare di trasmissioni, è stato fin da subito chiaro che la televisione potesse avere, di pari passo con la funzione informativo-divulgativa, la possibilità di annettere un intento pedagogico nel contesto di un’Italia che, sul finire degli anni ’50, aveva ancor tassi di analfabetismo altissimi, circa il 10% totalmente illetterati ma soprattutto una grandissima fetta di italiani per cui la lingua italiana rimaneva, in sostanza, un corpo estraneo. Dallo sviluppo di questa tematica nasce così un progetto di TV educativa, di cui ci occuperemo solo in parte per virare poi sul segmento dedicato all’infanzia e all’adolescenza.

Nel 1958, la Rai inaugura Telescuola, progetto decisamente ambizioso che la televisione nazionale realizza in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Si tratta della primo programma a livello Europeo che organizza un ciclo di lezioni che duri per l’intero anno scolastico, quello del 1958/’59[1], e che permetta a chi lo segue di sostenere, al termine dell’anno, l’esame per il conseguimento del diploma nell’indirizzo industriale o agrario. La trasmissione, durata fino al 1966, funzionava grazie ad un capillare sistema di Posti di Ascolto di Telescuola (PAT), istituiti dallo stesso Ministero dell’Istruzione, in cui un insegnante aveva la possibilità di ampliare le conoscenze apprese tramite l’apparecchio televisivo e, soprattutto, aiutare gli studenti ad assimilare le lezioni.

Nata da un’idea della Professoressa Maria Grazia Puglisi, Telescuola ebbe il merito di contribuire sensibilmente all’alfabetizzazione del Paese, grazie ai PAT organizzati soprattutto in zone dove le scuole erano troppo lontane o poco frequentate, permettendo anche alle famiglie con minori possibilità economiche di accedere all’istruzione stessa.

È la stessa Puglisi che, scrivendo della trasmissione nel 1965, descrive gli intenti dell’intero progetto:

«[…] pur mantenendo sempre come protagonista il maestro, la televisione avrebbe dovuto sfoderare tutte le sue armi, cioè tutte le sue più suggestive possibilità spettacolari, scenette, attori, imitazioni, disegni, tutto un caleidoscopio di immagini avvincenti attraverso le quali l’alfabeto, insieme ad altre cognizioni di vario genere, avrebbe dovuto insinuarsi quasi inconsciamente nella mente degli allievi, così da divertire insegnando e lasciando l’illusione che più che andare a scuola ci si recasse a godere uno spettacolo televisivo[2]».

Nonostante le parole della responsabile, la produzione non assunse quasi mai i toni idilliaci che lascerebbe pensare; nonostante questo, il numero crescente di ascolti e di diplomi conseguiti confermò la bontà dell’idea, che moltissimi altri Paesi in seguito esportarono.

Da questo punto di vista l’intento delle due istituzioni, lo Stato, attraverso il Ministero dell’Istruzione, e la RAI, era evidentemente quello di sfruttare a pieno le potenzialità di un medium di cui molti lodavano le capacità di coinvolgimento e la facilità di fruizione, ma che allo stesso tempo rischiava di restare una buona possibilità pedagogica solo in potenza, sfruttando invece negli interessi produttivi solo l’intrattenimento e l’informazione, magari dedicata ad argomenti che coinvolgevano in misura maggiore il pubblico. Fu anche per questa preoccupazione che la RAI, fin dalla sua fondazione, ebbe come caratteristica peculiare quella di presentarsi come servizio pubblico, che la stessa Presidenza della Repubblica, all’epoca in mano al liberale Luigi Einaudi, formalizzò dal 1952 sottolineando l’importanza della collaborazione, anche economica, tra la Radio Audizioni Italiane e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale[3], ente fondato nel secondo dopoguerra con l’intento di sovrintendere alle politiche industriali in Italia.

Già volto noto della RAI, nata come annunciatrice ai tempi dell’EIAR e delle trasmissioni di prova, Maria Grazia Puglisi ebbe meriti ben oltre l’invenzione di Telescuola. La docente ormai votata al mondo televisivo, infatti, condusse il programma Riservato alle signore (Programma Nazionale, 1953), si occupò della realizzazione de La TV degli agricoltori (Programma Nazionale, 1955) e, per l’appunto, della direzione di tutta la produzione dei corsi scolastici via etere.

Visto il successo della prima iniziativa, la Puglisi ebbe in delega dalla RAI l’ampliamento dell’esperimento che diventò ancora più ambizioso, dedicandosi anche agli adulti analfabeti con Non è mai troppo tardi (Programma Nazionale, 1960-1968), condotta in modo impeccabile e universalmente lodevole da Alberto Manzi. Nel corso di questa trasmissione, infatti, il maestro televisivo per eccellenza ebbe la capacità di coniugare al suo estro comunicativo una grande efficacia didattica che permise già al primo anno di trasmissioni a 35.000 persone il conseguimento del diploma scolastico.

Questa seconda veste, di cui all’inizio non si erano nemmeno intraviste le potenzialità, ebbe talmente tanto successo che lo stesso Manzi fu incaricato, dal 1962, di seguire anche il secondo livello di insegnamento, per chi avesse già conseguito il primo diploma, e continuò ininterrottamente il proprio lavoro fino al 1968. In questi anni, Manzi, ancor più dei maestri di Telescuola, sperimentò diverse forme e supporti per l’insegnamento, invitando ospiti, lanciando filmati e supporti audio, coniugando il tutto con le sue doti artistiche che gli permettevano di tratteggiare su grandi fogli di carta tutto ciò di cui aveva bisogno per le sue lezioni. Lo stile del maestro si reggeva infatti sulla sua innata capacità di suscitare l’attenzione del pubblico, anche perché gli adulti analfabeti erano la fascia che, più di tutte, aveva bisogno di non sentire quella presenza della struttura scolastica cui faceva riferimento la Puglisi. Egli tracciava spesso, all’inizio delle sue lezioni, simboli o brevi disegni sulla lavagna cartacea alle sue spalle, creando gli spunti per la spiegazione del giorno.

Ma Manzi non era solo efficace nelle spiegazioni e un ottimo comunicatore, ma aveva anche la capacità di creare empatia con gli spettatori, come dimostrano le puntate del programma in cui invitava in studio alcuni alunni provenienti dai PAT, che insieme a lui e ai loro insegnanti di supporto dimostravano le capacità acquisite durante le lezioni; in queste occasioni, il maestro dimostrò un altro tratto personale importantissimo ai fini della riuscita del programma, ovvero un’innata umiltà, per la quale consegnava agli insegnanti dei PAT più che a se stesso i meriti per i risultati conseguiti dagli allievi.

In un’intervista rilasciata all’Università di Bologna e curata da Roberto Farné, Manzi dichiarò:

«Io non ho mai avuto voglia di andare in televisione».

Eppure, probabilmente era quello che, più degli autori RAI e di tutte le altre figure che lavoravano al progetto, aveva capito che cosa gli richiedesse quel ruolo che, a sua stessa ammissione, lui non aveva nemmeno cercato.

«Nessuno si era posto il problema […]; io che non la conoscevo però pensavo che la televisione erano ‘immagini in movimento’; se io mi fermo venti minuti addormento tutti, se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa che si muove. […] l’unica cosa era disegnare[4]».

Era così che Manzi giocava con il suo ‘pubblico’ di studenti: cominciava a tracciare segni sulla carta, «meglio se incomprensibili_», creando quel giusto grado di suspence per poi spiegare, man mano che il disegno prendeva forma, il motivo per cui aveva tracciato quei segni e soprattutto la lezione che aveva come supporto quel particolare disegno. Considerando che, per questo immenso lavoro di programmazione, che gestiva quasi completamente da solo, il maestro prendeva esclusivamente lo stipendio statale come qualsiasi altro maestro, è encomiabile che abbia portato decine di migliaia di persone ad uscire dalla condizione di analfabetismo in cui giacevano; dopo solo qualche mese di lezione, gli anziani potevano andare a ritirare autonomamente la pensione potendo firmare con il proprio nome al porto della umile ‘X’, così come i contadini o gli operai potevano iscriversi ai sindacati o leggere i giornali senza più vergognarsi di chiedere aiuto a persone di più alta estrazione sociale.

Questo virtuoso programma, dal quale l’intero Paese trasse beneficio, terminò le proprie trasmissioni nel 1968, quando ormai da sei anni la riforma della scuola media aveva innalzato l’obbligatorietà scolastica fino ai 14 anni e dunque un numero sempre minore di persone aveva effettivo bisogno delle lezioni televisive; la programmazione di Telescuola, a sua volta, era già terminata nel 1966 per gli stessi motivi.


[1] A. Grasso, Le Garzantine, vol. Televisione. Milano: Garzanti, 2002

[2] M.G. Puglisi, “I mezzi audiovisivi, la radio e la televisione per la diffusione dell’istruzione – l’esperienza di Telescuola”, Comunicazioni di massa, n.7, dicembre 1965

[3] D.P.R. n.180, 26 gennaio 1952

[4] A. Manzi, intervista di L. Zanolio. TV buona maestra – la lezione di Alberto Manzi. 1997

PARTE 3

Dove non arrivava l’iniziativa di Telescuola e della sua declinazione per gli adulti era una cultura della divulgazione scientifica o, più largamente, dell’educazione degli spettatori del medium televisivo a tutto ciò che non era strettamente legato alle materie scolastiche di base.

Già dal primo giorno di programmazione, la RAI aveva in palinsesto alcune trasmissioni che spingessero in questa direzione, ossia quella di avvicinare sempre più persone ad ambienti che, fino alla metà del secolo, erano rimasti a quasi esclusivo appannaggio delle classi sociali più benestanti: basti pensare al cinema o ancora di più al teatro, ma anche alla musica leggera e all’arte. È con questi programmi che la televisione italiana, in quegli anni soggetta a monopolio statale delegato, si proponeva di assolvere alla funzione pedagogica delle diverse fasce di pubblico che, con incrementi vertiginosi, erano sempre più incollate agli schermi televisivi.

In particolare, una delle fasce privilegiate fu fin da subito quella dell’infanzia. Per la televisione nazionale, pur non avendo inizialmente un codice di protezione per le fasce di pubblico più giovani, c’era l’interesse a garantire a queste ultime dei programmi adatti all’età, in un contenitore che coprisse una parte della giornata che fosse altrettanto adatta a loro e che garantisse, contemporaneamente, un intrattenimento sano e, dove possibile, una certa dose di accrescimento cognitivo o la presenza un messaggio pedagogicamente valido. A questo fine, la RAI creò un contenitore apposito, chiamato semplicemente TV dei ragazzi, che cercò fin da subito di instaurare con i piccoli telespettatori un rapporto di fiducia e che consentisse loro di individuare chiaramente l’inizio delle trasmissioni loro dedicate: la ‘Sinfonia dei Giocattoli’, da molti attribuita a Leopold Mozart, divenne la sigla d’apertura di questo momento, in onda all’incirca alle 16:30. Questo tipo di contenitore, seppur stravolto nelle forme e nei contenuti, è rimasto lungamente in funzione, come vedremo più avanti, visto che l’orario pomeridiano è stato sempre considerato la fascia in cui più facilmente i bambini possono trovarsi, volenti o nolenti, di fronte al televisore; fino a prima dell’avvento del digitale terrestre e dei canali tematici, per lo meno, i canali generalisti potevano ancora vantare un aggancio minimo con la struttura della ‘TV dei ragazzi’.

Per provare a dare una definizione di quali tipologie di contenuti fossero presenti all’interno di questo contenitore, si proverà a fare alcuni esempi che, attraverso i decenni, hanno avvicinato mano a mano il neonato medium televisivo alla produzione trans-mediale che è la TV al giorno d’oggi.

La prima differenziazione che riguardò il Programma Nazionale, almeno nel primo ventennio, riguardava una macro divisione tra due fasce distinte di bambini, quelli più piccoli, in età prescolare fino agli 8 anni, e quelli più grandi, che arrivavano fino ai 14 anni[1]; ai primi era dedicata la prima ora di programmazione, ai secondi quella successiva, che dunque portava all’incirca alle 18:30. Una seconda divisione avveniva poi riguardo al sesso, con alcune trasmissioni che erano dedicate prettamente alle ragazze ed altre ai ragazzi. Non tutti i programmi infine rispondevano a questo tipo di divisione e potevano essere fruibili da un pubblico estremamente eterogeneo. Queste due macro-aree produttive erano comunque da un lato particolarmente funzionali dai riceventi della programmazione, ovvero i giovanissimi spettatori, ma dall’altro era funzionale soprattutto per i produttori dei programmi stessi che potevano strutturare modalità e contenuti con un target ben definito. Il vantaggio dato da questa differenziazione, sebbene a prima vista possa sembrare semplicistica, aiutò notevolmente l’abbondante produzione interna che la RAI mise in moto nel primo ventennio di vita, in cui telefilm e altre trasmissioni importate dall’estero erano ridotte all’osso e, in un certo senso, aiutavano il palinsesto nel momento in cui, tra un programma e l’altro, potessero servire dei riempitivi adatti ad un pubblico più eterogeneo.

Il ricalco che la TV dei ragazzi mutuava dai format per adulti, già con le sigle che ne contestualizzavano la presenza, proseguiva anche sui programmi stessi, che già ad una rapida scrematura possono essere analizzati come applicazioni di diversi stili e generi che venivano adottati anche da chi faceva televisione per il pubblico adulto: dal serial al quiz, dal programma educativo all’intrattenimento (seppur con intento pedagogico).

Ecco che allora, quando si parla della TV per ragazzi, non ci si può certo stupire dell’accostamento di un telefilm americano come Lessie (Programma Nazionale, 1958) ad una rubrica per le ragazze con argomenti che passavano dai jeans alle code di cavallo come Anni verdi (Programma Nazionale, 1957) fino ad un quiz per immagini diventato cult soprattutto per il suo personaggio/conduttore, ovvero Zurlì, il mago del giovedì (Programma Nazionale, 1957), consacrazione televisiva di Cino Tortorella.

Per quanto riguarda i programmi dedicati ai maschietti piuttosto che alle femminucce, essi ricalcavano innegabilmente dei modelli di ruolo che i modelli educativi, scolastici ma non solo, affidavano e attribuivano in quel particolare periodo storico. Per quanto riguarda i maschi, le trasmissioni dedicate affrontavano quanto più possibile ambiti di abilità pratica e, in un certo senso, lavorativa: un esempio esplicativo si può trovare in Costruire è facile (Programma Nazionale, 1956), trasmissione nata grazie all’estro e alla grande capacità manuale di Bruno Munari. L’artista prestato alla televisione portava con sé in studio alcuni bambini che lo aiutavano a costruire passo dopo passo dei piccoli giocattoli e utensili, tenendo così viva l’attenzione dei suoi spettatori che potevano facilmente seguire la realizzazione con le materie prime più comuni o di facile reperimento.

Come già accennato, in modo speculare ai modelli maschili, per le ragazze i programmi proposti facevano leva su una concezione di genere piuttosto limitante e limitata, per quanto fossero trattati anche argomenti seri e la conduzione fosse affidata a professioniste del calibro di Enza Sampò ed Elda Lanza, primi volti televisivi al femminile in un ruolo diverso da quello della valletta; in trasmissioni come Anni verdi o Per te, Elisabetta (Programma Nazionale, 1966, trasmissione che cambiava titolo ogni giorno di programmazione a seconda della santa celebrata in quella data, quindi è possibile trovarlo presente nei diversi archivi anche come Per te, Chiara o Per te, Giovanna) si parlava per lo più delle tendenze di immagine o del vestirsi, o in altri casi di alcuni argomenti utili per aiutare le madri in casa come piccoli trucchi o consigli sulla cucina.

In tutti i casi citati, non vi era una vera e propria volontà di ancorare i ragazzi agli stili e alle caratterizzazioni di genere che la società tendeva ad imporre già di per sé in bel altri contesti, ma non c’era d’altronde alcuno sforzo per portare i contenuti in direzioni diverse od opposte, anche perché le sperimentazioni produttive non erano ancora legate a dinamiche di ascolti o successo concorrenziali, ma solo di sforzo educativo pur nell’intrattenimento dedicato ai piccoli spettatori, che affascinati dal medium in sé non si presentavano come particolarmente esigenti sui messaggi, né quelli più diretti né quelli nascosti sotto le diverse forme di spettacolo.

Proprio in questa mancata concorrenza, forse, di può vedere una delle ragioni principali per cui, nonostante la non-esigenza dei bambini a livello qualitativo, la produzione televisiva di quel periodo risultava comunque alta e varia, senza grosso bisogno, come si è detto, di importazione. Per quanto riguarda infatti i bambini più piccoli, in età prescolare – su cui comunque l’interesse era minore – l’attenzione era catalizzata da mondi fiabeschi realizzati con le tecniche più disparate: dai pupazzi e le marionette agli attori in carne ed ossa, programmi come Il teatrino dei sette colli, Storie di un pagliaccio o il successivo Il nonno racconta (tutti sul Programma Nazionale, rispettivamente dal 1957, 1961 e 1973) puntavano sul racconto allegorico e la trasposizione dei problemi dei più piccoli nelle storie a lieto fine messe in scena sul piccolo schermo.

In questo contesto si inserisce anche la creazione, da parte di Cino Tortorella, del personaggio di Zurlì, il mago che, dopo aver condotto con successo una striscia pomeridiana che fungeva da contenitore dei programmi riservati ai più piccoli e ovviamente la trasmissione a quiz del giovedì sera Zurlì, il mago del giovedì, disegnerà uno dei format più longevi della televisione per bambini, lo Zecchino D’Oro, del quale si parlerà più approfonditamente nella seconda parte.

I ragazzini un po’ più grandi, oltre ai già citati programmi differenziati per genere, erano i destinatari della categoria di programmi che, più di tutti, interessava la RAI nella sua opera di attuazione del motto ‘educare divertendo’, già ereditato dall’emittente britannica BBC, ovvero i programmi che, pur consentendo più o meno dichiaratamente il passaggio di nozioni, tentavano un approccio più ludico. In questa tipologia si collocano programmi come Passaporto, Mondo d’oggi o Finestra sull’universo (ancora tutti sul Programma Nazionale, rispettivamente dal 1954, 1962 e 1963).

A metà tra le due fasce d’età, ma decisamente in linea con le dinamiche di ‘edutainment’, si può collocare Giocagiò (Programma Nazionale, 1967), anche conosciuto come Il Paese di giocagiò; questo programma presentava già una commistione di elementi tipica di programmi che appartengono a un passato decisamente meno distante: uno studio in cui il setting è estremamente curato, l’interazione con personaggi e pupazzi, la divisione in segmenti in cui si affrontano diverse sfaccettature dell’essere bambini, tra cui la realizzazione di piccoli lavoretti con semplici oggetti, la cura per piante ed animali domestici e alcuni piccoli esperimenti scientifici.

 

Le diverse tipologie di programmi che sono stato citati, insieme a tutti gli altri, vanno a comporre un mosaico dell’offerta che suggerisce che la televisione era un medium importante e sempre più alla ricerca di un ruolo indipendente nel panorama degli altri media dell’epoca; se consideriamo infatti che quasi tutti i programmi erano mandati in onda con cadenza settimanale e moltissimi avevano, in un certo senso, la forma ed i contenuti di una rubrica specifica, non può che venire in mente il paragone con il medium che, prima dell’avvento della televisione, si poteva dire come il più vicino ai ragazzi, ovvero i giornalini di cui l’esempio più celebre rimane sicuramente il Corriere dei Piccoli, che anche Marina D’Amato, nella sua analisi delle trasmissioni per ragazzi[2], accosta per ritmi e accostamenti di programmi più o meno didattici che aiutavano i piccoli spettatori a bilanciare il livello di attenzione necessario a seguire i diversi programmi.

cdp-15-1962

Complessivamente, non si può dire che quello della TV per ragazzi non fosse, già dai primi anni, un settore vivo e variegato, in cui un gran numero di persone lavorava per cercare sempre nuovi spunti e di creare nuovi modi per sfruttare il medium televisivo per passare contenuti alle giovani generazioni; come con “Telescuola” anche gli adulti erano infatti coinvolti in programmi che ponevano al centro del loro progetto l’educazione e l’accrescimento culturale del Paese, così in modo ancora più marcato, nei pomeriggi degli anni ’50 e ’60, ai bambini erano offerti quasi unicamente trasmissioni atte a questo particolare intento formativo, talmente legate a questo obiettivo che, all’inizio del decennio successivo, la televisione cambiò direzione, seppur non diametralmente, in modo piuttosto netto, anche a cause della semplificazione delle tecnologie di trasmissione del segnale e, con essa, il sorgere dell’interesse di privati ad entrare in competizione con la TV di stato.

 

[1] A. Grasso, Le Garzantine, vol. Televisione. Milano: Garzanti, 2002

[2] M. D’Amato, La TV dei ragazzi – Storie, miti, eroi. Torino: RAI ERI, 2002

PARTE 4

Nel periodo che corre tra il 1969 e il 1975, la RAI si trovò di fronte a una serie di cambiamenti interni che andarono di pari passo con le circostanze esterne di un mondo e di un Italia che, complici movimenti del ’68, stava radicalmente voltando pagina. Furono le abitudini, i comportamenti, gli stili, i modelli a cambiare, per tutte le fasce d’età, chi perché direttamente coinvolto – in particolare i giovani adulti – chi per coinvolgimento riflesso, come i bambini figli di questa rivoluzione. Il 1975, in particolare, segnò un punto di svolta per la televisione nazionale, che sancì con una riforma le proprie nuove linee programmatiche: nel campo della televisione per bambini, non furono più questi ultimi ad essere il target specifico di riferimento, ma le loro famiglie, con i genitori che sempre più spesso si ritrovano di fronte al televisore con i propri figli anche in orari serali rispetto alla sola programmazione pomeridiana degli anni precedenti.

L’altra svolta fondamentale che la RAI compie in questi anni fu legata all’allargamento dell’offerta televisiva; come già detto, le sperimentazioni di trasmissione da parte di privati erano in moto, già da alcuni anni, mentre l’allargamento dei palinsesti della televisione (ancora monopolista) dal solo Programma Nazionale allo sdoppiamento Rete 1 e Rete 2 – al quale si aggiungerà la Rete 3 nel 1979 – comportavano una maggiore richiesta di programmi, finendo per minare la qualità stessa delle produzioni interne e lo sfruttamento sempre maggiore di risorse già pronte acquistate dai mercati esteri. Tra questi, si conferma un discreto uso di film e telefilm americani, con l’arrivo prepotente delle comiche del duo Stan Laurel e Oliver Hardy, ovvero Stanlio e Ollio, ma soprattutto si presentò una nuova tendenza verso i prodotti europei, con il grande successo della serie UFO (Programma Nazionale, 1970), di produzione britannica, e degli adattamenti del mercato scandinavo, dei quali l’esempio più lampante e famoso è quello di Pippi Långstrump (Pippi Calzelunghe, Programma Nazionale, 1971). Ad affiancarsi a queste trasmissioni per ragazzi, iniziò l’importazione di cartoni animati dall’attivissimo mercato asiatico, giapponese in particolare, dal quale arrivarono grandi successi come Heidi (Arupusu no shōjo Haiji, Rete 1, 1978) o Atlas UFO Robot (UFO Robo Gurendaizā, Rete 2, 1978), successivamente riproposto come UFO Robot Goldrake. In particolare, il successo di quest’ultimo anime, il primo cartone robotico giapponese acquistato e trasmesso nel nostro Paese, fu tale che Romano Malaspina, voce italiana del protagonista Actarus, raccontò[1] di aver conosciuto medici e liberi professionisti che la sera chiudevano l’attività prima del consueto per tornare a casa a vedere le puntate.

Questo tipo di atteggiamento da parte della televisione nazionale, seppur vistosamente diverso da quello a cui gli spettatori si erano abituati nel passato, non provocò particolari proteste come si potrebbe pensare; infatti quando anche Rete 1, nel 1976, disse addio alla storica TV dei ragazzi, la dicitura quasi parodistica TV2 ragazzi approdò appunto sul secondo canale, lasciando inalterata anche la sigla strumentale e modificando in maniera leggera la parte grafica, confermando quasi completamente gli orari di trasmissione e anzi talvolta aumentandone lo spazio finanche a coprire il cosiddetto prime time.

Arrivati alla metà degli anni ’70, come detto, la legge che sancisce l’ufficiale riforma della RAI[2] non cambia le carte in tavola per quanto riguarda il monopolio statale sulle concessioni  televisive, pur consentendo la trasmissioni via cavo in ambito locale dando di fatto il via libera ad investimenti sempre maggiori tra i privati. Se da un lato questo tipo di iniziativa doveva servire a contenere il sempre maggiore movimento che rischiava di minare la televisione statale nel suo crescente successo, anche visto l’incremento del numero degli apparecchi presenti nelle case degli italiani, dall’altro sul piano pratico ebbe un effetto contrario, vista la velocità con cui, nel settembre 1974, Giacomo Properzj, sindaco di Segrate, fondò insieme ad Alceo Moretti l’allora Tele Milano CAVO, che dopo una serie di cambi di denominazione e l’allargamento del territorio di trasmissione arriverà alla definitiva dicitura di Canale 5.

Tutto ciò che la RAI compie in termini di nuove sperimentazioni, seppur in notevole ritardo rispetto a quasi tutto il resto d’Europa, si limita alle prove di trasmissione a colori, alla quale si arriverà in modo definitivo solo il 1° febbraio 1977, quando ormai una gran quantità di emittenti locali presentava al proprio pubblico programmi provenienti da mercati vicini, come quelli Jugoslavi o Svizzeri, riproponendoli nella veste grafica originale a colori. Fu forse anche per questo motivo che i cartoni animati provenienti dall’estero, come già detto, arrivarono in Italia solo sul finire del decennio, senza che il giovane pubblico avesse il tempo di abituarsi alla sua programmazione sui canali RAI prima che essi potessero essere visti anche sulle reti private, di lì a due/tre anni.

[1] I. Cantoni, F. Di Sanzio, E. Romanello, “Graffiti Italia: Intervista a Romano Malaspina”. Mangazine, gennaio 1994

[2] L. n.103, 14 aprile 1975

PARTE 5

Con gli anni ’80 la televisione italiana piombò in modo abbastanza risoluto nell’era delle televisioni commerciali. Canale 5, poi Italia 1 e Rete 4 iniziarono la loro programmazione, che se all’inizio poteva risentire dello scarso richiamo dei nomi attraverso cui la syndication le faceva arrivare nelle case di tutta Italia, nel giro di poco tempo acquistarono una notevole fetta di pubblico, grazie anche a programmazioni sempre più accurate e pensate anche e soprattutto dal punto di vista competitivo con le reti RAI – e in parte anche tra di loro.

In particolare, l’anno della svolta sembra essere il 1985: in quest’anno, infatti, entrò ufficialmente in dotazione delle televisione il sistema Auditel, che in maniera ben più precisa di qualunque metodo usato fino ad allora per rilevare il pubblico seduto davanti ad un determinato programma poté finalmente fornire risposte sempre più affidabili sul gradimento di una o l’altra trasmissione e, in modo più generale, dell’una o l’altra rete. In questo metodo, inoltre, venne implementato anche un sistema di rilevamento di quali fasce d’età fossero più interessate a quali programmi, così che ogni canale poté finalmente dedicarsi in tranquillità alla scelta di selezionare o meno un target di riferimento specifico. In questo senso, molto più della RAI fece Mediaset. Rai 1 infatti perseverò nella linea dell’educazione e dell’arricchimento culturale dei bambini, attraverso la trasmissione, nei pomeriggi, di programmi specifici riservati ad argomenti quali scienza, musica e cinema, ritagliandosi solo alcuni spazi per la trasmissione di cartoni animati, per lo più dedicati ai più piccoli, e a film semplici e coinvolgenti come le comiche di Stanlio e Ollio; Rai 2, invece, sviluppò maggiormente i programmi con finalità ludiche, con programmi-contenitori – uno tra tutti, Tandem in onda ininterrottamente dal 1982 al 1987 – in cui lo scopo dichiarato era la partecipazione del pubblico soprattutto grazie alle formule dei quiz e a prove di abilità con ragazzi presenti in studio; Rai 3, infine, si specializzò nei programmi musicali e nelle sperimentazioni, come l’iniziativa congiunta della rete con il Dipartimento Scuola Educazione che sbocciò nel contenitore divulgativo Geo (Rai 3, 1984).

Mediaset, come detto, intraprese la strada della vera e propria innovazione: forte di un potere di investimento decisamente maggiore a quello della TV pubblica, puntò enormemente sull’acquisto di cartoni animati di provenienza giapponese, che a più riprese incollarono allo schermo diverse categorie di giovani e giovanissimi spettatori. Nello specifico, Canale 5 aprì inizialmente la sua programmazione al mondo dell’adolescenza, dotandosi di film e telefilm americani (Il mio amico Arnold, Canale 5, 1980 o L’albero delle mele, Canale 5, 1983) mentre Italia 1 e Rete 4 si spartirono il pubblico più giovane, lanciando due contenitori paralleli, dai nomi accattivanti, rispettivamente Bim Bum Bam (Italia 1, 1982), votata ai ragazzini in età scolare con cartoni che spaziano tra il genere sportivo (Mimì e la nazionale di pallavolo, Italia 1, 1983) e il sentimentale (con il clamoroso successo di Kiss me Licia, Italia 1, 1985), e Ciao Ciao (Rete 4, 1985), votata ai bimbi più piccoli.

Nel panorama così modificato la prassi del bambino davanti alla televisione cambiò in maniera radicale: se infatti il permesso del genitore avanti alle richieste di poter accendere l’apparecchio televisivo poteva essere facilmente elaborato visto l’esiguo numero di contenuti, tra cui per di più il bambino non aveva facoltà di ‘scelta’, dall’arrivo dei canali commerciali nacque la difficoltà ulteriore, per gli adulti, di essere in un certo senso costretti a sapere anche quale canale il bambino volesse guardare e quale trasmissione fosse in quel momento in onda. Benché questo tipo di contesto fosse in qualche modo favorito dalla routine settimanale, che gli stessi responsabili dei palinsesti privilegiarono in misura sempre maggiore, si materializzò un pericolo ulteriore per le famiglie, quello delle telepromozioni o degli spot pubblicitari.

Questa è una parentesi che merita un’attenzione particolare. Pensiamo a Carosello (Programma Nazionale, 1957), che per vent’anni, fino al 1977, era stato l’unico grande contenitore per la pubblicità in televisione, pubblicità che tra l’altro era mediata da cartoni o piccole scenette che confinavano il messaggio o il prodotto negli ultimi secondi dello spot e, oltretutto, erano abbondantemente a misura di bambino. L’espressione coniata in quegli anni «Carosello e poi a letto» fornisce da sola l’identità di un segmento di programmazione – chiamarlo programma, nonostante le riconoscibili sigle d’apertura e chiusura, sembrerebbe eccessivo – che lasciava tranquilli anche i genitori nel proteggere i propri figli dal possibile condizionamento commerciale. Nella TV privata, invece, ecco che le pubblicità diventarono sempre più importanti e, anzi, essendo la maggiore fonte di ricavo finanziario delle reti diventarono indispensabili, richiamando una sempre maggiore attenzione anche nel loro posizionamento tra un programma e l’altro o all’interno dei contenitori stessi. Ad analizzare una qualsiasi puntata di Bim Bum Bam o di Ciao Ciao, si nota facilmente come ai conduttori stessi sia richiesto, di tanto in tanto, di citare o esaltare un giocattolo o un gadget relativo ai cartoni appena trasmessi o che stanno per arrivare, manovra che non solo aumentava il senso di aspettativa o di gradimento da parte del piccolo spettatore ma anche permetteva alla produzione di sviluppare accordi commerciali sempre più complessi e importanti; a questi messaggi, più o meno diretti, da parte dei conduttori, si aggiungevano per l’appunto segmenti di pubblicità con un target sempre più specifico, costruito proprio con l’aiuto del nuovo strumento Auditel. D’altronde, il futuro di molti dei conduttori di questi contenitori Mediaset, tra cui in particolare Carlotta Pisoni Brambilla e Roberto Ceriotti, è rimasto ancorato al mondo delle telepromozioni, che ne hanno segnato il decadimento televisivo a differenza di Paolo Bonolis, partito da Bim Bum Bam per arrivare ai milioni di telespettatori e ai cachet del Festival di Sanremo e di fortunatissimi format quali Il Senso della vita, Ciao Darwin e Avanti un altro! (tutti su Canale 5, rispettivamente dal 2005 al 2011 il primo, con diverse edizioni tra il 1998 e il 2016 il secondo, dal 2011 il terzo).

A fronte di queste trasformazioni, l’immobilità della RAI cambiò solo qualche anno più tardi, quando le risposte ai contenitori Mediaset cominciarono ad essere seriamente ripensate e ricostruite da zero, con formule nuove e sempre più votate alla partecipazione del giovane pubblico. Da questo spirito nacquero in particolare due importanti modalità di approccio, entrambe iniziate dalla rete ammiraglia per poi passare, in tempi più recenti, a Rai 2, a seguito dell’abbandono progressivo da parte della stessa Rai 1 del pubblico giovanile, dirottato sulle altre reti: uno basato sull’interazione mista in studio e da casa, l’altra che si avvicinava in modo più indiretto tramite le parole in prima persona ai bimbi più piccoli all’interno di un dialogo interno in cui i bimbi stessi fossero impersonati o rappresentati da un particolare personaggio. Le incarnazioni del primo modello sono principalmente due: Il sabato dello Zecchino, poi diventato La banda dello Zecchino (Rai 1), in onda in orario mattutino nei weekend dal 1991 al 2001, e successivamente Solletico (Rai 1), format pomeridiano durato dal 1994 al 2000. Entrambi riprendevano un trend già usato da altri programmi, quali il fortunato Tandem ormai in pensione, ossia i giochi in studio alternati a cartoni e telefilm; la differenza sostanziale stava nel coinvolgimento degli spettatori a casa, che non solo erano invitati a partecipare come concorrenti in studio con i loro gruppi-classe o ad immedesimarsi in quelli presenti in studio, ma erano coinvolti tramite telefonate da casa, durante le quali alcuni semplici quiz o giochi grafici permettevano la vincita dei gadget con il logo del programma: questo tipo di oggettistica, assai più rara dei giocattoli in commercio relativi ai cartoni – su cui invece puntavano le reti Mediaset – diventavano allo stesso modo oggetti di culto tra i ragazzi che facevano a gara a chi riusciva a prenotarsi per giocare in diretta.

Il secondo modello di riferimento invece riguarda i bambini in età prescolare e, ancora una volta, l’esempio è un contenitore mattutino, stavolta quotidiano: si tratta dell’intramontabile L’Albero azzurro (Rai 1), creato nel 1990 e realizzato in collaborazione con la Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. Riprendendo il filone educativo su cui tanto la RAI aveva puntato nei sui primi anni, è stato per anni un grande gioco, in cui all’interno della ‘scatola’ televisiva i personaggi, con parole semplici e toni di voce rassicuranti ed enfatizzanti le emozioni al punto giusto, aprivano la loro ‘scatola’, contenente filastrocche, poesie, lavoretti, inseriti nel contesto di piccole storie che conducevano il bambino a scoprire il tempo, la natura, gli animali ma anche i sentimenti; il bambino era rappresentato e impersonato dal pupazzo Dodò, che con la sua vocina delicata e la sua spontanea ingenuità poneva le domande che i piccoli spettatori si sarebbero posti e si comportava come loro si sarebbero comportati, suscitando così le giuste risposte o reazioni da parte degli adulti che interagivano con lui.

Fu proprio con queste ultime trasmissioni, soprattutto Solletico e L’Albero azzurro, che la RAI cominciò a combattere in modo deciso la concorrenza Mediaset, che oltre al già citato marketing che attirava senza dubbio i giovani spettatori, soprattutto durante i periodi di regali natalizi o particolari festività, ebbe fin dall’inizio degli anni ’80 un asso nella manica che la TV nazionale fece fatica a far suo: le sigle. Dai tempi della TV dei ragazzi, infatti, le introduzioni musicali e grafiche erano state fondamentali per definire in modo univoco lo spazio temporale riservato alla fascia d’età giovanile o, più in generale, quello riservato ad un particolare programma, ma il passo in più che Mediaset fa, più o meno volutamente, con l’arrivo degli anime giapponesi (ma non solo) è anteporre ad ogni episodio, così come nelle versioni originali, una sigla cantata, orecchiabile e ripetitiva, che nel giro di breve tempo i bambini potessero imparare e cantare, legandosi così alla trasmissione preferita già dall’inizio. A trascinare questo andamento, che diventò ben presto un vero e proprio fenomeno, è la voce inconfondibile di Cristina D’Avena, che oltre a cimentarsi come conduttrice e attrice – nel ruolo della protagonista nella serie-sequel in live-action Love me Licia (Italia 1, 1986) – si specializza nelle sigle dei cartoni, tra le quali alcune, in particolare si possono citare la Canzone dei Puffi, Kiss me Licia, Occhi di gatto o Mila e Shiro due cuori nella pallavolo, diventarono delle vere e proprie hit, conosciute da intere generazioni di bambini e adolescenti.

maxresdefault
Se RAI e Mediaset si combattono con formule che, pur con diversi livelli di coinvolgimento, sanno appropriarsi dell’attenzione del giovane pubblico per i contenuti creati da adulti appositamente per loro, c’è un’altra televisione, anche in questo caso affrontata pionieristicamente da Mediaset, ed è quella che coinvolge bambini e ragazzi senza filtrarne la competizione, come avveniva per esempio in Solletico, dove in palio non c’era che un titolo di ‘campione di puntata’, magari accompagnato da gadget o premi simbolici. Sono principalmente due i programmi che si strutturano su una competizione, dichiarata o meno, tra i ragazzi protagonisti: stiamo parlando delle storiche ragazze di Non è la Rai e dei piccoli talenti di Bravo bravissimo (entrambi su Canale 5 dal 1991 e chiusi rispettivamente nel 1995 e nel 2002). Nel primo caso, la formula di concorrenza tra le giovanissime protagoniste non era strutturata in una vera e propria gara, ma da una formula interna di successo o meno delle varie esibizioni di canto, ballo o altri momenti di varietà che, pur non essendo l’essenza del programma, che invece era costituita da una serie di giochi telefonici a premi per gli spettatori, creò notevoli lotte interne tra le ragazze, lanciandone molte verso carriere anche importanti nel modo dello spettacolo ma bocciandone molte altre. Nomi usciti dal programma diretto da Gianni Boncompagni sono ad esempio Ambra Angiolini, che condusse anche le ultime due edizioni, Laura Freddi, Antonella Elia o Claudia Gerini. È un’altra delle protagoniste, Miriana Trevisan, che dalla sua breve esperienza riporta il clima di competizione che, più che davanti alle telecamere, si consumava dietro le quinte:

 «Tutti sfruttavano il nostro lavoro lì […] Tra di noi volavano coltellate. Sai, eravamo tutte femmine…[1]».

Nel caso della trasmissione creata da Mike Bongiorno, invece, la competizione avveniva direttamente sul palcoscenico, in cui ragazzini tra i 4 e i 12 anni si sfidavano a colpi di ballo, canto, danza, giocoleria o qualsiasi talento li distinguesse, decretando poi il vincitore di una borsa di studio. Il meccanismo di questo precursore dei talent odierni era piuttosto semplice, con puntate eliminatorie e una finale tra i migliori, ma è stato il primo vero caso di una gara in cui veniva sfruttata la rivalità tra i bambini e i loro talenti, che venivano spesso esaltati con commenti e paragoni con gli adulti cui, nella grande maggioranza dei casi, i piccoli concorrenti si ispiravano.

A questo punto è d’obbligo citare la trasmissione che, oltre ad essere l’oggetto d’analisi della seconda parte, potrebbe essere per alcuni messa a paragone con l’esempio appena citato. Stiamo parlando dello storico Zecchino D’Oro, ideato da Cino Tortorella, allora nei panni del Mago Zurlì, nel 1959. In realtà, come si vedrà più avanti, l’unico punto di congiunzione tra questi due programmi è la presenza proprio dello storico conduttore della rassegna canora, che ha svolto per anni il ruolo di direttore artistico per Bravo, Bravissimo; per il resto infatti, era lo stesso Tortorella a delineare, al pubblico e ai bambini che interpretano le canzoni, la differenza sostanziale per cui, allo Zecchino, in gara sono le canzoni non i solisti[2].

[1] M. Trevisan, intervista di E. Petraroli, R. Verde. Miriana Trevisan: “Non è la Rai ci sfruttava, lavoro non pagato”. marzo 1997

[2] S. Fumarola, “Per Striscia, Zecchino truccato”. La Repubblica, 19 novembre 1997

PARTE 6

Con gli anni 2000 vanno assottigliandosi sempre di più gli spazi riservati ai bambini sui canali generalisti. La RAI, in un processo di modernizzazione e riconsiderazione del target, è sempre più rivolta alle famiglie ed i bambini, dirottati dapprima da Rai 1 a Rai 2 e poi confinati su Rai 3, vengono trattati sempre più da ‘piccoli adulti’. A reggere sono solo pochi programmi, che con l’avvento dei canali tematici sono stati dirottati su questi ultimi, attualmente Rai Gulp e Rai YoYo. Tra questi il già citato L’Albero Azzurro, che al momento è uno dei pochissimi programmi ancora in produzione, seppur modificato nei contenuti e negli approcci, e la Melevisione, Melevisioneche dal 1999 al 2010 – e ancora in onda in replica – riesce ancora a mostrare ai bambini un mondo fiabesco, a loro misura, senza tuttavia rinunciare ai cartoni animati, direzionati ai più piccoli in una fascia pomeridiana che vedeva la concorrenza forte degli anime giapponesi di Italia 1 per i più grandicelli, e nemmeno ai messaggi forti. Negli anni, infatti, il Fantabosco è stato teatro di storie che hanno raccontato ai bambini temi come la separazione dei genitori, l’adozione, il lutto e perfino gli abusi in età pre-adolescenziale, grazie ad un intenso lavoro di scrittura e produzione che ha visto la RAI collaborare con diversi scrittori-psicologi e anche alcuni Ministeri del Governo GT_Ragazziitaliano[1]. Inoltre, baluardi dell’infotainment passati dalle reti principali ai canali tematici sono Tiggì Gulp, nato con il nome di TG Ragazzi a sua volta rubrica del TG3 nel 1998 e unico esempio italiano di pura informazione seria dedicato ai minori, e Art Attack (Rai 2, 1998), che invece rappresenta un unicum per la sua formula legata indissolubilmente al suo conduttore, Giovanni Mucciaccia.

Art_AttackÈ interessante notare come tutti questi programmi, nati come trasmissioni di punta del settore RAI per i ragazzi ed entrati nell’immaginario di un’intera generazione per le loro peculiarità e per il loro stile, sempre in cerca di un riscontro dal proprio pubblico tramite la posta anche elettronica e tramite le pubblicazioni di periodici, siano pian piano state confinate, destando ad oggi il dubbio ai meno attenti se essi siano ancora esistenti o se il tempo li abbia cancellati definitivamente dal piccolo schermo.

La sparizione dalla programmazione è ciò che è successo, in fin dei conti, ai contenitori Mediaset; gli ultimi a chiudere in ordine temporale furono Ziggie e il Topo Gigio show (Italia 1, rispettivamente dal 2002 al 2005 e dal 2005 al 2006), entrambi condotti con l’ausilio dei pupazzi omonimi e che, in misura maggiore nel secondo caso, limitavano a pochi sketch dai limitati contenuti educativi la loro funzione, lasciando maggior spazio ai cartoni animati.
Anche le TV private hanno poi incentivato il passaggio ai canali tematici, in cui le fasce di programmazione sono spesso delineate anche a seconda del target di riferimento e, soprattutto, legate ai contenuti pubblicitari che possono essere trasmessi in alternanza agli episodi dei cartoni o dei telefilm. Mediaset ha lanciato nel 2004 l’esperimento Boing, che ad oggi si è allargato con l’avvento nel 2011 del derivato Cartoonito, che al pari di Rai Gulp e Rai YoYo sono differenziati per rivolgersi ad un pubblico di bimbi in età prescolare – rispettivamente i primi – e in età scolare e pre-adolescenziale – i secondi.

A questa divisione va però aggiunta la considerazione che vede, per quanti riguarda la RAI, un impegno seppur minore rispetto ai decenni passati nella produzione di nuovi contenuti, grazie alla co-produzione di serie animate – tra le più note, Winx Club (Rai 2, 2004) e

Spike Team (Rai 2, 2010) – e di programmi che vanno ad aggiungersi al longevo L’Albero Azzurro, come Pausa posta (Rai Gulp, 2008) o La posta di YoYo (Rai YoYo, 2012), entrambi dedicati al rapporto diretto con il giovane pubblico, coinvolto tramite la lettura delle loro lettere ed e-mail; d’altra parte i canali Mediaset si strutturano come semplici contenitori, in cui la produzione originale è pressoché assente. La concorrenza viene così relegata alle pay-TV satellitari o non, in cui Mediaset lascia ancora una volta la parte produttiva per dedicarsi all’acquisto di prodotti esteri, soprattutto americani: al momento l’unico canale disponibili ai clienti della piattaforma Mediaset Premium è Cartoon Network, lanciato nel 1992 negli Stati Uniti, mentre sono stati ceduti a Sky Italia i diritti di trasmissione dei canali Disney – Disney Channel, Disney Junior, Disney XD i più famosi – che, come si può immaginare, trasmettono le produzioni della Walt Disney Company. In aggiunta, Sky può ad oggi contare sulla produzione del gruppo DeAgostini, che pur presente anche in chiaro con il canale Super!, realizza contenuti dinamici e innovativi sui canali a pagamento DeA Kids e DeA Junior, in cui trasmissioni come XMakers e Undergames (DeA Kids, rispettivamente dal 2015 e dal 2016) rinnovano continuamente linguaggi e messaggi per affascinare il loro pubblico, utilizzando stampanti tridimensionali per realizzare nuovi prototipi di ogni genere a partire da oggetti d’uso quotidiano – nel primo caso – o riproponendo la dinamica del game-show con squadre di ragazzini coinvolti in prove fisiche ed intellettuali contestualizzate in diverse epoche temporali – nel secondo esempio.

In questo tipo di canali dedicati, poi, bisogna considerare l’assoluta rimozione dei vincoli orari. Per quanto infatti ogni emittente stenda una sua programmazione, e nei casi dei canali tematici queste programmazioni non sono particolarmente concorrenziali visti i diversi target di riferimento e la diversa accessibilità, il palinsesto da creare è estremamente prolungato per una produzione così particolare, così che per riempire le 24 ore – visto che nessun canale, al giorno d’oggi, sospende trasmissioni anche negli orari notturni – viene mandato in onda un numero altissimo di repliche, fino ad arrivare a trasmettere gli stessi episodi più volte al giorno per permettere a chiunque di non perdere quel determinato segmento di storia; questa dinamica non fa che enfatizzarsi poi grazie all’uso delle versioni +1 dei canali, che su un’altra frequenza trasmettono gli stessi contenuti con una differenza di un’ora, e soprattutto grazie alle piattaforme multimediali da cui accedere a moltissimi contenuti in streaming. Ad un analisi dunque di ciò che, in una settimana, ognuno di questi canali trasmette, il numero di ‘prime visioni’ si riduce inesorabilmente, lì dove la creatività dei produttori e degli artisti non può sopperire alla vastità dell’offerta che le emittenti hanno bisogno di proporre e, soprattutto, dove anche i fondi per l’acquisto o la sovvenzione per la creazione di eventuali prodotti originali hanno un limite. Le produzioni che hanno la capacità di coinvolgere i bambini in modo diretto, così, scendono allo stesso modo e la presenza di protagonisti nelle trasmissioni, come si è visto, è ora limitatissima ed è sfruttata in modo tale che sempre minore è la sensazione dei piccoli telespettatori di sentirsi rappresentati 83184_LOGO_UNDERGAMES_alta_fondoVIOLAo di potersi rispecchiare nei loro coetanei che partecipano a questi pochi programmi. Sulla spinta del successo di Bravo, Bravissimo Mediaset ha evitato con cura di riproporre lo stesso format e invece di giochi più o meno adatti all’età – come invece succede per Undergames su DeA Kids – riprende la competizione tra bambini e pre-adolescenti virtuosi, nel specifico nel canto; tralasciando le dinamiche e le dispute che questi programmi-fotocopia hanno creato e di cui ci occuperemo più avanti, basti citare l’autore Roberto Cenci dietro a due programmi che, a distanza di due anni hanno riportato i bambini sulle frequenze di Rai 1 e Canale 5, addirittura in prima serata, con Ti Lascio Una Canzone e Io Canto. Benché ci sia una differenza ‘pro forma’ tra i due, con lo show RAI che tende all’impostazione Zecchino D’Oro in cui è la canzone che vince, non il cantante, mentre Mediaset ha esplicitamente messo in concorrenza le voci dei suoi piccoli concorrenti, la spettacolarizzazione delle esibizioni e la presenza in altre importanti trasmissioni che ha messo in vetrina i campioni di entrambi gli show hanno creato negli anni degli sporadici fenomeni, dei quali al momento sono rimasti in auge solo i tre ragazzi de Il Volo, lanciati proprio dalla Clerici su Rai 1 e, così facendo, dando ‘de facto’ l’impressione di una gara che tende a far emergere, anche in questo caso, il talento dei ragazzi.

È da questi programmi che nasce la considerazione su che tipo di bambini siano al momento presenti nelle trasmissioni televisive italiane e su quali siano i modelli che queste trasmissioni lasciano in eredità agli spettatori più giovani: i diversi stili di queste diverse competizioni canore, insieme ad altri talent che sul modello di Bravo, Bravissimo continuano a proporre – anche – bambini e ragazzi come fenomeni da mostrare e incensare sono non solo molto lontani dai modelli che la televisione stessa voleva proporre quando nacque e cominciò a riconoscere le proprie potenzialità educative, ma sono allo stesso tempo oggetto di critiche da parte di esperti del settore della didattica attraverso i media contemporanei e sempre più fonte di ispirazione per i ragazzi che, spettatori sempre più soli davanti allo schermo, vi si appassionano[2].


 

[1] A. Pellai, B. Tamborini, Storie del Fantabosco, 3 vol. Trento: Erickson, 2008-2011

[2] G. Gambassi, “CENSIS: minori troppo soli davanti a tv e internet”, Avvenire, 18 marzo 2015

 

PARTE 7

Il genere televisivo dell’intrattenimento è stato da sempre supportato da giochi e sfide, di diversa natura, le quali oltre a svolgere la funzione di intrattenere appunto il pubblico da casa pone i concorrenti in posizioni di rivalità che, quasi sempre mantenuta su accettabili livelli di sportività e correttezza, riescono a catturare l’attenzione e a schierare gli spettatori a l’uno o l’altro concorrente, o squadra, per cui inevitabilmente si crea una dinamica di tifo per quanto più o meno marcata.

Nel contesto più limitato delle trasmissioni create per un pubblico di bambini o adolescenti, spesso le competizioni sono rese appetibili tramite la partecipazione di pari età che si sfidano, magari in ambienti e con modalità che tendano a non rimarcare in modo particolare gli aspetti competitivi per preferire la prospettiva ludica; tuttavia, non sempre nella televisione italiana questo tipo di visione e di attenzione è stata tenuta in considerazione, tanto che si possono prendere in esame diversi programmi che, soprattutto nel recente passato, hanno rischiato di trasformare i minori che vi partecipavano in concorrenti agguerriti più di quanto a volte non lo siano i loro corrispettivi adulti.

A questo proposito si possono segnalare diversi speciali dedicati all’infanzia e all’adolescenza di programmi pensati per gli adulti, come ad esempio L’eredità (Rai 1, 2002), che ha organizzato diverse puntate con protagonisti i bambini, soprattutto il periodo natalizio della nella stagione televisiva 2011/2012 e, a dicembre dello stesso anno, uno speciale ‘crossover’ in cui i concorrenti della trasmissione furono i ragazzini già concorrenti del talent Ti lascio una canzone, del quale parleremo più approfonditamente più avanti; esperimenti simili sono stati tentati anche da altri programmi di tutte le reti, tra cui Quiz show (Rai 1, 2000-2002) e Sarabanda (Italia 1, 1997-2004).

In realtà, in questo momento storico, c’è una tendenza alla misura che la competizione – televisiva – dei minori debba essere in qualche modo tutelata o comunque non esasperata come avviene in altri contesti: per questo, il declino creativo della televisione, italiana in particolare, si affida quasi esclusivamente a formule che ben poco hanno di originale e che invece non nascondono imitazioni e adattamenti di format già collaudati, tanto che anche i bambini spesso vengono introdotti in trasmissioni che non sarebbero dedicate a loro. Esempio lampante è quello dei talent di nuova generazione, con i giudici ‘popolari’ a decretare o meno il successo di un artista: sia Italia’s got talent (Canale 5, 2009, dal 2015 su Sky) sia Tu sì que vales (Canale 5, 2014) hanno più volte ospitato ragazzini che, seppur talentuosi e spesso aiutati dalla loro dolcezza infantile, finivano prima o poi invischiati nella competizione ed eliminati, a favore di qualche adulto che anche senza essere per forza più ‘bravo’ possiede una capacità interpretativa o una possibilità di elevazione del coefficiente di difficoltà che manca ai più piccoli, che invece portano fin da subito tutte le loro energie e capacità alla prima fase eliminatoria.

Nella stagione 2016-2017, in particolare, sembra però iniziare un’inversione di tendenza, che cerca di recuperare almeno in parte la contestualizzazione specifica per la fascia d’età: così tutte e tre le grandi aziende televisive italiane hanno programmato nel proprio palinsesto un format dedicato ai bambini, dove le fasce d’età si scostano di poco tra l’inizio dell’età scolare e l’adolescenza. Mediaset, che già dalla stagione precedente aveva portato in Italia il format spagnolo Pequeños gigantes (Canale 5, 2016), che con la formula di esibizioni valutate singolarmente ma poi sommate e classificate per squadra aveva già provato a limare la gara tra i piccoli concorrenti, proverà quest’anno ad affidare i giovani aspiranti talenti al format americano Little big shots (Canale 5, 2016). In questo programma, secondo l’idea originale, l’intrattenimento è dato dalla combinazione delle esibizioni prodigiose dei bambini unite alle interviste che il conduttore intavola con i partecipanti, in una modalità già comunque vista anche in Italia nell’irriverente Chi ha incastrato Peter Pan?. Accanto al nuovo programma di Canale 5, troviamo due format simili ma con finalità diverse. Sulla RAI, al momento, l’unica attività prevista poggia sulla raccolta fondi per l’UNICEF, così che la solidarietà farà da sfondo alla gara di bambini talentuosi in Prodigi (Rai 1, 2016), che consisterà però in un unica serata. La differenza, almeno alle informazioni arrivate fino ad oggi, è che solo nel caso dello show sulla TV pubblica sono previsti dei premi, sotto forma di borse di studio, che saranno attribuiti ai vincitori delle categorie che a questo punto si ritroveranno, volenti o nolenti, in gara l’uno contro l’altro.

Di corredo SKY proporrà sul proprio canale generalista uno spin-off di Italia’s got talent, ovvero Kid’s got talent (TV8, 2016) che invece nella propria presentazione sottolinea l’assenza della modalità di gara.

Ovviamente i tre casi appena citati dovranno passare al vaglio della visione, che confermerà o meno ciò che è stato presentato tra comunicati e qualche indiscrezione: certo è che poco o nulla sembra cambiato da quando la stessa agenzia umanitaria per i bambini, l’UNICEF, aveva patrocinato lo show Bravo Bravissimo ideato e condotto da Mike Bongiorno, nel quale i concorrenti, presentati singolarmente, dovevano sottostare alla competizione che seppur non ostentata faceva da collante del programma, che alla fine premiava con delle borse di studio il concorrente ritenuto più talentuoso.

Le produzioni televisive che sono state finora citate sono in realtà un sintomo di un modus operandi ben più largo, in cui vanno fatte rientrate a pieno titolo anche quelle trasmissioni che, ricreate attingendo a piene mani dai programmi per adulti, hanno posto i bambini nella condizione di sembrare più delle macchiette dei grandi verso i quali gli stessi conduttori enfatizzavano l’ispirazione: di questa tipologia fanno parte gli show canori, che come vedremo più avanti hanno una genesi alquanto peculiare, nati sui canali nazionali con Ti Lascio Una Canzone (Rai 1, 2008-2015) e proseguiti sulla TV commerciale con Io Canto (Canale 5, 2010-2013).

Entrambe queste trasmissioni hanno preso spunto da un’idea comune, non per niente sia lo show condotto da Antonella Clerici sulla RAI che quello di Gerry Scotti sulla rete ammiraglia Mediaset portano la firma del produttore Roberto Cenci: l’autore e regista televisivo, passato a più riprese dalla TV nazionale alle reti dell’emittente milanese, è stato ideatore di entrambe le trasmissioni, che come accaduto per molte altre tipologie di prodotti è stato riciclato da un’azienda all’altra con alcune piccole differenze di format che ne hanno giustificato e tutelato l’esistenza contro le accuse di plagio (che pure erano state lanciate a più riprese da diversi fronti).

Parlando di intrattenimento per bambini e citando le trasmissioni di canto a loro dedicate, entrambi questi programmi si pongono in maniera forte, per moltissimi aspetti antitetica, con una delle trasmissioni più longeve dell’intero palinsesto italiano, lo Zecchino D’Oro, che ininterrottamente dal 1959 propone sì una gara musicale per bambini, ma sottolineando l’importanza della competizione tra le canzoni, scritte da autori anche di spessore ma con testi e musiche dirette in modo specifico all’infanzia, e non tra i piccoli cantanti, i quali vengono selezionati con il ‘solo’ scopo di interpretare le canzoni insieme allo storico Piccolo Coro “Mariele Ventre” dell’Antoniano di Bologna che dal 1961 organizza il festival.

A questo proposito, si proverà ora ad analizzare le tre trasmissioni, partendo dapprima da un livello storico per poi parlare delle loro edizioni più recenti e dei loro sviluppi; l’attuale esclusione dai palinsesti di Io Canto e Ti Lascio Una Canzone è avvenuta in anni abbastanza recenti, con l’ultima edizione del programma della Clerici che è stata trasmessa nel 2015, mentre Scotti ha chiuso il proprio nel 2013, così che è possibile contestualizzarli nell’attualità della televisione italiana senza che essa, negli ultimi tre anni, abbia visto particolari cambiamenti o innovazioni che possano pregiudicare la coerenza storica di ciò che si andrà dire riguardo a questi programmi.


 

PARTE 8

Cominciamo parlando del programma nato per primo, ossia quello pensato e diretto – per le prime due edizioni, 2008 e 2009 – da Roberto Cenci, noto autore e regista televisivo.
Alla base di questo programma c’è l’idea che i grandi autori della musica italiana e straniera possano affidare un loro grande successo alle giovani generazioni, come eredità musicale da cantare e da fare propria come bagaglio culturale per le giovani promesse del canto; proprio da questa impostazione il titolo, oltre a trasmettere implicitamente questo messaggio, riprende quello di una famosa canzone di Gino Paoli, la quale, riarrangiata, verrà usata come jingle di entrata e uscita pubblicitaria per tutte le edizioni del programma.
La prima edizione vede per protagonisti 22 giovani cantanti, dai 10 ai 16 anni di età: il format, in fase sperimentale, prevede appena cinque puntate, di cui quattro eliminatorie e una finale, in cui le quattro canzoni più votate delle prime quattro serate vengono riproposte e votate nuovamente, così da decretare la canzone vincitrice dell’edizione. Il programma, sempre condotto dalla Clerici, è maturato negli anni, senza tuttavia snaturare la propria idea di fondo, per cui alla fine di ogni edizione viene premiata la canzone preferita. Bisogna tuttavia considerare che, in molti casi, il cantate – o il gruppo di cantanti, visto che nei vari anni la produzione ha provveduto a variare gli schemi, creando gruppi di ragazzi o usandone di già formati prima della trasmissione – influenza in modo abbastanza importante il giudizio della giuria o del televoto. Ciò che è sostanzialmente cambiato invece nelle diverse edizioni è la presenza – e l’importanza – della giuria: se infatti nelle prime edizioni essa era deputata all’assegnazione di un premio speciale ad una canzone per ogni puntata, funzione non collegata alla gara in senso stretto, nel tempo è stata invece integrata al televoto, ruolo che ha portato i giurati a commentare le esibizioni e, inevitabilmente, fare annotazioni positive o negative, cosa che nelle prime edizioni veniva saggiamente evitata smorzando così i toni della competizione.
D’altronde, i palchi su cui la manifestazione si è svolta, pur spostandosi in ben tre luoghi diversi, hanno mantenuto intatta una scenografia ed una contestualizzazione adattissima per uno show del sabato sera del più importante e seguito canale nazionale, ma allo stesso tempo in cui i bambini sono sempre stati posti come se fossero degli adulti: nella prima e nella seconda edizione, in particolare modo, il palco che ha ospitato lo show è stato quello del teatro Ariston di Sanremo, del quale non c’è bisogno di specificare l’importanza, il fascino e la soggezione che mette perfino negli adulti, per non parlare di bambini o ragazzi.
Gli elementi di costruzione del programma, decisamente votato ad un pubblico generalista, sono rimasti gli stessi anche nelle altre location, ovvero l’Auditorium RAI di Napoli – terza e quarta edizione – e l’Auditorium RAI del Foro Italico a Roma. E l’apprezzamento del pubblico, nei primi anni della trasmissione, ha avuto il – solo – risultato di ampliare il programma, tramite un aumento delle serate, progressivamente portate dalle cinque della prima edizione alle dodici dell’ultima, ma soprattutto grazie ad una serie di puntate-evento, inizialmente pensate per coprire un maggior numero di puntate senza esagerare nella diluizione della competizione in sé ma poi proposte come possibile alternativa ad un altrettanto progressivo calo degli ascolti, che seppur fisiologico di moltissimi programmi negli ultimi anni ha portato infine alla chiusura dello show dopo la sua ottava edizione.
Come già accennato in precedenza, dopo i primi due anni al timone del progetto RAI Roberto Croce si sposta a Mediaset, dove la riproposizione di un programma simile con una collocazione in palinsesto identica, quella del sabato sera, dovrebbe garantirgli un successo di pubblico per lo meno in linea con quello di Ti Lascio Una Canzone. Crea così il format di Io Canto, che tuttavia ha bisogno di staccarsi quel tanto che basta dalla kermesse della Clerici per evitare problemi legati ai diritti del programma originale, rimasti alla RAI. Questo nuovo programma, affidato allo stesso modo ad uno dei mattatori delle reti Mediaset, ovvero Gerry Scotti, prevede infatti una gara nel senso più stretto, ovvero quella tra i protagonisti, ragazzi tra i 7 ed i 16 anni; già strutturato in dieci puntate dalla prima edizione, prevede un vero e proprio percorso, portando all’ultima puntata i cantanti più apprezzati dal pubblico e dalla giuria, ed un premio da attribuire al giovane cantante che, nella puntata finale, risulti vincitore, ovvero uno stage presso la New York Film Academy. Già da questi primi dettagli si possono notare alcune sostanziali differenze tra i due show; nonostante questo, i numerosi punti di somiglianza non hanno sicuramente aiutato la produzione Mediaset, che non riesce a replicare il successo di pubblico della prima edizione, come invece aveva fatto Ti Lascio Una Canzone, ed il programma chiude con due anni di anticipo rispetto al collega dopo la metà delle edizioni, quattro.
Da queste edizioni si possono però prendere numerosi spunti per poter effettuare un analisi comparativa: gli show dei due canali nazionali più importanti, l’uno nel servizio pubblico e l’altro nella maggiore emittente privata,  pur essendo stati più volte accostati allo Zecchino d’Oro, non possono tuttavia essere paragonati direttamente alla ben più storica kermesse di musica per bambini, della quale si parlerà più avanti. Per il momento, si proveranno a confrontare i primi due, per poi passare ad un confronto più ampio tra le tipologie di programma, che per durata, musica proposta e contesto scenografico ma anche in palinsesto, differiscono in molti più punti.

PARTE 9

Per analizzare due programmi che nella loro storia, per quanto breve, sono maturati cambiando alcuni aspetti della loro costruzione, si è deciso di partire da una puntata tipo delle rispettive ultime edizioni; nello specifico, si è scelto di partire dalla seconda puntata dell’ottava stagione di Ti lascio una canzone e dalla quarta puntata della quarta stagione di Io canto: la scelta è stata compiuta in virtù del fatto che in queste puntate le fasi preliminari dei programmi – soprattutto nel secondo caso – o comunque i meccanismi della trasmissione erano già stati spiegati ed assimilati dal pubblico, per cui la trasmissione è stata affrontata nella maniera più consueta possibile da conduttori, partecipanti e ospiti. In ogni caso, gli spunti tratti da queste puntate potranno aiutare nel più ampio studio dei due prodotti televisivi, facenti parte come detto della più ampia famiglia degli show d’intrattenimento del sabato sera.
Ad una prima analisi delle puntate selezionate, lo show Mediaset risulta più leggero del suo rivale, almeno in quanto a durata: 2 ore e 22 minuti contro le 3 ore e 4 minuti di Ti lascio una canzone; va però sottolineato che, nell’ultima edizione del programma della RAI, è stata introdotta una competizione parallela denominata BIG che vede in gara ex concorrenti maggiorenni di passate edizioni, della durata di circa mezz’ora, che consente di sforare il limite della mezzanotte imposto dalla regolamentazione del lavoro minorile_.
Entrambi i conduttori, seppur in modi leggermente differenti, usano in maniera esplicita la definizione di ‘talent show’ durante la presentazione del programma o nelle formule di uscita o rientro pubblicitarie; nonostante questo, la Clerici usa più volte il termine ‘luna park’ per definire l’atmosfera molto casalinga che caratterizza il suo stile di conduzione, non solo in questo frangente, mentre Scotti spesso si lascia trasportare da gag insieme agli ospiti per tenere alta l’attenzione e la percezione di divertimento associata al programma stesso. A questo proposito, è importante sottolineare come i due padroni di casa si approccino ai piccoli protagonisti, confronto piuttosto equilibrato visto che le età dei partecipanti nelle rispettive ultime edizioni vanno dagli 8 ai 17 anni nello show RAI e dai 7 ai 16 per quello Mediaset: sebbene Antonella Clerici conservi come detto uno stile di conduzione che punta sulla familiarità e sulla creazione di un atmosfera giocosa, in più occasioni si nota come siano state preparate con i bambini le poche battute che la conduttrice tiene a scambiare con loro, tanto che i più piccoli rischiano spesso di incespicare nelle pur semplici risposte imparate a memoria; dall’altra parte, l’apparente trasporto comico di Gerry Scotti non si materializza quasi mai con i concorrenti, tanto che essi vengono chiamati sul palco, brevemente introdotti e congedati non appena terminano la propria esibizione, con atteggiamenti che a volte rasentano quasi la bruschezza.
Passando ai momenti specifici dei programmi, Ti lascio una canzone ha conservato nel corso di tutte le sue edizioni la sigla, che è un medley di quattro canzoni che vogliono essere in qualche modo le tre sfaccettature del programma stesso: dopo la prima introduzione musicale, che è il già citato ri-arrangiamento della canzone di Gino Paoli Ti lascio una canzone, un ‘romantico’ duetto tra due dei più piccoli concorrenti sulle note di Qualche stupido ti amo – release italiana del successo Somethin’ stupid di Frank Sinatra – seguito dal brano allo scopo di contesto Noi, ragazzi di oggi di Luis Miguel cantato dall’ensemble dei partecipanti alla gara e dalla cover di Buonasera, buonasera di Sylvie Vartan, già sigla di Doppia coppia (Programma Nazionale, 1969-1970) cantata dalla Clerici, che per sua stessa ammissione è stonata e dunque si esibisce su una traccia in playback sensibilmente aggiustata in post-produzione. Dall’altra parte, Io canto, che nelle prime edizioni si era affidato a diverse interpretazioni dell’omonimo successo di Riccardo Cocciante, non propone la sigla ma un breve jingle accompagnato dalla grafica del titolo per entrare subito nel vivo della competizione. Anche in questo caso, l’attenzione ai partecipanti sembra diversa: nel primo caso, tutti i bambini vengono coinvolti, almeno a livello corale, mentre dall’altra ai concorrenti viene lasciato il solo spazio dell’esibizione vera e propria.
Restando nel tema dei rapporti dei conduttori con le presenze in studio, è necessario soffermarsi anche sulla composizione e sui ruoli degli ospiti fissi. Lo show di Rai 1 chiama infatti a giudicare le performance dei giovani cantanti personalità del mondo dello spettacolo; come sottolineato in precedenza, nel corso delle edizioni del programma la giuria ha avuto una crescente importanza, e nell’ultima edizione il ruolo è stato assegnato a Fabrizio Frizzi, Lorella Cuccarini, Chiara Galiazzo e Massimiliano Pani. La prima considerazione riguarda la varietà di figure professionali: l’intento è chiaramente quello di avere giudizi sui diversi aspetti delle esibizioni, per cui Frizzi, unico senza competenze musicali, è colui che valuta gli aspetti più legati alle emozioni e allo ‘spettacolo’, Chiara può portare la sua pur breve carriera da cantante ma soprattutto la sua partecipazione ad un talent – avendo vinto la sesta edizione di X Factor (Italia) (Rai 2, 2008-2010, dal 2011 su Sky Uno) – e la Cuccarini svolge la funzione di una sorta di via di mezzo tra i due, con una lunga esperienza di spettacolo televisivo e teatrale alle spalle; l’esperto, nella composizione di questa giuria dovrebbe essere proprio Pani, produttore e compositore musicale, e in un certo senso dai giudizi emerge proprio questa superiorità di conoscenza degli aspetti tecnici del canto e della musica in generale. Allo stesso tempo, però, a tutti e quattro i giudici viene richiesta una buona dose di professionalità nel valutare le performance, anche in virtù del fatto che il loro giudizio conta per il cinquanta percento del voto finale, per cui in molti casi si sentono giudizi estremamente tecnici e particolareggiati sui cantanti; in questo caso, come diremo più avanti, vi è una netta distanza dal format dello Zecchino d’Oro, in quanto pur essendo entrambe delle gare di canzoni una giuria adulta è più facilmente condizionabile dall’esibizione e dal talento di chi la canta rispetto alla giuria di bambini che invece è chiamata ad eleggere la vincente della più vecchia competizione di musica per l’infanzia, sottolineatura confermata da alcune preferenze accordate dai giudici di Ti Lascio Una Canzone esplicitamente dettate da doti canore più convincenti o interpretazioni più sentite da parte dei giovani cantanti.
Per quanto riguarda Io Canto, invece, vi sono due livelli di interazione con gli ospiti fissi. Da un lato, infatti, nell’ultima edizione troviamo dei capi-squadra, tre esperti musicali, di cui Mara Maionchi e Claudio Cecchetto produttori e discografici, Flavia Cercato invece conduttrice radiofonica e opinionista televisiva; dall’altra, la giuria vera e propria, composta da Marcella Bella, Arianna Bergamaschi, Antonella Lo Coco, Maurizio Pica e Fio Zanotti. Tra cantanti, produttori e musicisti anche in questo caso i giudizi sembrano voler essere il più possibile oggettivi e ‘adulti’, in un certo senso, visto che nessuno dei personaggi in questione è prettamente votato alla produzione per bambini: d’altro canto, la trasmissione è esplicitamente basata sulla competizione tra i singoli partecipanti, che non a caso non si esibiscono mai insieme ad altri ‘avversari’ – a differenza del talent della Clerici, che a volte costruisce duetti, gruppi o band. Nel caso del programma di Canale 5, in ogni caso, i commenti espliciti della giuria in quest’ultima edizione sono pochissimi, sporadici, mentre i capi squadra, proprio per la dinamica competitiva che li vede contrapposti, enfatizza sia in maniera implicita che esplicita la bravura dell’uno o dell’alto piccolo cantante nei confronti degli altri concorrenti, sia che si tratti di una prova per acquisire un nuovo componente della squadra sia che si tratti invece di una sfida per guadagnare punteggio in vista della finale di puntata. Nelle precedenti edizioni anche Io Canto aveva comunque invitato a far parte della giuria una varietà di personaggi del mondo della musica ma anche dello spettacolo in senso più lato, fatto che rendeva i giudizi spesso più misti e dettati da ragioni più varie, un po’ come notato nella puntata dello show della Clerici.
Presenze ulteriori agli ospiti fissi sono il richiamo di entrambi gli show: entrambi privilegiano ospiti che abbiano a che fare con il mondo della musica, anche se i segmenti a loro dedicati cambiano con il passare delle edizioni: se infatti per Rai 1 è sempre stata fondamentale, negli anni, l’interazione dei propri ospiti con i piccoli cantanti, nello spirito di passaggio ereditario delle canzoni, c’è da dire che anche su Canale 5 si sono visti moltissimi duetti tra i cantanti ospiti dello show ed i concorrenti; eppure, a Ti Lascio Una Canzone, spesso sono stati ospitate anche altre tipologie di personaggi famosi, attori e volti noti delle reti RAI, che più che cantare partecipavano a piccoli sketch comici o gag, mentre a Io canto venivano invitati quasi esclusivamente cantanti, ai quali era lasciato lo spazio per una esibizione personale.
Nelle puntate prese in considerazione, comunque, queste tendenze trovano solo in parte delle conferme, tanto che è possibile pensare che in nessuno dei due programmi ci fossero delle vere e proprie linee guida, ma solo degli stili che venivano adattati di volta in volta a chi le produzioni riuscissero ad invitare. Da una parte Ti lascio una canzone, nella puntata visionata, propone il cast della fiction Alex & co. (Disney Channel, 2015), puntando su un prodotto particolarmente appetibile per i concorrenti e gli spettatori più giovani anche se probabilmente meno conosciuti dalla maggior parte del pubblico adulto della trasmissione, mentre Io canto punta su un grande nome della musica leggera italiana contemporanea, Nek. La grande differenza di target cui l’ospite viene proposto è sottolineata anche dall’interazione con i piccoli protagonisti della trasmissione, che nel programma di Scotti è completamente assente mentre è parte integrante del segmento-ospiti su Rai 1, con – anche in questo caso preparatissime – domande da parte dei ragazzi agli ospiti. È evidente dunque che quasi tutti i segmenti delle trasmissioni siano votati alla musica, leggera o tratta da spettacoli e prodotti televisivi all’interno del mondo della musica, creando una coerenza interna a prescindere da ciò che l’ospite possa fare o non fare con i piccoli protagonisti degli show.
Le considerazioni sul trattamento riservato ai concorrenti ai programmi non può infine che essere sottolineato dalla messa in scena. Entrambi i programmi, infatti, propongono delle scenografie televisive estremamente moderne ed in linea con i più grandi show di qualsiasi genere, con giganteschi ledwalls alle spalle del palcoscenico rialzato, numerose tribune per gli spettatori ed un’orchestra live, sebbene su Rai 1 essa sia rimasta, con il passare delle edizioni, in una posizione più visibile rispetto a quella di Canale 5, sempre più nascosta nella scenografia. Tutti questi elementi vengono poi illuminati da una fotografia decisamente importante, che si differenzia nei colori preponderanti ma che cerca sempre l’arma della spettacolarità e della sorpresa, cercando di legare esibizioni, musica e luci in giochi visivi altrettanto degni dei più grandi show contemporanei. Per molti versi, sembra di rivedere in entrambi una struttura che richiama quella del Festival di Sanremo: se non fosse per la mancanza della consueta ed asettica formula di presentazione che contraddistingue la più famosa competizione canora nazionale per adulti, si potrebbe facilmente confondere gli studi televisivi Mediaset e gli Auditorium RAI con il palcoscenico dell’Ariston di Sanremo; come detto, nel caso delle prime due edizioni di Ti lascio una canzone, la confusione era resa ancora maggiore dal fatto che si trasmetteva proprio dal palco della kermesse più longeva della televisione nazionale. Nell’uno come nell’altro caso, il pubblico ospita quasi solo adulti, comprendendo i genitori dei piccoli partecipanti ai quali viene sporadicamente riservato un piccolo spazio di inquadratura e comunque mai una vera e propria interazione.
Nel prossimo paragrafo si proverà ad applicare tutti gli elementi che sono stati utili al fine di analizzare le due trasmissioni anche allo Zecchino d’Oro, per poi poter trarre alcune considerazioni sulle diverse tipologie di spettacoli televisivi.

PARTE 10

Come abbiamo visto, la sottocategoria che comprende i programmi in cui i bambini cantano in televisione non è strettamente legata al genere dell’intrattenimento per ragazzi, né si può dire che questi programmi siano accomunati dagli stessi intenti.

Da questo punto di vista, infatti, lo Zecchino d’Oro non può essere citato senza fare riferimento al particolare contesto in cui si è sviluppato, che come abbiamo visto l’ha discostato anche dal prodotto originario pensato da Cino Tortorella per le prime edizioni, quelle trasmesse dalla Fiera di Milano; la presenza di uno studio televisivo di tutto rispetto all’interno delle mura di un convento di frati francescani minori, decisamente unica nel suo genere, rappresenta già di per sé un elemento troppo particolare per non essere analizzato, vista l’influenza che ha esercitato ed esercita tuttora su un programma che, in altri contesti, avrebbe probabilmente assunto un’impostazione molto più simile a quella degli attuali ‘competitors’, Ti lascio una canzone e Io canto. Prima dunque di poter confrontare questi prodotti, c’è bisogno di  specificare la storia dietro ad una trasmissione decisamente più longeva rispetto agli altri programmi e che, soprattutto, non sembra del tutto legata alle logiche di ascolto televisive, almeno per quanto riguarda la riconferma annuale del programma giunto nel 2016 alla sua cinquantanovesima edizione e prossimo dunque all’importante traguardo delle sessanta e secondo, solo per edizioni e anni di trasmissione, al Festival di Sanremo.

Felice Tortorella è un giovane attore di teatro quando, nel 1956, si inventa il personaggio che avrebbe fatto la fortuna della sua carriera televisiva, il Mago Zurlì. Dapprima sui palcoscenici del Piccolo Teatro di Milano, a Tortorella viene ben presto chiesto il salto sul nuovo mezzo televisivo, creando già l’anno successivo un programma per bambini dal buon successo di pubblico, Zurlì, il mago del giovedì. Passano solo due anni e l’ormai sdoganato conduttore televisivo entra in contatto con gli organizzatori del Salone del Bambino di Milano per la creazione di uno spettacolo di musica specificatamente creata per i bambini: è così che, traendo spunto dalla favola di Pinocchio, il mago Zurlì crea il mondo dello Zecchino d’Oro, che già con le sue prime canzoni passerà alla storia: infatti alla prima edizione, nel 1959, partecipa il più vecchio tra i brani che ancora oggi vengono ricordati come i più famosi della tradizione dello Zecchino, ovvero Lettera a Pinocchio. Questo brano, cantato da una coppia di bambini durante la gara, è ben più conosciuto nella versione del più famoso Johnny Dorelli, che lo reinterpreta l’anno successivo con grande successo di pubblico.

Dopo le prime due edizioni, svoltesi con successo a Milano, problemi legati alla trasmissione televisiva costringono Tortorella a cercare un altro luogo adatto ad ospitare la manifestazione: è così che conosce i frati dell’Antoniano, già dotati di un teatro presso il quale ospitano gli spettacoli volti alla raccolta fondi per le loro opere di solidarietà. Ci vuole ben poco perché i frati, convinti della bontà del progetto, accettino di annettere alle loro strutture un vero e proprio televisivo, che entra in funzione nel 1965 in occasione della settima edizione.

Una delle svolte più importanti nel format, se già si può definire tale, dello Zecchino d’Oro avviene proprio nel 1961, quando all’arrivo a Bologna per Cino Tortorella nasce il problema di chi, lì nel capoluogo felsineo, possa insegnare ai bimbi le canzoni che vari autori avevano iscritto al concorso. La signorina Mariele, come la chiama sempre affettuosamente il conduttore, diventa in poco tempo l’altra icona della trasmissione, dapprima curando le interpretazioni dei solisti per poi occuparsi anche della formazione e direzione di un coro, quel Piccolo Coro dell’Antoniano che ancora oggi porta il suo nome. Mariele Ventre, diplomata in pianoforte e concertista mancata, ex-catechista presso il convento, è la vera artefice del successo musicale della trasmissione, a cui ogni anno arrivano sempre più canzoni e sempre più richieste di partecipazione.

Gli anni importanti nella storia della trasmissione sono ancora tanti: nel 1969, lo Zecchino d’Oro festeggia per la prima volta la messa in onda in Eurovisione, ma è nel 1976 che la kermesse raggiunge la connotazione di competizione internazionale grazie al patrocinio dell’UNICEF: quattordici canzoni, di cui metà straniere e metà italiane, spartizione che rimane in atto fino alla cinquantesima edizione, nel 2007. Negli ultimi anni, l’apporto di canzoni straniere non è più specificatamente tutelato a vantaggio di un’unica competizione in cui le canzoni straniere possono essere selezionate senza tuttavia che esse debbano avere un numero equivalente o comunque pre-costituito. I bambini arrivano da tutto il mondo, basta pensare che negli anni sono arrivati piccoli cantanti a rappresentare l’Australia e lo Zimbabwe, le isole Seychelles e il Nicaragua, per un totale di novantaquattro paesi dal 1976 ad oggi.

A livello televisivo, dopo l’Eurovisione, il più importante cambiamento avviene nel 1987, quando in occasione del trentesimo Zecchino la puntata finale viene spostata dal pomeriggio alla prima serata, che Rai Uno dedica alla trasmissione fino 2000. Da allora, anche la finale ha ripreso la sua posizione nel palinsesto nel pomeriggio di Rai 1, collocazione valida ancora oggi sebbene nel 2016 sia notevolmente cambiata la scansione, deconcentrando il concorso storicamente svolto nell’arco di pochi giorni – solitamente dai tre ai cinque – consecutivi per arrivare ad occupare quattro sabati, anche a causa di un calo di ascolti che negli ultimi anni è stato sempre più vistoso.

Per poter operare un confronto con le trasmissioni che sono state citate, serve ora prendere in esame una particolare edizione, anche a causa delle evoluzioni che il concorso – e di conseguenza l’organizzazione delle puntate – ha avuto negli ultimi anni.

Anche in questo caso, prendiamo in considerazione una puntata tradizionale, senza spiegazioni di meccanismi o particolarità da finale, considerando l’edizione più recente e – per coincidenza – più simile al format degli altri programmi, la seconda della 59° edizione, svoltasi tra novembre e dicembre del 2016.

Una prima particolarità che contraddistingue lo Zecchino, anche dal suo stesso passato, è la presenza di due conduttori dal bagaglio d’esperienza estremamente ridotto e difficilmente paragonabile a quello di due pilastri della televisione italiana contemporanea come Scotti o la Clerici; la coppia in questione è composta da Francesca Fialdini, giovane volto di Rai 1 con esperienza soprattutto al programma A Sua immagine (Rai 1, 1997)  per cui è inviata dal 2005 al 2013, e attualmente al timone di Unomattina (Rai 1, 1986), insieme a Giovanni Caccamo, giovanissimo cantautore già vincitore delle ‘nuove proposte’ nell’edizione 2015 del Festival di Sanremo e al debutto come conduttore.

Da queste premesse è difficile contestualizzare la loro conduzione definendola in modo chiaro, anche dato il pochissimo spazio che essi hanno a disposizione tra un’esibizione e l’altra. La puntata infatti, anche vista la collocazione pomeridiana, dura 1 ora e 54 minuti, così che il ritmo è molto più spedito e si ricorre in maniera ridotta alla capacità interlocutoria dei conduttori o degli ospiti, privilegiando la musica.

Già a partire dalla sigla, scritta appositamente per il programma, l’intento è quello di fidelizzare il pubblico ad una trasmissione dalla programmazione molto più ridotta, rispetto a quella dei talent di cui sopra che invece potevano disporre di qualche mese per costruire e ritrovare negli anni un pubblico di riferimento; da questo punto di vista, non vi è infatti una correlazione tra il numero di edizioni che i programmi hanno avuto prima di quella analizzata, anche e proprio perché il pubblico che segue uno show del sabato sera è sempre stato differente da quello che può accedere alla televisione nella seconda metà del pomeriggio nei giorni feriali. Inoltre, come diremo tra poco, lo stile dello Zecchino d’Oro privilegia in modo quasi esclusivo il target composto dai coetanei dei partecipanti, tra i 4 e i 10 anni circa, limitandosi a porre qualche breve intermezzo che possa interessare, in modo comunque marginale, anche gli adulti che guardassero con i propri figli o nipoti la trasmissione: difficilmente infatti questa gara canora intrattiene davanti agli schermi televisivi un pubblico composto solo da adulti a meno che essi non siano esperti del settore o appartenenti a categorie professionali per cui l’infanzia è un interesse lavorativo più che legato a forme di intrattenimento. In questo modo, il pubblico infantile è soggetto a una rivoluzione totale molto più rapido di quello composto da adulti o comunque da una fascia d’età ben più ampia.

Un’altra peculiarità che differenzia la trasmissione dell’Antoniano dai talent per ragazzini è l’assenza di un’orchestra dal vivo – esperimento tra l’altro tentato nell’edizione 2014, senza tuttavia riscuotere il successo aspettato – ed invece la presenza storica del Piccolo Coro “Mariele Ventre”, la scuola di canto corale che ha sede proprio all’Antoniano e che come abbiamo visto dalla quinta edizione del programma accompagna i piccoli solisti; il coro, composto per l’appunto da bambini fino ai 12 anni circa, viene in modo particolare indicato come il vero filo conduttore del programma, se ne ricorda l’importanza in più momenti della trasmissione e svolge una funzione fondamentale nell’intento solidale del programma. A questo proposito, tornando alla puntata in esame, lo Zecchino d’Oro risente in modo particolarmente evidente della struttura che lo ospita e dedica quasi tutti gli spazi non musicali all’Operazione Pane, che in quest’edizione raccoglie fondi in favore delle mense Francescane d’Italia, tra cui quella che ha sede proprio all’Antoniano, in favore dei bisognosi. Forse è questa l’altra caratteristica fondamentale che differenzia le due tipologie di programmi, visto che lo Zecchino è diventato negli anni inscindibile dai progetti solidali. Francesca e Giovanni passano addirittura tutta la puntata con l’adesivo che ricorda il numero solidale attaccato ai vestiti e la grafica lo ricorda in più momenti.

Anche gli ospiti della trasmissione vengono coinvolti in questa campagna di sensibilizzazione, per quanto anche questa produzione abbia voluto portare qualche ospite con la libertà di fare quello che è a loro più congeniale. In questa puntata, il duo comico composto da Antonello Dose e Marco Presta, già conduttori de Il ruggito del coniglio (Radio 2, 1995) viene infatti chiamato ben poco in causa rispetto ai contenuti canori della puntata, a cui i due rispondono comunque con vaghi aggettivi che non scontentino nessuno; il loro contributo viene richiesto invece in due aspetti fondamentali del programma: uno è appunto la raccolta fondi attraverso il numero solidale, ricordato più volte anche con alcune gag tipiche dei due conduttori radiofonici, l’altro invece è l’interazione con i social, caratteristica che il programma per bambini ha provato ad implementare negli ultimi anni anche con discreti risultati in termini di risposte ma che, indubbiamente, si rivolge più ai ‘grandi’ che seguo la trasmissione con i bambini, usando i mezzi tecnologici di cui i più piccoli non sono a disposizione, così come agli adulti d’altronde si rivolgono gli ospiti, sconosciuti ai bambini stessi.

Un’altra differenza rispetto ai programmi già analizzati che è importante sottolineare è che lo Zecchino, anche perché limitato da una capienza di pubblico ben minore rispetto agli studi che ospitano gli altri show di cui abbiamo parlato, preferisce riservare le sue tribune ad un pubblico esclusivamente composto da bambini, seguiti da un gruppo di ragazzi che svolgono la funzione di animatori i quali intrattenengono i bambini con alcuni semplici gesti per accompagnare le canzoni, fungendo quasi da coreografia sfruttata in alcuni momenti nel corso messa in onda. La scelta di lasciare ai bambini la platea in studio di certo aiuta nella contestualizzazione dell’intera trasmissione, in cui gli unici adulti visibili sono i conduttori e i loro ospiti.

Per quanto riguarda lo studio in sé, poi, l’Antoniano di Bologna dispone di uno spazio indipendente a cui dedica completamente la sua attenzione, fuori dai circuiti RAI e Mediaset nonostante la televisione nazionale possieda un centro di produzione nel capoluogo Emiliano. La disposizione, pressoché invariata nel corso della lunga storia della trasmissione, prevede tre zone di attenzione di cui una sola è il palco vero e proprio, anche se l’enfasi di cui dispone l’allungamento fino al centro dello studio nella scenografia attuale è notevole; le altre sono la zona coro sulla sinistra, che come detto ricopre un ruolo molto importante nella struttura e nell’esecuzione delle canzoni, e la zona giuria, che viene chiamata in causa quasi ad ogni intervallo o presentazione per interagire con gli ospiti che vi si sono accomodati o, per l’appunto, votare le canzoni. La giuria stessa è formata da bambini che guidati di volta in volta dai conduttori o dagli ospiti che fungono da ‘presidenti di giuria’ votano liberamente le canzoni, senza giudizi a parole, con le storiche palette che prevedono solo voti positivi, dal 6 al 10; nella puntata in analisi, in realtà, vengono usate delle palette speciali, dai colori delle medaglie olimpiche oro, argento e bronzo, con le quali viene costruita la classifica di puntata non valevole per l’assegnazione del premio finale.

A differenza degli show di prima serata, dunque, in questo caso ai bambini viene chiesto un giudizio molto più istintivo, per quanto vengano loro forniti i testi delle canzoni che li aiutino a seguirne i significati, ed è anche per questa ragione che, nel corso delle diverse puntate, i differenti gruppi di bambini invitati a valutare le canzoni spesso stravolgono le classifiche dei ‘colleghi’ presenti nelle altre giornate. Un indice poi che può influenzare altrettanto notevolmente il gradimento della giuria nei confronti dell’una o dell’altra canzone riguarda alcune modalità di presentazione di cui gli autori della trasmissione si avvalgono per vivacizzare le puntate: in quella presa in considerazione, ad esempio, ogni canzone viene inscenata con musicisti, ballerini adulti o bambini che, grazie ad appositi travestimenti, aiutano il pubblico a calarsi nel mondo dipinto dalle varie canzoni e dai loro testi. Con questi accorgimenti, la classifica decretata dalla puntata precedente di questa edizione viene stravolta, donando al concorso una patina di imprevedibilità.

Per quanto riguarda quindi la messa in scena della competizione, tutte e tre le zone d’enfasi sono circondate da una scenografia molto semplice e colorata con un led wall sul quale si compongono, più che gli spettacolari giochi di luci, grafiche disegnate e, talvolta, anche gli stessi cartoni animati ispirati alle canzoni, fungendo in un certo senso da ulteriore fulcro d’attenzione soprattutto per i presenti in studio. Nel passato, dopo le iniziali ambientazioni fiabesche date da Tortorella nei panni del Mago Zurlì e soprattutto dall’importanza che ricopriva la favola di Pinocchio in quanto legata alla storia degli ‘zecchini’, si è passati attraverso diverse modifiche, rimaste però sempre all’interno del mondo dei bambini tra giocattoli, giostre e cavalli a dondolo giganti come nel celeberrimo caso della partecipazione allo Zecchino di una giovanissima Cristina d’Avena[1].

[1] C. D’Avena, “Cristina d’Avena: «Tutta colpa di un cavallo di legno»”, Il Giornalino, n. 46, 19 novembre 1997

PARTE 11

Come le analisi hanno già in parte portato alla luce, sono moltissime le differenze tra gli show dedicati al grande pubblico di prima serata sulle ammiraglie delle aziende televisive, generalista e commerciale, rispetto al programma che invece, pur andando in onda sulla stessa prima rete RAI, dedica la sua attenzione ad una diversa fascia di pubblico e nonostante coinvolga all’interno del programma stesso protagonisti paragonabili per età e passione per il canto; in un certo senso questa frase si realizza completamente nel passaggio che alcuni piccoli interpreti dello Zecchino d’Oro hanno intrapreso, introdotti nei cast anche delle altre due trasmissioni dopo la loro partecipazione al festival per musica per bambini.
Le differenze che però si riscontrano tra i diversi format, pur nascendo da esigenze diverse, difficilmente tengono in considerazione la realtà specifica di chi è protagonista delle trasmissioni stesse, soprattutto in relazione al fatto che si pensa più spesso al pubblico, destinatario finale e giudice – ormai quasi insindacabile per le moderne dinamiche che intercorrono tra audience e finanziamenti – di qualsiasi produzione televisiva, rispetto a quanto non si pensi alle persone che, non avvezze alle dinamiche mediatiche, vengono coinvolte in un certo senso loro malgrado in un ambiente che non sempre gli si confà, soprattutto se queste ultime sono minori.
Per questo, ci si avvarrà per questo capitolo, oltre che dell’analisi effettuata nelle pagine precedenti e di alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa da parte degli addetti ai lavori, del contributo di alcune riflessioni condivise con alcune persone all’interno dell’Antoniano di Bologna, il direttore di produzione ed una delle autrici del programma.
Dai materiali così diversamente raccolti, è possibile procedere ad uno studio che, per quanto limitato dalla bibliografia ridotta, può aiutare a tracciare un quadro della situazione televisiva attuale per quanto riguarda la presenza di bambini che cantano in televisione.
Ovviamente uno dei primi percorsi che è possibile affrontare riguarda quei segmenti in cui i concorrenti o partecipanti vengono coinvolti in maniera diretta, ossia quelli musicali.

I TESTI
Come abbiamo già notato, sono tipologie musicali ben diverse quelle che vengono proposte, anche e soprattutto nella direzione di raggiungere i già citati target di pubblico di riferimento. Eppure, i bambini hanno pressappoco le stesse età e, di conseguenza, esigenze simili. Per evitare generalizzazioni rischiose, possono essere prese in considerazione in questo momento solo le canzoni che, all’interno delle trasmissioni Ti lascio una canzone e Io canto, vengono assegnate a concorrenti che siano in linea con l’età dei partecipanti allo Zecchino d’Oro, per cui non oltre i 12 anni.
Oltretutto, non sempre la differenza la fanno gli stili, i generi musicali affrontati; molto più spesso sono i testi a fare la differenza.
Nell’ultima edizione del programma di Gerry Scotti, i bambini entro i 12 anni hanno cantato canzoni d’amore, come Città vuota, originariamente cantata da Mina, o Una storia importante, di Eros Ramazzotti, per le quali i testi presuppongono una maggiore esperienza sentimentale di quella di un bambino di quell’età; come sottolinea il direttore di produzione dell’Antoniano , l’interpretazione di questi testi è molto distante dal vissuto quotidiano dei bambini, le cui esperienze di vita non sono ancora legate, quasi in nessun caso, a storie d’amore bensì solo in alcuni casi alle prime infantili cotte; d’altra parte, vengono assegnate ai bambini anche canzoni più ‘neutre’, come Don’t let the sun go down on me di Elton John o Let’s get loud di Jennifer Lopez, per le quali le difficoltà variano spostandosi sul livello vocale e sull’interpretazione a tutto tondo, quindi al modo di stare sul palco e alle espressioni.
Tra le esibizioni del programma, se ne possono trovare alcune particolarmente caratterizzanti: nella prima edizione, è interessante vedere come la produzione ha insistito con una coppia di bambini, peraltro entrambi passati dallo Zecchino d’Oro in edizioni diverse, composta da Liudmila Loglisci e Davide Caci. Conosciutisi proprio nel corso del programma e messi sul palco l’uno di fianco all’altra, hanno trascorso l’intera edizione ed anche parte della seconda a cantare canzoni d’amore, passando da La coppia più bella del mondo, originariamente della coppia Celentano-Mori, a Quando dico che ti amo, scritto da Tony Renis, con il quale vincono il premio della giuria della settima puntata. In questo particolare caso, come testimonia proprio la puntata in cui hanno vinto il premio della giuria, i due bambini all’inizio non avevano nessun tipo di sentimento l’uno per l’altra, se non il piacere di cantare insieme, tanto che alle provocazioni di Scotti che li definisce «la nostra ‘love story’» entrambi rispondo con dei secchi «no». Che poi, nel corso delle successive edizioni, Davide arrivi a scrivere una lettera d’amore, dai toni comunque puerili, per Liudmila, altrettanto sfruttata dalla trasmissione nella quinta puntata della terza edizione e suggellata dalla canzone Un copro e un’anima di Wess e Dori Ghezzi, sembra più una conseguenza cercata e costruita che non il compimento di sentimenti di cui ancora non sono pienamente padroni, avendo in questo momento rispettivamente 11 e 10 anni.
Ancora più caratterizzante dello stile di Io canto però è quella di Claudio Tropea, 9 anni, che proprio in apertura della quarta puntata della quarta edizione si esibisce sulle note di Billie Jean. La performance, già lanciata in modo particolarmente enfatico sia da Scotti che dalla caposquadra del piccolo protagonista, Mara Maionchi, vede il cantante trasformarsi in modo quasi parodico in Michael Jackson, il cui stile di canto ma soprattutto di ballo, con le sue mosse di bacino e ventre oltre che di gambe, non si addice particolarmente ad un performer così giovane; nonostante questo, Claudio viene osannato da pubblico e conduttore, tanto che alla fine la giuria lo premia con la vittoria della sfida. Il successo che questo particolare tipo di esibizione poteva suscitare è enfatizzato ancora di più quando, alla fine del programma, il bambino è stato nuovamente protagonista, salendo sul palco della sfida finale con un’altra eccentrica esibizione di ballo e canto sulle note di I feel good di James Brown. Davanti a quasi tre milioni di spettatori , dunque, il bambino diventa senza giri di parole uno spettacolo nello spettacolo, ‘sfruttando’ il suo essere esuberante e la sua comprensibile ma palesemente fomentata voglia di esprimersi. Questo particolare tipo di performance, che può sembrare quasi un numero da musical, è certamente incoraggiato per essere diretto in primis agli spettatori adulti del programma, i quali senza ombra di dubbio apprezzano molto di più questi bambini-mattatori di quanto non facciano i loro coetanei .
Nel talent della Clerici, allo stesso modo, nel corso delle edizioni sono state cantate canzoni d’amore come La prima cosa bella di Nicola di Bari o La solitudine di Laura Pausini, per le quali valgono le considerazioni fatte per la distanza tra il vissuto ed il cantato dei piccoli concorrenti di Io canto; oltre a queste, anche qui si ritrova qualche esibizione più leggera come quella sulle note de Il rock di capitan Uncino di Edoardo Bennato.
Come si diceva, i testi sono parte integrante e fondamentale nell’analisi del rapporto tra la produzione e i bambini che vi prendono parte. Prendiamo la già citata Una storia importante, affrontata da uno dei piccoli concorrenti di Io Canto: già sentire una ragazzina quasi adolescente cantare “non volevo così ritrovarmi già grande” sembra essere una forzatura, ma poi nel testo Eros Ramazzotti cantava “quante storie, quante compagnie” e ancora “questa vita mi disturba”; sono passaggi che anche alla più superficiale delle analisi non potrebbero mai essere state scritte da un bambino e in misura ancora più lontana scritte per un bambino. Parallelamente, a Ti lascio una canzone viene eseguito un testo che potrebbe sembrare più in linea con un artista giovane come La solitudine: “a scuola il banco è vuoto e Marco è dentro me”, “tra i compiti di inglese e matematica” sono frasi che una ragazzina potrebbe ritrovarsi a dire nell’immaginario più comune e stereotipato, tuttavia la potenza di alcune frasi, tra cui “non è possibile dividere la storia di noi due” sembra descrivere un trasporto sentimentale che difficilmente si confà ad un età inferiore ai 14/15 anni. Nel corso dell’edizione 2015 dello Zecchino abbiamo poi la riprova che è possibile, con le dovute attenzioni, parlare d’amore ad un pubblico più giovane: la commissione selezionatrice per la rassegna ha infatti consegnato ad una coppia di bimbi di 10 e 7 anni la canzone Una commedia divina. Per quanto venga chiesto ai bambini di interpretare, a modo loro, i due personaggi di Dante e Beatrice, la canzone racconta una storia d’amore che già si presenta come non personale e difficilmente sentita da qualsiasi possa esserne l’interprete – data la distanza soprattutto temporale ma anche di usi e costumi che separa la nostra contemporaneità dalla Firenze del 1200 – ma viene comunque trattata con parole giocose e mitigata da alcune attualizzazioni che, oltre a far sorridere i grandi, aiutano i più piccoli a immaginare quali fossero le difficoltà di Dante con la propria amata. A parte la sottolineatura importante che riguarda il lieto fine della canzone, diametralmente opposto alla storica versione di una Beatrice che muore precocemente prima ancora che il poeta possa conoscerla di persona, frasi come “sono proprio cotto, bollito, innamorato” hanno il senso stereotipato della percezione dell’innamoramento dal punto di vista dei bambini che lo vedono negli adulti intorno a loro, mentre il coro canta “sognare il Paradiso, vederlo nel suo viso” aiutando il giovanissimo pubblico a immaginarsi la relazione tra l’amore di Dante e l’opera che egli ha scritto, magari chiedendone conto proprio ai grandi con cui guardano la trasmissione.

LOGICHE DI MERCATO O PEDAGOGICHE?

In ognuno dei casi citati per le trasmissioni del sabato sera, il senso ultimo delle esibizioni risiede nella possibilità di gradimento da parte del pubblico variegato ma composto per la stragrande maggioranza da adulti, vista la collocazione in palinsesto da parte di entrambe le reti. Pur essendo il sabato il giorno in cui i programmi di prima serata possono essere dedicati anche ai più giovani, nella filosofia del genitore che permette al proprio figlio di restare alzato un po’ più a lungo visto il giorno di riposo dalla scuola che gli permette di poter dormire la mattina della domenica. Questo tipo di ragionamento viene riconosciuto e difeso dagli stessi conduttori. In una puntata del famoso talk show appositamente creato per discutere di programmi televisivi, TV talk (Rai Tre, 2005), andata in onda nel 2010 quando Io canto stava per l’appunto muovendo i suoi primi passi, la Clerici non solo smonta le polemiche di copiatura che lei stessa aveva precedentemente lanciato al programma di Canale 5, ma propone al collega una tregua aiutandolo a difendere i rispettivi programmi dagli attacchi della psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi. Nel corso della trasmissione condotta da Massimo Bernardini, i due divi televisivi hanno dovuto quantomeno a parole lodare i programmi concorrenti per rispondere alle accuse dell’esperta, che lamentava non solo testi non adatti fatti cantare ai bambini, ma soprattutto gli atteggiamenti e lo stress a cui essi venivano sottoposti.
In questi casi va presa come un dato di fatto l’alleanza di due programmi di per sé rivali, che risolta o meno la diatriba che li vede l’uno opposto all’altro hanno l’esigenza più impellente di parlare in difesa di un format; il fatto che i marchi registrati da Cenci per le due trasmissioni siano formalmente diversi non può, in questo caso, far parlare infatti di due format distinti. Non solo nelle due puntate prese precedentemente ad esempio, ma a più riprese nelle varie edizioni dei programmi si è infatti parlato di talent-show per categorizzare questi due programmi, e lo stesso Gerry Scotti, all’alba della prima edizione, aveva dichiarato che non avrebbe

«[…] avuto problemi a tenere lo stesso titolo (Ti Lascio Una Canzone, ndr.). Purtroppo, non si è potuto» .

Si può dunque dire, senza rischiare di essere eccessivamente grossolani, che, sempre con le parole dei conduttori a TV Talk, bisognasse tacere perché i programmi piacevano agli italiani. Come se questa fosse, a tutti i livelli, una considerazione da poter elevare a strenua e impenetrabile difesa delle trasmissioni.
A suggellare in modo inequivocabile questo tipo di ragionamento basta proprio la velocità e la facilità con cui Scotti parla della creazione di Io canto senza nascondere il palese richiamo a Ti lascio una canzone. Per quanto sia evidente, va sottolineato come questa operazione sia dettata da logiche di mercato votate alla costruzione di un pubblico, e quindi di ascolti, facili; programmi di successo vengono copiati in qualsiasi contesto, spesso mandandoli in onda con collocazioni in palinsesto, durate e atmosfere simili; ovviamente, questo procedimento costruito con lo scopiazzare ed il riproporre sotto una patina di novità quasi inesistente è ancora più forte nelle fasce orarie in cui il pubblico davanti ai televisori è al suo massimo, il che storicamente in Italia come in altri paesi equivale al cosiddetto prime-time, la prima serata, e ancora di più in un giorno come il sabato, in cui i telespettatori aumentano vertiginosamente. Gli introiti pubblicitari dipendenti quasi esclusivamente proprio dai dati dell’Auditel hanno costretto la televisione a «mettere in un angolo la strategia pedagogica »_ per privilegiare lo stile concorrenziale che inevitabilmente sconfina nella creazione di cloni, diversi solo in pochi dettagli.
Questo tipo di visione utilitaristica e drasticamente pragmatica sembra tra le altre cose essere l’opposto, almeno sul piano teorico, di quello che invece ha negli anni costruito la produzione dello Zecchino d’Oro. E non solamente sul piano delle canzoni, che nella puntata ed edizione presa in considerazione non possono che essere, come da tradizione dell’Antoniano, scritte appositamente per l’infanzia e che siano ispirate a valori etici, civili e sociali ; nel corso della trasmissione, infatti, non ci sono illuminazioni che mettano in evidenza il coro o i solisti – come invece capita nelle altre trasmissioni esaminate – ma soprattutto lo sguardo dei bimbi è perennemente rivolto alla direttrice del coro, Sabrina Simoni, tanto che questa come la classica postura con le braccia dietro la schiena è diventata nel tempo l’icona della trasmissione nonché la base di qualsiasi imitazione o parodia. Per i bambini, come specifica la stessa Simoni, rimane sempre un gioco diametralmente opposto alle dinamiche dei talent:

«[…] I nostri piccoli si esercitano 20 minuti al giorno per una settimana, poi sono in tv per cinque giorni con una canzone sola; gli altri show durano molto e ogni bimbo esegue vari brani: la voce si può anche stressare[…] »_.

Tornando alle canzoni affrontate dai piccoli solisti nei programmi, poi, è l’ex direttore dell’Antoniano, padre Alessandro Caspoli, a lanciare la provocazione:

«[…] Cosa può capire un ragazzino di storie di amanti, tradimenti o altro… Probabilmente non fa caso al testo, e allora la sua è una semplice (sebbene ottima) esecuzione […] »_.

Questo è probabilmente il tema centrale che ha caratterizzato, negli anni, tutti i discorsi e le polemiche intorno alle altre trasmissioni. Infatti lo Zecchino D’Oro, così come almeno sul piano teorico Ti lascio una canzone, hanno come obiettivo la vittoria di una canzone, non dell’interpretazione del bambino, tanto quanto invece Io canto punta proprio sul talento dell’interprete per cui la canzone risulta lo strumento per poter portare alla luce le sue doti vocali; come già riportato, però, anche nello show della Clerici la vocalità dei concorrenti è valutata come componente, in modo esplicito dalla giuria e con tutta probabilità in modo implicito anche dal pubblico da casa che tramite il televoto collabora nel decretare la canzone vincitrice. Quello che è sbagliato, come afferma una delle autrici dello Zecchino , è ciò che questa grande enfatizzazione delle capacità vocali dei bambini costruisce nei piccoli stessi oltre che nelle loro famiglie. La garanzia che l’estensione vocale, l’intonazione ma per molti versi anche la passione per il canto rimangano inalterati dalla pre-pubertà all’adolescenza finanche all’età adulta non è assicurabile da nessuno, che questo sia un esperto critico musicale, un produttore o un personaggio pubblico qualsiasi. All’interno degli adulti che i talent hanno negli anni portato a giudicare le performance dei bambini, atteggiamento già di per sé poco condivisibile per quanto essi siano, nella maggior parte dei casi, molto carini e incoraggianti con i concorrenti, molti non hanno esitato nel suggerire più o meno velatamente, se non addirittura nell’assicurare senza ombra di dubbio, carriere di successo nel futuro di ragazzini anche molto piccoli, basandosi sulla grinta, sulla vitalità da loro portata sui palcoscenici oltre che dalle loro capacità canore. Probabilmente nate in buona fede, queste affermazioni rischiano spesso di creare illusioni che si discostano dalla vera capacità ricettiva del mondo dello spettacolo, che non può assorbire un così alto numero di potenziali talenti e portarli tutti nella sfera del successo.

I PICCOLI PROTAGONISTI E CHI LI CIRCONDA

Oltre ai testi e agli argomenti delle canzoni, che rimangono centrali nell’approccio che le trasmissioni decidono di adottare nei confronti dei piccoli protagonisti delle loro trasmissioni, è l’attitudine degli stessi concorrenti o partecipanti che, in più di un’occasione, ha creato polemiche e critiche tanto da suscitare l’intervento anche di associazioni come l’AIART, l’Associazione Nazionale dei Telespettatori, ed altri enti simili di monitoraggio televisivo. Il linguaggio di cui già si parlava con cui la direttrice del coro e insegnante dei solisti del Zecchino d’Oro, Sabrina Simoni, si rivolge ai bambini potrà forse sembrare infantile ad un pubblico adulto, ma già nell’uso di un aggettivo come ‘infantile’ risiede una caratteristica peculiare e inderogabile del rapporto che gli adulti che lavorano con i minori avrebbero bisogno di tenere in mente; il neologismo coniato a più riprese tra i detrattori degli show della Clerici e di Scotti, ‘adultizzazione’, fa capire quali siano le preoccupazioni e quali siano i risvolti non graditi di queste trasmissioni, senza voler scomodare nessuna teoria psicologica e senza dover addentrarsi in modo specifico in materie che non competono a questo lavoro, quali sono gli studi sulla formazione e l’educazione dei bambini. Sono infatti visibili ad occhio nudo alcune situazioni che sono comprensibilmente criticate soprattutto dalle associazioni dei genitori, che come detto, e in un certo senso per fortuna, guardano i programmi insieme ai propri figli.
Per meglio inquadrare questa problematica si può partire dalla dichiarazione che un esperto del calibro di Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori nonché consulente della Commissione Parlamentare per l’Infanzia ha rilasciato nel 2010, che come si è visto risulta essere un anno determinante in quanto vide la nascita di Io canto in posizione a Ti lascio una canzone:

«[…] Il punto “e”, dell’articolo 1.2 del Codice di autoregolamentazione Tv e Minori, riguardante la partecipazione dei minori alle trasmissioni televisive, contempla testualmente di “non utilizzare i minori in grottesche imitazioni degli adulti […]» .

Questa osservazione racchiude probabilmente il senso delle due trasmissioni: il cantare le canzoni già scritte e interpretate dagli adulti non è che il primo passo verso queste ‘grottesche imitazioni’ a cui Marziale fa riferimento. È evidente come già le scenografie spettacolari e le luci altrettanto appariscenti vogliano conferire, all’interno di questi programmi, delle cornici assolutamente adulte alle interpretazioni di questi ragazzini, che mentre cantano vengono inquadrati, sia letteralmente dalle telecamere che iconicamente dalla fotografia creata dallo studio, in una situazione distante dalla loro età. Allo stesso tempo, ciò a cui si fa riferimento nella dura presa di posizione di Marziale è l’atteggiamento che i bambini assumono mentre cantano. I direttori d’orchestra, presenti in studio e sicuramente importanti nella preparazione delle esibizioni, non vengono degnati di uno sguardo dai protagonisti delle trasmissioni, che come cantanti affermati e probabilmente istruiti da un ampio numero di prove sanno già cosa fare e quando e come cantare, senza dover ricevere indicazioni. Ma ciò che più stupisce è, riprendendo le parole dell’AIART, il

«[…] look delle bambine, del loro patetico, assurdo voler imitare con sguardi languidi e movenze femminili le grandi cantanti» .

La frase, detta in riferimento appunto alle bambine di Ti lascio una canzone, può essere senza rischi attribuita ad entrambi i generi ed entrambi i programmi. In effetti, in ognuna delle esibizioni dei concorrenti dei due programmi si riscontrano gesti, movenze e espressioni facciali che interpretano fino in fondo i testi di cui parlano, dando ancora più risalto a frasi che, come si è visto, non sembrerebbero essere adeguate alla loro età nemmeno se cantate in modo neutrale; invece, una volta partita la musica, ecco che i bambini si trasformano quasi completamente, eliminando quei sorrisi un po’ timidi e un po’ spaesati che li accompagnano prima di iniziare a cantare e rimpiazzando ogni possibile traccia di naturalezza con uno stile che nella maggior parte dei casi spiazza e stona in modo visibile con la persona, in questo caso il minore, che lo assume. La regia di Roberto Cenci per Io canto e di Stefano Vicario per Ti lascio una canzone non aiutano poi a mascherare questo tipo di performance, anzi, lungi da questo scopo sembrano volerne enfatizzare la resa, tornando al neologismo coniato per l’occasione, ‘adultizzata’.
Se dunque le produzioni non fanno nulla per evitare queste derive da imitazione e talent, non si può escludere a priori che non fosse poi questo l’intento iniziale. Infondo, pur senza riscontri televisivi, i bambini sono sicuramente seguiti da qualche adulto, nei momenti di prove come negli spostamenti. Allo stesso tempo, però, l’eterogeneità dei ragazzi costringe sicuramente all’adattamento verso i più grandi, così che i più piccoli tra i partecipanti sono anche solo inconsciamente invogliati ad atteggiarsi come i loro compagni d’avventura – o, nel caso dello show di Scotti, costretti ad adeguarsi ai loro avversari – per evitare di venire catalogati come infantili; si ritorna così all’aggettivo che al giorno d’oggi viene spesso assunto come negativo, o comunque poco lusinghiero, anche quando si parla di bambini, tanto che il processo di ‘adultizzazione’ non viene arginato in alcun modo e, seppur senza conferme sulla volontarietà, il livello di competizione percepito sia nel serale di Rai 1 sia in quello di Canale 5 è non solo alto, ma fondamentale nel costruire il pathos che più di ogni altro aspetto affeziona il pubblico da casa. In fin dei conti, la scelta di inserire in entrambe le produzioni il televoto non è che una vera e propria legittimazione del potere che il pubblico ha sul comparto produttivo soprattutto quando si affrontano investimenti di queste proporzioni per la prima serata del sabato sera, momento in cui probabilmente gli ascolti sono mediamente i più alti della settimana.

ADULTIZZAZIONE

Il termine che è stato più volte usato fino a questo momento senza tuttavia che gli fosse dato lo spazio che avrebbe meritato è proprio questo. ‘Adultizzazione’, termine specifico usato in psicologia – materia in cui questa tesi vuole addentrarsi il tanto necessario per poter comprendere il fenomeno descritto – è definito come ‘l’assunzione di comportamenti tipici dell’adulto’. In questa definizione, come è evidente, non vi è alcuna implicazione di giudizio, negativo o positivo: semplicemente, ‘l’assunzione dei comportamenti’, per cui la capacità di una persona umana, con il crescere ed uscire dall’età dell’adolescenza e dello sviluppo, è definita esattamente come l’atteggiamento di quei minori che, in un determinato contesto a loro non congeniale, come quello dello spettacolo, tendono ad imitare o più volgarmente scimmiottare gli atteggiamenti di persone che invece in quello stesso ambiente sembrano loro trovarsi a proprio agio, innanzitutto gli adulti. Nella costruzione delle relazioni di un minore, ovviamente, una parte fondamentale ce l’hanno o ce la dovrebbero avere i genitori, che invece, come sottolineato a più riprese da molti addetti ai lavori, sono coloro che spingono i propri figli, in cui individuano o intravedono un talento, all’esposizione. Magari questa è dapprima interna alla famiglia, o alle normali cerchie relazionali del bambino tra amici e conoscenti, ma sono gli stessi autori dell’Antoniano che notano come molti dei bambini che partecipano alle selezioni dello Zecchino, e a maggior ragione quelli che arrivano ai talent passando o meno per l’esperienza negli studi di Bologna, hanno già accumulato un discreto bagaglio di esperienze a livello di esibizione in pubblico, chi alle feste di paese, chi ai concerti nelle sagre, chi in alcuni cori sparsi in giro per l’Italia.
Da un certo punto di vista, è anche comprensibile che cantanti così giovani, prima di arrivare davanti alle telecamere di un programma trasmesso dalle tv generalità più importanti del Paese, debbano fare una piccola ‘gavetta’, tanto che anche lo Zecchino d’Oro, tramite le sue selezioni, passa da un’esibizione al chiuso, alla quale è presente solo un responsabile della struttura dell’Antoniano, ad un piccolo spettacolo nelle piazze_, attraverso il quale capire se il bambino possa avere o meno qualche limite o remora ad esibirsi davanti ad altre persone. Da questo accertamento all’esperienza che alcuni dei ragazzi di Io canto o di Ti lascio una canzone hanno accumulato negli anni, soprattutto i più grandicelli, passa parecchio: basta fare un giro su qualsiasi portale di condivisione video, anche solo YouTube, e digitare alcuni nomi per trovare moltissimi filmati amatoriali girati a piccoli concorsi provinciali e regionali piuttosto che sui palchi di villaggi turistici o feste paesane, avvenuti sia prima che dopo la partecipazione dei ragazzi ai programmi citati.
Se queste puntualizzazioni sembrassero esulare dall’adultizzazione, così come si sta provando ad inquadrarla, in realtà molti esperti fanno partire questo fenomeno proprio dai genitori. Irene Bernardini ha notato come

«I nostri bambini devono fare bella figura. Devono farci fare bella figura, mostrandosi felici, di quella felicità che si deve vedere, che deve essere messa in parola, che deve essere esposta, deve tradursi in buone prestazioni che, oltretutto, assomiglino a quelle previste per i grandi: performance brillante, buona conversazione, discreto tasso di seduttività, e chi più ne ha più ne metta» .

Se il discorso relativo alla seduttività è stato affrontato nel paragrafo precedente, non è nemmeno il problema più grande, a quanto sembra. Quello che rischia di pesare sui bambini, sul loro modo di porsi, sulla loro voglia di mettersi in gioco che dovrebbero essere belli proprio perché infantili sono soprattutto le aspettative di alcuni genitori che, se non vengono accompagnati nell’ingresso del mondo dello spettacolo, rischiano più dei loro figli di farsi trascinare dall’emozione e dall’entusiasmo che si può provare nel momento in cui ci si trova all’interno di uno studio televisivo, con le spie delle telecamere rosse che brillano nel buio mentre un faro è puntato al centro del palco sul bambino che canta – o balla o si esibisce in qualsiasi altra forma.
I bambini, dal loro punto di vista che balla tra una giusta ingenuità fanciullesca e la sorprendente – per i grandi – capacità di ridere e giocare in qualsiasi situazione potrebbe rendere tutto molto più facile. Se tanti bambini usciti dallo Zecchino d’Oro testimoniano senza nascondersi che tutti cantavano le canzoni di tutti, che si tengono in contatto per anni, che tornano all’Antoniano solo per rivedersi una volta l’anno, che rimangono legati alle canzoni anche quando crescono, pur non manifestandole apertamente giusto per quel periodo dell’adolescenza in cui i gusti sono altri…
Allo stesso tempo, i bambini assorbono informazioni, si guardano intorno, curiosi, e trovano soprattutto figure adulte a cui ispirarsi. È normale, ed i genitori sono i primi, anche in questo caso, riferimenti. Da quanti bambini si può sentire una frase del tipo «da grande vorrei essere/vorrei fare come mamma/papà»? Come spiega la psicologa Maura Manca, i piccoli imitano gli adulti ed è normale e giusto che sia così . Questo però non vuol dire che questo processo di apprendimento tramite l’imitazione vada forzato, il rischio è quello di rendere lo sviluppo dei bambini troppo veloce, troppo precoce per molti aspetti. Quando i programmi serali invitano i grandi cantanti a duettare con i bambini, il rischio sembra essere esattamente questo. Come è possibile chiedere ad un bambino, a cui piace cantare e che già canta in televisione, di non atteggiarsi, muoversi o esprimersi come fanno cantanti affermati ed esperti di palcoscenici internazionali se li si mette a cantare l’uno fianco dell’altro, magari una canzone famosissima con cui anche il pubblico viene trascinato? È evidente che il contesto non aiuti i piccoli partecipanti, in nessun modo, nel non sentirsi adulti.
Andando a ricercare ancora più a fondo quali possano essere le problematiche che conducono intere famiglie, bambini e adulti, a vivere in modo sempre più ossessivo la ricerca di uno scorcio di fama attraverso i media, però, è inevitabile prendere in considerazione quelle ricerche che, allargando la visione su tutte le fasce d’età, hanno notato come vi sia una convergenza di processi, non solo quindi i bimbi che vengono o si sentono ‘adultizzati’ ma anche i grandi che si sentono o vengono ‘infantilizzati’; questa prospettiva, già prospettata diversi anni fa dalla relazione biennale della Presidenza del Consiglio , è molto più radicata di quello che si vuole credere, per quanto il mondo di oggi sembri essere basato in gran parte sulle figure adulte esse hanno assunto negli ultimi decenni atteggiamenti e comportamenti con cui vogliono rimanere ancorati alla loro giovinezza.
I modi di vestire sempre più attenti anche per le generazioni adulte sono specchio di una vanità che invece era un tempo tipica soprattutto della fascia degli adolescenti, i videogiochi, che avevano cominciato la loro diffusione tra i giovani ed erano visti con occhio critico da genitori ed adulti, ora sono sempre più diffusi proprio tra questi ultimi; a questi esempi poi non può che aggiungersi anche il sempre più diffuso ricorso a trattamenti di chirurgia estetica o quantomeno a prodotti cosmetici, che mantengono l’aspetto giovane degli adulti sempre più a lungo, spostando verso l’infantilità le persone che dovrebbero invece essere adulte e dimostrarsi tali .
Alcuni di questi aspetti del problema potrebbero altresì essere spiegati, nel momento in cui si pensa che gli adulti, infondo, non sono che i bambini di ieri, per cui il fatto di rimanere legati ad alcune importanti conquiste che gli anni della loro gioventù hanno portato, come il facile accesso a capi d’abbigliamento alla moda piuttosto che ai videogiochi, sembrerebbe quasi scontato; in un certo senso, si può dire che queste cose sono il retaggio degli anni in cui gli adulti di oggi sono cresciuti, per cui non si può parlarne come di un vero e proprio problema quanto come di un dato di fatto che deve essere considerato, in quanto tale, carattere fondamentale del mondo in cui viviamo. D’altra parte, anche chi lavora nel settore dell’intrattenimento per l’infanzia sa che, soprattutto nei primi anni di vita, sono i genitori a proporre i contenuti ai bambini e, di conseguenza, faranno scelte che sembrano loro giuste anche in base a ciò che ricordano della propria infanzia. Lo Zecchino d’Oro, cosciente di questo tipo di ciclicità degli spettatori, si ritiene un contenitore indirizzato alle famiglie proprio perché composte da quei genitori che hanno seguito la trasmissione da bambini e, dopo la fase di rifiuto dell’adolescenza, possono agilmente tornare sui propri passi quando si tratta di suggerire ai propri figli cosa guardare in televisione .
Purtroppo, però, sono tanti i genitori che al giorno d’oggi lavorano tutto il giorno e i numerosi impegni lasciano ancora più spesso i bambini da soli davanti ai televisori, in balia di ciò che può passare. Basti pensare che, pur non essendoci riscontri ufficiali, anche un programma nato per le famiglie come appunto lo Zecchino d’Oro non sa quante siano le ‘famiglie’ in senso stretto che possano guardare la televisione tutti insieme nel pomeriggio, affidandosi molto più spesso alla più prevedibile fascia degli spettatori-nonni per affiancare i bambini. Ma è ancora più importante considerare come, a fronte di quattro o cinque pomeriggi all’anno in cui un canale generalista come Rai 1 trasmette lo Zecchino, sono trecentosessanta quelli in cui il bambino viene lasciato solo davanti alla televisione, della quale non può controllare cosa il bambino guardi o no. È facile, in questo modo, ipotizzare come la ricerca di miti da seguire, di figure da imitare, per i bambini si sposti dai genitori, per quanto essi rimangano il più delle volte all’interno dell’insieme delle figure di riferimento per loro, ad altre persone, che possono assumere le più svariate connotazioni a seconda di quali programmi appassionino il bambino.
Il pericolo per gli adulti potrebbe essere dettato proprio dal loro ricordo della televisione, nella quale la fascia pomeridiana era tutta dedicata ai ragazzi, seppur con contenuti meno specifici per gli archi di età infantili, per cui non si rendono conto, che non vogliano o non possano, dell’enormità dell’offerta televisiva . In alcuni casi, essa può rivelarsi molto più appropriata a segmenti di crescita molto più stretti e specifici, grazie all’oculata programmazione che i canali dedicati all’intrattenimento dei bambini e dei ragazzi organizzano sulle proprie frequenze . Allo stesso tempo, purtroppo, i canali dedicati a questa precipua fascia d’età non sono che una piccolissima onda nel mare magnum della disponibilità di canali che il digitale terrestre ha portato, moltiplicando a dismisura anche la varietà di contenuti che possono essere usufruiti dal pubblico incontrollato della televisione.
La stessa problematica di base risiede nei tempi che il bambino di oggi dedica alla televisione: se i genitori di una volta avevano di fatto a disposizione anche il limite orario durante il quale venivano trasmessi contenuti per bambini come ulteriore conferma dei paletti ai quali i figli dovevano attenersi – «dopo Carosello, tutti a nanna!» – ora invece hanno a loro disposizione programmi a loro adatti a qualsiasi ora del giorno, per cui è difficile per un genitore regolamentare l’uso della TV in base alla scansione della giornata.
Così i bambini, che se guidati e consigliati da figure adulte possono memorizzare i canali in cui i contenuti sono adatti a loro ed appassionarsi, hanno in realtà la possibilità di scegliere in maniera autonoma, finendo per trovarsi di fronte, per lo più, a contenuti che non sono adatti a loro. Peggio ancora va quando i bambini accendono la TV per noia, per ‘vedere cosa c’è’ , momento in cui il rischio di farsi risucchiare da trasmissioni create per un pubblico diverso si alza dismisura e, con esso, si alza anche il rischio di creare figure di riferimento in grado solo di guidare i bambini verso la loro ‘adultizzazione’ precoce.
La televisione, in quanto media condiviso da adulti e bambini alla visione degli stessi contenuti con molta più facilità di altri mezzi, non è che come da definizione il ‘medium’ attraverso il quale i bambini vengono sempre più spessi privati della loro infanzia, mentre si va sempre più verso un livellamento verso l’alto dell’età che i bambini dovrebbero avere secondo i genitori. I bambini sono inseriti sempre più spesso nelle pubblicità oltre che nei programmi , tanto da diventare soggetti economici, consumatori e produttori allo stesso tempo perdendosi in territori difficilmente comprensibili nei quali vengono guidati dalle figure adulte, in primis, ancora una volta, dai genitori.

L’ACCOMPAGNAMENTO DEI BAMBINI

L’accompagnamento dei bambini è una delle prassi fondamentali che senza dubbio ognuno dei programmi citati si deve porre nella fase organizzativa. Per mesi, i ragazzini di Io canto così come quelli di Ti lascio una canzone ricevono ogni settimana il proprio spartito, lo studiano, negli ultimi giorni della settimana viaggiano dalla propria regione fino a Roma e provano e cantano. In queste dinamiche di sballottamento continuo tra la casa, gli studi televisivi e l’albergo, si può solo immaginare la quantità di stress che viene accumulata dai bambini, e non solo in termini vocali come faceva notare Sabrina Simoni . I bambini vanno a scuola, studiano la propria parte per la televisione e poi, vicini o lontani che risiedano rispetto ai centri di produzione, sono costretti a saltare ripetutamente – per periodi che vanno fino a tre mesi – alcuni giorni di scuola. Di contro, riportandolo anche solo come dato di fatto, lo Zecchino d’Oro invece posiziona le prime prove con i bambini, così come le registrazioni del CD, prima dell’inizio delle scuole a settembre , e lo svolgimento stesso della manifestazione – fino all’edizione 2015 – nell’arco di una settimana consentiva ai bambini di restare lontani da casa e dal proprio ambiente naturale solo pochi giorni, dopo peraltro un periodo di più di due mesi dalla consegna dell’unica canzone da imparare. Sebbene in questo momenti anche la programmazione del concorso felsineo sia cambiata, vi è comunque un lavoro di attenzione verso le tempistiche dei bambini che hanno bisogno della tranquillità che solo la loro casa, la loro famiglia, la loro quotidianità può portare loro. Il direttore di produzione stesso dell’Antoniano conferma come, per qualsiasi produzione televisiva e quindi anche per lo Zecchino, sarebbe più semplice tenere in bambini a portata di mano, a Bologna, dove sarebbero a disposizione dell’insegnante di canto ma anche di coreografi e ispettori di studio per poter organizzare meglio una trasmissione che si regge invece su pochissime prove; la scelta far arrivare i bambini per i pochi giorni di trasmissione, pur ovvia per trasmissioni più lunghe, poteva non essere altrettanto scontata per lo Zecchino d’Oro del 2016, per il quale i bambini avrebbero perso circa quattro settimane di scuola. Da non sottovalutare quando si cerca di comprendere le scelte è d’altronde il budget che le trasmissioni hanno a loro disposizione, per cui anche poche puntate, se devono comprendere bambini che vanno e vengono dalle più disparate zone d’Italia, finiscono per costare molto più di quanto sembri.
Ovviamente questi bimbi sono poi invitati all’Antoniano con tutte le loro famiglie, come si è già potuto vedere sono quelle figure adulte che, in un certo senso, possono essere – ma non necessariamente sono – coloro che tengono i piccoli cantanti agganciati alla loro vita di tutti i giorni, se a loro volta incoraggiati in questo atteggiamento.
Un altro importante fattore da non trascurare è la presenza, nella trasmissione bolognese, di alcune ragazze che siedono nella postazione con i bambini solisti, che seppur lontano dai genitori nel corso della puntata, sono fisicamente sempre accompagnati e tenuti a bada da vicino, cosa che non appare e verosimilmente non accade in modo così puntuale per le altre trasmissioni, in cui comunque, come si è detto, vi sono ragazzi grandi che forse hanno meno bisogno di attenzioni ma anche bambini che probabilmente avrebbero bisogno di qualcuno vicino, anche solo per monitorarne gli stati d’animo o magari consolarne le delusioni, specifica che vale ancora di più in programmi dove i piccoli cantanti sono in gara tra loro e dunque molto più vicini alle dinamiche di concorrenza e di competizione.
Come già specificato, anche le famiglie dei bambini dovrebbero fare la loro parte, e come le famiglie sono l’ideale pubblico di riferimento di tutti i programmi in analisi, anche se gli orari ne variano la composizione sui divani di casa, così sono le famiglie dei piccoli partecipanti alle trasmissioni che risentono delle partecipazioni dei propri figli, non in modo univoco ma sicuramente altrettanto condizionate dai contesti in cui i piccoli si esibiscono.
Questo particolare punto di riflessione, benché altrettanto difficilmente analizzabile viste le pressoché nulle fonti dirette dei genitori dei concorrenti di Io canto o Ti lascio una canzone, può comunque suscitare alcune annotazioni che riguardano proprio i principali tutori dei bambini; senza costoro, infatti, i provini sarebbero deserti, in quanto i minori in questione hanno oltre all’obbligo di far approvare la diffusione di immagini e filmati che li riguardino alla propria figura adulta di riferimento ed inoltre non potrebbero essere garantiti, senza supervisori legali, gli spostamenti che come abbiamo visto sono frequenti e a volte anche piuttosto lunghi. Questo ragionamento sembra portare logicamente alla propensione dei genitori stessi per l’uno o l’altro format, sempre considerando i due show serali come appartenenti alla stessa tipologia di programma e dunque usando in maniera lievemente impropria il termine, e per quanto si possano escludere costrizioni di qualsiasi tipo nei confronti dei partecipanti, sicuramente questi ultimi sono spinti o comunque condizionati dagli adulti che li circondano a sviluppare a loro volta un indole più adulta già da giovanissimi piuttosto che rimanere ancorati alla propria infantilità.
È anche e soprattutto su questo tipo di situazioni che, d’altronde, hanno fatto leva le polemiche che si sono susseguite, visto che i bambini rischiano in questo modo di essere la fonte dello spettacolo in un contesto che ne sfrutta il talento, che pure può esserci, senza permettere loro di crescerlo in maniera adeguata e seguiti in base alla loro età, ma semplicemente convinti a metterlo in luce davanti a milioni di telespettatori che il bambino stesso il più delle volte non riesce nemmeno ad assimilare come concetto, accontentandosi di rivedersi in un secondo momento o, al limite, il potersi esprimere davanti ad un pubblico fisico comunque numeroso.

PARTE 12 

Nel corso dei precedenti capitoli si è dato spazio e si sono analizzati programmi che, per quanto prodotti di emittenti diverse e competitor tra loro, rimangono comunque ancorate al contesto della televisione generalista italiana.
Come però si è detto, il fenomeno della partecipazione dei bambini ai programmi televisivi, pur non nato da poco, ha subito negli ultimi anni un incremento, probabilmente proporzionale anche alla crescita di tutti gli altri programmi a causa dell’allargamento dei palinsesti da coprire per le emittenti già esistenti e per quelle nate dalla rivoluzione digitale del segnale televisivo. In questo senso si è accennato nella prima parte ad alcuni programmi che vanno in onda sui canali tematici italiani, soprattutto su quelli legati alle piattaforme ad abbonamento come Sky, che basano i loro format sulla partecipazioni di bambini, di diversa età, in trasmissioni che hanno scopi anche diversi da quello canoro, del quale ci si sta occupando in modo più specifico.
È invece all’estero che si può guardare per trovare altri concorsi che coinvolgono bambini nel canto; in moltissimi paesi i bambini e i minori in generale vengono coinvolti, in alcune occasioni in maniera specifica, da particolari adattamenti di format pre-esistenti, ripensati o semplicemente riservati a concorrenti al di sotto della maggiore età; in altre occasioni, invece, ai bambini vengono aperte anche le porte di programmi all’interno dei quali sono costretti a vedersela anche con adulti, soprattutto in contesti in cui le discipline affrontate sono molteplici, in aggiunta a quella canora.
Di queste due filosofie di programmazione e produzione si possono prendere ad esempio due fortunatissimi programmi, arrivati anche sulle reti televisive italiane dapprima sulle reti generaliste e poi, in un caso, spostate sulle piattaforme ad abbonamento: i programmi a cui si fa riferimento sono ovviamente The Voice (Rai 2, 2013) e il format Got Talent. Entrambi sono importati in Italia dagli originali nati in altri Paesi, il primo nato in Olanda nel 2010, il secondo invece creato negli Stati Uniti nel 2006: dopo la loro creazione, tutti e due sono stati esportati in moltissimi paesi in tutto il mondo. Allo stato attuale, il format Got Talent, con diverse denominazioni, detiene addirittura il record di versioni andate in onda, con cinquantotto paesi coinvolti nella programmazione di cinquantanove versioni, riconosciuto anche dal prestigioso Guinness dei primati ([1] K. Lynch, Simon Cowell’s ‘Got Talent’ confirmed as world’s most successful reality TV format. 7 aprile 2014. http://www.guinnessworldrecords.com/news/2014/4/simon-cowells-got-talent-confirmed-as-worlds-most-successful-reality-tv-format-56587/ (consultato il giorno gennaio 15, 2017); creata dal famoso produttore britannico Simon Cowell, che è stato giudice sia della versione americana che di quella britannica, ha da sempre riscosso un notevole successo di pubblico e una grande quantità di talenti hanno calcato i palcoscenici nazionali, alcuni dando inizio a carriere di successo. Peculiare è il caso della scozzese Susan Boyle, mezzo-soprano di fama internazionale arrivata proprio dalla versione britannica dello show, uscendo dall’anonimato per arrivare a vendere milioni di dischi in tutto il mondo.
In questo tipo di spettacolo, come detto, viene accettato qualsiasi tipologia di concorrente, il che rende peculiare la trasmissione rispetto ad altre competizioni già esistenti precedentemente, come per esempio il format Idol (Pop Idol, ITV, 2001-2003, inedita in Italia) o il concorrente The X Factor (in Italia su Rai 2, 2008-2010, poi Sky Uno, 2010-2015 e attualmente TV8, dal 2016). Oltre alle esibizioni di varia natura, Got Talent non ha mai avuto limiti di età per quanto riguarda i partecipanti per cui fin dalle primissime edizioni vi sono stati bambini tra i partecipanti, con risultati che, per lo più, sono stati prevedibili. Infatti, soprattutto all’inizio della competizione, quei pochi che arrivavano alla fase della selezione trasmessa in televisione, ovvero quella con i giudici, venivano trattati in modo decisamente diverso rispetto agli altri, più mite e accondiscendente tanto che pochissimi di loro non hanno passato questa fase. D’altra parte, la maggioranza di loro arrivava alle fasi finali senza velleità, anche perché in questo tipo di competizione è normale vedere adulti impressionare i giudici con un esibizione che sia notevole ma non il meglio che possano offrire, che invece riservano per gli altri turni di gara; i bambini, invece, non si avvalgono di questi tatticismi e spesso danno il massimo fin dal principio, rimanendo così invischiati nella lotta eliminatoria delle puntate successive. Nonostante questo ragionamento si possa riscontrare nella maggior parte delle esibizioni, è anche vero che vi sono stati esempi di bambini che hanno scalato le vette delle classifiche, sfruttando anche l’inserimento del televoto nelle finali, grazia al quale hanno conquistato ottime posizioni o addirittura la vittoria dello show.
Alcuni casi degni di nota possono fungere da esempio per i paragrafi successivi, quando si proverà ad analizzare nel dettaglio il trattamento che i minori hanno avuto in questo tipo di trasmissioni. Anche in questo caso, tuttavia, ci limiteremo a parlare dei più giovani di questi, che rientrino quindi nel range di età di cui si è parlato fino questo momento.
Nella prima edizione del talent americano, nel 2006, si presentò sul palco l’undicenne Bianca Ryan, originaria di Philadelphia. Dopo l’esibizione, una potente versione di I’m telling you I’m not going, incisa da Jennifer Holliday nel 1982 per il musical DreamgirlsI (scritto da Tom Eyen, prodotto per la prima volta nel 1981), i giudici non contengono il proprio entusiasmo. Non ci sono dubbi che l’atteggiamento, la vocalità di Bianca siano per molti versi assimilabili a quelli della potente cantante afro-americana, e difatti Brandy Norwood, cantante e attrice oltre che componente della giuria di quell’edizione, le dice senza remore che è già la sua preferita di tutto lo show. Altri commenti vertono in particolare sulla presentazione della bambina, che invece secondo Piers Morgan, famoso giornalista, ha bisogno di cambiare look, dai capelli alle scarpe. Eppure, sempre secondo lui, alla ragazzina basterebbero gli accorgimenti visivi giusti per, senza mezze misure, vincere la competizione.
Non si può dire certamente che non ci avessero visto lungo, considerano che Bianca sarà effettivamente la vincitrice della prima edizione di America’s got talent, ma la carriera dell’ormai cresciuta ragazza di Philadelphia non sarà altrettanto rosea, nonostante qualche piccola parte da attrice e qualche inedito inserito in due EP.
La magia della vittoria per un piccolo partecipante si ripresentò solo nel 2016, quando la dodicenne Grace VanderWaal, di Kansas City, presentò addirittura una canzone scritta di proprio pungo, I don’t know my name. Accompagnandosi con il suo ukulele, la bimba impressionò i giudici, nonostante visibilmente più emozionata e impacciata rispetto a Bianca; strappò gli stessi commenti entusiastici dai giudici e addirittura il cosiddetto Golden Buzz, ossia il lasciapassare diretto verso le finali, da parte dell’attore canadese Howie Mandel, il quale le disse con sicurezza «il mondo conoscerà il tuo nome». Simon Cowell, patron dello show, la paragonò addirittura a Taylor Swift, incoraggiando le lacrime ancora più copiose della piccola cantautrice. Essendo tuttavia il fatto avvenuto di recente, è più difficile capire quali saranno i risvolti futuri per la piccola Grace, che tuttavia ha pubblicato a sua volta un LP, dal titolo Perfectly Imperfect, contenente i tre brani presentati nelle varie fasi del programma ed altri tre, tutti scritti totalmente o in parte di suo pugno.
Esempi al contrario, non culminati con la vittoria, sono quelli che si trovano nella versione britannica del format, Britain’s got talent. Anche qui uno dei giudici è Simon Cowell, e nella terza edizione, quella del 2009, si trovò davanti un giovane cantante gallese, di origini persiane, di nome Shaheen Jafargholi. Il ragazzino, in realtà già avvezzo ai palcoscenici grazie ad alcune esperienze teatrali, arrivò allo show a dodici anni e portò la canzone di Amy Winehouse Valerie: dopo qualche nota, però, proprio l’ideatore del programma lo fermò brutalmente, tanto che persino il pubblico non seppe esprimersi, dicendogli che quel pezzo non era per nulla adatto a lui. Le telecamere ripresero i colleghi giudici esterrefatti, la madre attonita e preoccupatissima, i conduttori allibiti. Una tale reazione potrebbe sembrare strana per una persona che non conosce chi gli sta difronte, speculazioni potrebbero essere fatte; in ogni caso, in pochi secondi – altro fatto che fa pensare ad un cambio preventivato – il giovane viene invitato a scegliere un secondo brano, il difficile Who’s lovin’ you di Michael Jackson. L’esibizione, gorgheggiata come un vero professionista, è da applausi, anzi da standing ovation: ed ecco che Simon, cambiando completamente atteggiamento, fa presagire una nuova vita per lui, da quella sola canzone. La semifinale, in cui portò il già citato I’m telling you I’m not going – nelle sue corde grazie alla voce ancora non sviluppata come maschile adulta – e la finale in cui ripropose il brano di Jackson gli valsero solamente il settimo posto: dopo questa esperienza, qualche altra apparizione televisiva lo portò fino al palco dello Staples Centre, dove cantò Who’s lovin’ you durante la cerimonia funebre in onore dello stesso cantante. Qualche fugace presenza in alcuni film per la televisione e un EP nel 2014 sono allo stato attuale il suo scarno curriculum.
L’altro esempio non fortunato riguarda quello della più piccola tra le cantanti prese in considerazione, Connie Talbot, apparsa nella prima edizione di Britain’s got talent, nel 2007. Anche lei arrivò fino alla finale, nella quale tuttavia non era ancora prevista una classifica totale, ma solo la premiazione del vincitore. La piccola aveva ancora sei anni quando salì sul palco, davanti ai giudici, e la voce bianca intonò a cappella il famosissimo Somewhere over the rainbow, tratto dal musical The wizard of Oz (Il mago di Oz, nella versione cinematografica di V. Fleming, 1939). Con le guance paonazze dall’emozione, Connie si prese applausi a scena aperta, nonostante l’impreciso cambio di tonalità imputabile forse alla mancanza della base musicale. I tre giudici furono ovviamente i più carini con la piccola concorrente: prendendo nuovamente in considerazione le parole di Simon Cowell, suonò strano introdursi dicendole che le avrebbe parlato come un adulta per poi semplicemente dirle che era stata fantastica e chiederle, ironicamente, se la voce che avevano sentito fosse veramente la sua. I commenti positivi la portarono a vincere la propria semifinale con Ben; non è compito di questo lavoro, ma la scelta di molte canzoni di Michael Jackson non è sicuramente casuale e potrebbe essere analizzata in funzione della vocalità dei bambini.
La piccola, crescendo, pubblicò diversi album di cover, inserendo qualche brano inedito; l’ultimo, del 2016, Matters to me, ha avuto discreto successo soprattutto nel mercato asiatico; nonostante questo, non ha è comunque arrivato il successo che in molti, a vederla a sei anni sul palco di Britain’s got talent, si sarebbero immaginati.
Di questi esempi di partecipazione di bambini in trasmissioni per adulti ce ne sarebbero molti altri, in molti paesi, ma è interessante ora vedere come queste esibizioni siano particolarmente simili a quelle che vanno in onda sui palcoscenici della seconda tipologia di trasmissioni, quelle che, pur partendo da format dedicati agli adulti, vengono adattate ad un parterre di concorrenti esclusivamente minori, come il citato The Voice. Se in Italia infatti ancora non si è vista un edizione dedicata ai bambini, all’estero sono moltissimi i paesi che hanno proposto delle specifiche edizioni Kids; tra queste, si prenderà in considerazione quella australiana, scelta esclusivamente per motivi di comprensione più immediata dell’inglese rispetto ad altre lingue. Si può comunque pensare, a seguito della visione di diverse puntate provenienti da molti altri paesi, che non siano riscontrabili particolari differenze.
Due sono i casi che si possono prendere ad esempio come indicativi della filosofia del programma, la cui giuria è composta completamente da cantanti famosi: sono infatti presenti Melanie B, ex componente della pop-band Spice Girls, i fratelli Joel e Benji Madden, fondatori della band rock Good Charlotte, e la solista Delta Goodrem, meno famosa in Europa ma piuttosto in voga in Australia. Nell’unica stagione andata in onda fino a questo momento, si presentarono due ragazzini, Anthony e Tamara, rispettivamente nove e dieci anni, i quali portarono uno dei brani più famosi della storia del musical, We go together da Grease (Grease – Brillantina, R. Kleiser, 1978); i due non solo cantarono, ma si esibirono in un vero e proprio balletto, semplice nei movimenti ma evidentemente frutto di accurate prove. Chi conosce il programma sa però di quanto questo tipo di esibizione possa non essere particolarmente importante. Il regolamento infatti costringe i giudici alle cosiddette ‘blind auditions’, ovvero audizioni al buio, fornendo loro dei sedili girevoli che possono essere rivolti verso il concorrente di turno solo nel momento in cui i giudici stessi decidano di voler assegnargli la propria preferenza. In questo modo, gran parte del provino si basa sulla voce, in quanto, una volta premuto anche solo uno dei pulsanti, il concorrente risulta ammesso al programma. Il balletto dei due bambini sembra dunque più un modo per entusiasmare il pubblico, che grazie alle proprie urla può invitare o meno i giudici a scegliere i concorrenti: in questo caso, solo Delta si girò così che, quando chiese chi fossero gli artefici della coreografia, costrinse i bimbi a ripeterla a favore dei giudici che non l’avevano vista, per poi finire sul palco insieme a Joel Madden per seguire i passi dei due piccoli cantanti e ballerini. Non volendo suggerire un’atteggiamento parodico da parte di Delta e Joel, basti dire che non sono stati fatti ulteriori commenti da parte dei giudici, che semplicemente congedarono con un saluto i due nuovi concorrenti del programma.
Ben diversa la situazione della piccola Alexa, dieci anni, che si presentò sul palco con attitudine più impacciata, immobile sui piedi e con quella oscillazione sulle ginocchia che negli anni sembrava essere il marchio di fabbrica dei piccoli cantanti dello Zecchino d’Oro. La canzone, tutt’altro che infantile, portata per il provino fu Girl on fire, singolo di Alicia Keys uscito due anni prima. La voce, emozionata ma potente della bambina, fece girare tutti i giudici. I loro commenti, tuttavia, riservano la possibilità di qualche ulteriore commento.
Il programma, innanzitutto, lascia come tanti altri un piccolo spazio dedicato a coloro che accompagnano gli aspiranti concorrenti alle audizioni, in questo caso i genitori ed il fratello di Alexa. In uno dei primi commenti all’esibizione, Melanie B pose la sua attenzione sull’outfit della bimba, trucco, vestito non lunghissimo ed un’appariscente collana dorata: chi l’ha deciso, ovviamente, è la madre, e già qui si potrebbe riprendere il discorso fatto in precedenza per quanto riguarda l’importanza dei genitori nella preparazione, nella spinta e nell’entusiasmo più o meno infantile dei bambini che partecipano agli show televisivi. L’altra considerazione è invece suscitata da Joel Madden, che, in un momento che si può definire quasi pedagogico invitò Alexa a scegliere il coach, il giudice che la potesse aiutare di più nella fantastica esperienza che è la partecipazione allo show televisivo. Per quanto possibile, vista la grande emozione della bambina, questa frase potrebbe essere estrapolata dal contesto e considerata uno dei pochi commenti, sentiti ed analizzati da parte degli adulti posti a giudicare i bambini, in cui si può sentire un interesse alla tutela quantomeno artistica del bambino, se non propriamente pedagogica. La bambina alla fine scelse Delta, che era evidentemente il suo idolo fin da prima del programma: per quanto dunque non sembrò prendere realmente in considerazione il suggerimento ricevuto da Joel, Alexa andò realmente nella squadra che la aiutò maggiormente, considerato che fu proprio lei ad uscire vincitrice da questa unica edizione di The voice kids – Australia.
A questo punto però è bene soffermarsi sullo stile di queste trasmissioni, che sembrano avvicinarsi allo stile di Io canto molto più che allo Zecchino d’Oro, e non solo per il fatto che i bambini, di età scolare o pre-adolescenziale, cantano i grandi successi dei cantanti adulti.
C’è infatti nei programmi analizzati più di una componente che li allontana drasticamente dall’attenzione all’infanzia in quanto tale, per privilegiare l’attenzione al pubblico rendendo il programma appetibile per fasce di pubblico sempre più ampie, alla stregua di ciò che accade in Italia sui canali generalisti. Ad esempio, in entrambi gli esempi portati la contestualizzazione visiva è quella che riserva una diretta e pesante importanza sul centro palco, con la zona giuria, posta di fronte ad esso, che diventa in qualche modo un’estensione della platea, così da appesantire ulteriormente l’attenzione e la pressione rivolta verso chi si esibisce. Le luci enfatizzano l’esibizione, adeguandosi al ‘mood’ del brano interpretato, così che anche i bambini assomigliano sempre di più agli adulti, differenziandosi solo nel momento in cui, alla fine della canzone, l’atmosfera viene riportata alla ‘normalità’ e negli scambi di battute con i giudici la conversazione assume toni più agevoli per la loro età.
È evidente, inoltre, come in programmi come The voice esiste una sorta di omologazione da parte dei bambini che partecipano, che si propongono con brani complessi, quasi tutti con cover di artisti dalla voce potente e estesa, così che anche le loro capacità vocali, pur nell’estensione non ancora sviluppata dei piccoli, possano essere apprezzate e considerate. In un certo senso, i bambini – e chi li prepara o li consiglia, di conseguenza – sembrano preparati a competere in un modo che è già predefinito, già conosciuto. Nell’adeguarsi agli adulti contro cui si confrontano – nel caso di Got Talent – o alle aspettative di un programma che per gli adulti era stato pensato – nel caso di The Voice – i piccoli aspiranti cantanti non coltivano una propria personalità ed una propria originalità, ed è forse anche per questo motivo che, negli anni successivi alle loro partecipazioni, vengono messi sotto contratto da grandi etichette discografiche fino a quando il loro timbro da bambini rimane a distinguerli dalla massa della produzione musicale; quando questa particolarità svanisce, nel naturale sviluppo vocale, questi adolescenti si perdono nell’abbondanza di un’offerta discografica troppo ampia. Nel caso di Shaheen, interrotto nella sua prima esibizione da Simon Cowell, è facile riscontrare come l’attesa da parte dei giudici, oltre ad essere costruita a tavolino, lascia anche poco spazio al gusto soggettivo e alla personalità del cantante, costretto invece ad eseguire un brano che, a detta degli adulti che lo giudicano, è più adatto; tutto questo accade nonostante i giudici conoscano gli aspiranti concorrenti nel momento in cui essi salgono sul palco – o così dovrebbe essere, ma come dimostra proprio l’esempio di Shaheen sembra più plausibile pensare che, quantomeno, vengano brevemente analizzati in precedenza grazie ai provini con gli autori del programma, non trasmessi e sui quali quindi non è possibile ragionare direttamente.
C’è poi un aspetto non da poco sul quale, fino a questo momento, si è detto poco, ma che invece diventa a maggior ragione rilevante a questo punto, avendo citato una competizione che mette di fronte grandi e piccoli senza distinzione: quello della pressione emotiva che un concorso, per lo più televisivo, crea nei confronti dei concorrenti. Qualunque tipologia di concorso, infatti, proprio per la sua precipua costituzione, mette in competizione, crea antagonismo, ma soprattutto crea una buona dose di ansia, che seppur manifesta o meno a seconda dei diversi caratteri delle persone coinvolte rimane nell’aria fino a quando i risultati delle votazioni, che siano limitate ad una giuria o aperte ad un voto pubblico – nel nostro caso, il televoto – non sono resi noti. L’attesa si fa poi ancora più importante quando ad essere messe in gioco sono delle qualità per così dire naturali dei partecipanti ed ancora di più quando si parla di bambini. A livello vocale, come è stato già sottolineato a più riprese, non ci può essere molto altro se non la passione nei bambini; qualcuno di loro, magari la maggioranza di quelli che vengono ammessi ai talent, prende o ha preso lezioni di canto, qualcuno può aver incominciato ad appassionarsi prima di altri alla musica, ma ognuno di loro ha una voce che, non essendo quella definitiva dell’uomo o della donna che saranno può essere allenata solo fino a certe soglie, oltre le quali non può che arrivare la naturale predisposizione o intonazione. A questo punto, è chiaro che più o meno inconsciamente il bambino si senta giudicato a livello personale, per cui tutta la tensione che ricade su qualsiasi concorrente di un concorso televisivo, anche adulto, ricade in maniera ancora più evidente sui bambini. Se non ci sono esempi di particolare rilevanza nei programmi dedicati solamente ai minori, né italiani né stranieri, si può comunque pensare che episodi come quello di Hollie Steel accadano molto più spesso lontano dalle telecamere, magari dietro le quinte o in altre situazioni in cui i bambini possono sfogare le proprie emozioni, positive o negative, senza sentirsi ossessivamente osservati.
Quello che successe durante le semifinali della terza edizione di Britain’s got talent ebbe una grossa enfasi a livello nazionale: la piccola Hollie, dieci anni, ballerina con la voce da soprano, portò il brano Edelweiss dal musical The sound of music (Tutti insieme appassionatamente, R. Wise, 1965); dopo una partenza già visibilmente emozionata – e una sfortunata battuta dei presentatori, che la definirono in sede di presentazione ‘dai nervi d’acciaio’ dalla traduzione letterale del suo cognome ‘Steel’ – ebbe un crollo emotivo proprio in mezzo all’esibizione, quando non riuscendo a trattenere le lacrime costrinse i presentatori stessi ad intervenire, facendo avvicinare la madre per consolare la piccola. La situazione fece discutere per diversi motivi, ma tra le altre cose i tempi della puntata in diretta vennero sfalsati e Simon Cowell, autore e giudice, dovette decidere se trovare il tempo per far esibire nuovamente la piccola a scapito delle altre interpretazioni; la strada presa fu quella di dare una seconda possibilità a Hollie, rubando così del tempo agli artisti che seguirono tanto che la favoritissima Susan Boyle, che risultò la campionessa dell’edizione, non vinse quella semifinale come pronosticato, probabilmente a causa della tenerezza che la piccola cantante suscitò nei pubblico e nei giudici.
La dimostrazione evidente di ciò che l’ansia da esibizione può suscitare nei concorrenti, soprattutto se bambini, non poteva avere esempio più evidente. È anche in questo senso che è importante per i più piccoli non sentirsi in competizione tra loro: Ti lascio una canzone aveva provato, come abbiamo visto, a tenere questo tipo di attenzione alla base della propria struttura, cadendo però nell’errore di lasciare libertà di commento ai giudici i quali spesso commentavano le interpretazioni dei piccoli cantanti anche e soprattutto sulla base delle loro capacità vocali e sulla capacità di ‘riempire il palcoscenico’. Chi invece mantiene non solo a parole questa attenzione è lo Zecchino d’Oro, che rimane l’unica trasmissione in cui le canzoni gareggiano senza che chi le interpreta, ovvero i bambini, siano o si sentano in competizione tra di loro. Dalle parole di chi lavora ( S. Marzocchi, ivi) perché questo rispetto per l’emotività dei bambini continui a rimanere tale si evince quanto, negli anni, i tanti cambiamenti che anche la trasmissione dell’Antoniano ha subito a causa del naturale adattamento ad una televisione sempre in trasformazione non abbiano inficiato su una delle sue caratteristiche più importanti.
Anche uno dei maggiori competitor di Simon Cowell nel panorama degli show televisivi di successo in Gran Bretagna, ovvero sir Bruce Forsyth, ha voluto dire la propria opinione riguardo a questo tema. Il veterano conduttore britannico, maestro delle cerimonie di moltissime edizioni di Strictly come dancing (in Italia Ballando con le stelle, Rai 1, 2005), ha più volte criticato la competizione mista del programma di Cowell Britain’s got talent proprio a causa della commistione di età troppo diverse per essere messe in competizione tra loro. (  C. Daniels, Bruce Forsyth: ‘Children shouldn’t be on Britain’s Got Talent’. 12 maggio 2013. http://www.digitalspy.com/tv/britains-got-talent/news/a480735/bruce-forsyth-children-shouldnt-be-on-britains-got-talent/ (consultato il giorno gennaio 17, 2017)
In realtà, la critica mossa da Forsyth, per quanto eco di molte altre voci schierate in questa direzione, rischia di non aiutarne la causa: se infatti si allarga l’orizzonte verso le versioni internazionali del programma da lui presentato, quindi non direttamente alla versione britannica ma a molte altre tra cui anche l’Italia, vi sono stati segmenti del format o vere e proprie stagioni dedicate ai bambini – in Italia, Ballando con le stelline nel corso della seconda, quinta e sesta edizione del programma principale.

PARTE 13

Sebbene tutto quanto è stato analizzato in questo lavoro sembra portare ad una conclusione scontata e attesa, la situazione per quanto riguarda la programmazione televisiva per bambini e la loro presenza fisica nei programmi, soprattutto quella in cui è richiesta una dose minima di talento – nei casi analizzati, quello canoro – non sembra particolarmente incoraggiante; la questione infatti non si basa sui dati che questo lavoro ha potuto rilevare o sulle analisi che potrebbero essere fatte a livello psicologico sullo stress che i bambini potrebbero eventualmente accumulare, bensì sulle ragioni che i programmi analizzati, così come quelli che in altri modi hanno a che fare con queste età, trovano nella riconferma o nell’ideazione.
Come si è visto nel caso di Antonella Clerici e di Gerry Scotti, che senza il rischio di categorizzare a priori si possono definire volti storici delle emittenti rivali RAI e Mediaset ed in particolare delle ammiraglie Rai 1 e Canale 5 e che non esitano a darsi battaglia per conquistare la fetta di pubblico più grande in qualsiasi altra occasione, hanno difeso i programmi dei rivali senza farne un caso da polemiche ma anzi spostando il baricentro dell’attenzione sulle polemiche che entrambi i loro programmi avevano suscitato in diversi rappresentanti di associazioni di vario genere. Questo perché, in fin dei conti, i programmi entravano in competizione con altri prodotti dell’emittente rivale ma non direttamente tra loro, quantomeno a livello di messa in onda, anche perché entrambi risultavano spesso vincitori delle serate in cui erano previsti, almeno nelle rispettive prime edizioni. Non è dunque nemmeno da considerare il fatto che nessuno di questi due programmi sia, nel momento in cui questo lavoro viene completato, più in onda, quantomeno notando quanto le produzioni che coinvolgono direttamente i bambini al loro interno non sono di certo diminuite su nessuna delle due reti – si vedano, ad esempio, Little big shots su Canale 5 o Prodigi su Rai 1 solo per citare i più recenti.
In ultima analisi, la difficoltà sta nel capire se e quanto siano importanti gli ascolti delle trasmissioni; una frase di questo tipo potrebbe suonare totalmente estranea al contesto della televisione odierna, chiunque segua anche solo minimamente l’andamento di trasmissioni televisive sa che la risposta è univoca, ma d’altronde è l’attuale direttore generale della RAI, Antonio Campo dall’Orto, che poco tempo fa dichiarava:

«[…] E lo dico perché se si insegue il solo obiettivo degli ascolti non si riesce a mettersi in un’ottica di servizio pubblico […] »
(adnkronos. Campo Dall’Orto: “Da ‘Rai, di tutto di più’ a ‘Rai, per te per Tutti’ salto digitale. 7 luglio 2016. http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2016/07/07/campo-dall-orto-rai-tutto-piu-rai-per-per-tutti-salto-digitale_bd82pMB8tGrAYB0jZ4dMdL.html (consultato il giorno febbraio 1, 2017)

Dichiarazioni di facciata o dichiarazioni d’intento seriamente ragionate? Probabilmente entrambe, ma la sostanza rimane: show con ascolti bassi vengono cancellati, i casi da citare sarebbero innumerevoli, mentre chi fa ascolti alti può continuare a fare il suo mestiere. È questo che conta e a riprova di questo fatto si può portare proprio l’esempio dello Zecchino d’Oro, che negli ultimi anni non non ha rispettato le aspettative di ascolti e che, proprio per questo, è stato tenuto in sempre minor considerazione dalla RAI nel momento di presentare o pubblicizzare i propri palinsesti. Certo, la fascia in cui si colloca, quella pomeridiana, non è facile, i dati di pubblico non rispecchiano mai i numeri della prima serata e soprattutto trasmissioni che vanno in onda per tutta la stagione televisiva nelle reti concorrenti, come Pomeriggio 5 (Canale 5, 2008), hanno un pubblico di riferimento che è pressoché inamovibile, eppure il tentativo che la stessa storica trasmissione canora ha subito nel 2016, con la programmazione ripensata da cinque giornate consecutive a quattro sabati consecutivi, formula che sembra assomigliare a quella dei programmi di cui tanto si sono sottolineate le differenze, è facilmente ipotizzabile come scelta dettata proprio dal calo di ascolti – pur non essendoci conferme nelle fonti ufficiali.
La logica degli ascolti, che dunque tocca senza dubbio ogni emittente nelle considerazioni di programmazione e di creazione dei palinsesti stagionali, sta diventando sempre più specificatamente votata a rimanere il baluardo e portavoce dello spettatore nelle decisioni dei consigli di amministrazione, soprattutto dei canali televisivi più visti come quelli RAI e Mediaset; eppure, come si è visto, associazioni di consumatori televisivi, gruppi di genitori, critici ed esperti che si oppongono a trasmissioni che registrano ascolti molto alti, come appunto Ti lascio una canzone o Io canto, ci sono eccome. Ciò che sembra mancare, oltre ad un equilibrio generale di valori tra le diverse fonti di cui i telespettatori possono servirsi per far sentire la propria voce alle produzioni, è un equilibrio di fondo tra la le ragioni della domanda e dell’offerta. Se infatti i programmi come quelli citati fanno ascolti molto alti, è perché sono richiesti a priori, caso forse buono per Io canto nato dalla stessa idea e dunque per essere quasi una fotocopia del programma di Rai 1, o perché, infondo, il pubblico si accontenta di guardare quello che gli viene proposto o al massimo di valutare quale, tra i programmi proposti, è meglio degli altri? In altre parole: se non fosse nato Ti lascio una canzone, il pubblico ne avrebbe sentito la mancanza? Se la risposta nata dall’analisi degli ascolti delle varie edizioni potrebbe avvicinarsi ad un sì, sicuramente quella derivata dai numerosi critici del programma della Clerici sarebbe un secco e pesante no. Il rischio, in fin dei conti, è quello di lasciarsi fuorviare da queste analisi, senza che i contenuti dei programmi possano effettivamente avere un peso nelle conferme o meno dei palinsesti, tanto è sbilanciato l’ascolto delle varie parti. Se un programma funziona, può andare avanti quantunque le critiche possano essere fondate e ragionate, così come programmi di interesse minore ma con valore culturale o educativo più alto sono chiusi senza remore.
La televisione moderna d’altronde non può che strutturarsi in questo modo e se fino a qualche anno fa le logiche commerciali, con i passaggi delle pubblicità e gli sponsor, erano quasi esclusivamente appannaggio della televisione appunto commerciale, quindi di secondo piano nelle scelte della televisione nazionale, ora i finanziamenti dei programmi, sempre più costosi perché così richiesti da un pubblico che nonostante tutto si fa sempre più ‘esigente’, quantomeno a livello di apparenza grafica, scenografica e spettacolare, sono ampiamente la prima fonte di ragionamento in qualunque discussione di palinsesto, insieme alla ricerca di cachet sempre più alti per la presenza – anch’essa richiesta sempre di più dal pubblico – di personaggi famosi e graditi. E se Ti lascio una canzone, seguendo questo ragionamento, arriva a costare più di 800mila euro a puntata, lo Zecchino d’Oro ne spende altrettanti per la realizzazione dell’intero festival. (M.G. Comolli, “Gli unici bambini veri in TV sono quelli dello Zecchino d’Oro”, Tv Sorrisi e canzoni, n.38, settembre 2010)
Se allora anche lo Zecchino, come gli altri programmi, diventasse una kermesse votata agli ascolti prima che alla propria integrità? Il futuro televisivo, per quanto prevedibile sotto alcuni punti di vista, non è mai definito con certezza, a volte nonostante gli stessi ascolti, ma i segnali sono interpretabili e la divisione delle giornate che questa questa trasmissione ha subito, dopo 58 edizioni e 57 anni di vita, va ad inquadrarsi in quel numero di indizi che nel prossimo futuro porteranno indubbiamente ad un ripensamento della programmazione, anche se non è detto che questo fatto sia, di per sé, negativo. D’altronde, la storia di una trasmissione così antica, seconda solo al Festival di Sanremo per edizioni e anni di trasmissione, dovrebbe – e il condizionale è d’obbligo – giocare a suo favore nelle decisioni che verranno prese, nonostante la televisione stia cambiando in modo inarrestabile i bambini rimangono bambini e, in quanto tali, hanno e avranno sempre bisogno di essere tutelati e soprattutto forniti di spazi d’intrattenimento che siano alla loro portata e costruiti a loro misura.
Proprio della tutela dei bambini in televisione, in fin dei conti, voleva parlare questo lavoro ed è forse la tematica più ostica proprio perché spesso in contrasto con la spasmodica ricerca di costruire programmi di successo. Sembra tutto sommato che vi sia ancora considerazione dei bambini in televisione, dire il contrario sarebbe sminuire il lavoro comunque ampio e più che mai utile svolto dai canali di riferimento per bambini, da Rai Gulp a Boing fino a DeaKids, che sono e in prospettiva rimarranno impegnati nella produzione di contenuti adatti alle più specifiche fasce d’età dell’infanzia. D’altro canto, come dimostrano le analisi fatte, sono i bambini stessi che lasciano questi canali molto presto, per dedicare la loro attenzione, sia ponendosi come spettatori sia tentando di proporsi come partecipanti attivi, ai canali generalisti, che dal canto loro non fanno nulla per evitare questo ampio coinvolgimento dei bambini di fascia scolare e soprattutto della pre-adolescenza e adolescenza. Creare trasmissioni che possano essere fruibili da una famiglia dovrebbe certamente rimanere il compito precipuo dei canali generalisti, soprattutto nei momenti della giornata in cui questo pubblico è più presente davanti agli schermi televisivi casalinghi come il tardo pomeriggio, l’access prime-time e la prima serata. Allo stesso tempo, creare aspettative di partecipazione dei bambini agli show, in particolare quelli del sabato sera, invoglia i più piccoli non solo a fruire del contenuto nel modo più completo possibile, sfruttando la presenza del giorno festivo per poter andare a letto più tardi e quindi di vedere il programma nella sua interezza – o quasi – ma anche a chiedere ai genitori di partecipare al programma stesso, quando non sono proprio gli adulti a creare nel piccolo un desiderio di dimostrare le proprie abilità o, nei casi peggiori dal punto di vista educativo, quello di mettersi in mostra in televisione davanti ai milioni di telespettatori della TV generalista.
Certamente il modo di apparire dei bambini o ragazzi che viene proposto nei programmi che abbiamo visto non si discosta molto da ciò che, in modo più o meno evidente, si può vedere tutti i giorni, nella vita comune, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. Per non uscire dal percorso che questa tesi vuole seguire, tuttavia, si può semplicemente porre sotto la lente d’ingrandimento l’assenza di differenze che ci sono, a livello di costruzione visiva degli spettacoli, tra le gare televisive per adulti e quelle per bambini, nelle quali luci, palchi e anche la stessa regia si comporta in modo molto simile. Tra l’altro, come si è potuto vedere seppur brevemente, questa linea di pensiero non coinvolge solo le produzioni nazionali, ma tutto il panorama televisivo mondiale, all’interno del quale le formule di riciclo, adattamento e commercio dei format non fa che ampliare le similitudini per accorciare a dismisura le distanze culturali che potevano esserci tra i canali televisivi di paesi lontanissimi fino a qualche decennio fa.
Il crescente e per molti versi preoccupante fenomeno dell’adultizzazione dei bambini non deve però sviare i propositi della produzione televisiva, che anche nei casi in cui lo ‘sfruttamento’ dell’immagine dei bambini sembra essere ai suoi peggiori livelli non si può comunque a mio avviso catalogare come malafede da parte di autori e produttori. In molti casi, infatti, si è visto come pur non uscendo illesi da critiche molti dei programmi che sembrano non prestare particolare attenzione ad alcuni aspetti della tutela dei minori sono comunque apprezzati da una grandissima percentuale del pubblico televisivo, che allo stesso modo non si può dipingere in modo univoco come ignorante o disinteressata. Il pubblico televisivo, fatto sì di persone che per attitudine, per ruolo sociale o per scelta di vita sono più lontane dal mondo dei bambini e quindi naturalmente meno predisposte ad analizzare la correttezza o meno del trattamento che viene loro riservato negli show televisivi, è anche fatto di genitori, nonni, insegnanti; se da un lato è proprio all’interno di alcune di queste categorie che nascono le associazioni così critiche nei confronti di Ti lascio una canzone o di Io canto, dall’altra nemmeno queste associazioni sono in grado di presentare il pensiero univoco di tutta la categoria né di ergersi a strenui difensori rappresentanti il pensiero di tutti i loro omologhi.
Soprattutto, verrebbe da pensare, queste associazioni per quanto attente al mondo dell’intrattenimento ne sono spesso distanti per esperienza lavorativa, così che non è possibile per loro avere un quadro completo della situazione, ossia di quali siano gli obiettivi del programma, come si siano prefissati di raggiungerli e, cosa più importante, di quali attenzioni vi siano dietro le quinte e nella preparazione di uno show di due o tre ore che non può mai rappresentare la complessa macchina produttiva di un programma televisivo.
Le motivazioni appena elencate sono, come detto, anche i limiti di questo lavoro, in quanto non vi sono fonti o documenti che raccontino con esattezza quello che avviene dagli uffici degli ideatori al backstage degli studi televisivi, qualche volta raccontanti attraverso brevi montaggi che comunque non pongono mai l’accento sul vero e proprio processo produttivo, bensì sulla preparazione dello show; questo alla luce del fatto che anche questi brevi filmati compongono l’offerta della trasmissione, durante la messa in onda o come contenuto fruibile attraverso le piattaforme social oppure online, e dunque create per essere apprezzate dal pubblico, a cui interessa ben poco della parte più ‘noiosa’ e meno ‘spettacolare’ della televisione, fatta di uffici, riunioni e discussioni come qualsiasi altro ambiente lavorativo.
Forse nasce proprio da questa lontananza tra ciò che appare nei pochi centimetri quadrati di uno schermo televisivo e ciò che si sviluppa nella sua preparazione all’interno delle immense sedi delle emittenti televisive; infondo, portare i bambini a scoprire alcuni mondi lavorativi e far vivere in prima persona alcune esperienze, toccare con mano alcune professionalità, sono obiettivi che anche le scuole primarie hanno come proprie. Certo l’apparizione televisiva, per di più all’interno di un concorso, non può essere posta esattamente sullo stesso piano, ma in un certo senso può essere l’occasione, per molti piccoli aspiranti cantanti – nei casi analizzati – di scoprire se il mondo dello spettacolo può essere davvero la loro strada di vita o quantomeno se può rimanere un obiettivo da inseguire con convinzione.
In questo senso, non si può dire che le giurie aiutino, considerando che tutti i bambini che arrivano di fronte alle telecamere e che si assicurano dunque il passaggio in televisione vengono poi trattati con i guanti da parte degli adulti chiamati a giudicarli e che, anche in caso di eliminazione, li consolano con parole al miele incoraggiando la prosecuzione del percorso di crescita canora. Allo stesso tempo, bisogna considerare quanti bambini passino invece attraverso le cocenti delusioni delle prime fasi dei casting, che non essendo filmati non possono essere analizzati a fondo ma che indubbiamente hanno il compito a volte doloroso di scremare i possibili partecipanti. Chi può dire quanti dei piccoli scartati dalle prime selezioni abbiano quale reazione? Una certa parte continuerà a provare a cercare visibilità attraverso altri programmi televisivi, o magari ripresentandosi ad edizioni successive dello stesso show, altri continueranno a coltivare la propria passione per il canto privatamente, o in modo meno evidente, altri ancora probabilmente manterranno la propria indole musicale per sé, seguendo percorsi formativi diversi senza per questo essere costretti a future vite da adulti infelici.
Forse, allora, sono proprio i bambini che vanno in televisione quelli più sfortunati? Sono i ragazzini che vediamo esaltati da cantanti ed esperti critici musicali quelli che verranno più di tutti illusi di poter avere una fortunata carriera davanti per poi vederli pubblicare, nei casi più fortunati, qualche LP o CD di cover per poi perdersi nel mare magnum della produzione discografica mondiale? Forse sono loro, i bambini che partecipano ai talent, quelli più in pericolo, come affermano i loro detrattori?
Io credo, in tutta onestà, che non si possa fare una generalizzazione tanto ampia, seppure sia altrettanto innegabile che i programmi analizzati siano esenti da problematiche più o meno significative.
Anche lo Zecchino d’Oro, come abbiamo visto, è stato negli ultimi anni oggetto di critiche. Cino Tortorella, qualche anno fa, è arrivato quasi a disconoscerlo nel modo in cui si presenta attualmente (C. Tortorella, C’è vita dopo la vita: non abbiate paura. Sesto Calende: Ass. Cult. TraccePerLaMeta, 2016) che ormai, a suo dire, non ha più la semplicità e la naturalezza di quello che conduceva lui. Le trasformazioni di una trasmissione di così lunga durata, d’altronde, devono essere messe in conto, così come l’omologo Festival di Sanremo è cambiato dalle sue prime edizione. La cura della trasmissione televisiva, del programma in quanto tale è sicuramente cresciuta, ma non sarebbe corretto dire che questa attenzione alla parte televisiva della kermesse è andata a scapito dell’attenzione verso i partecipanti che, come abbiamo visto, rimane il centro degli obiettivi produttivi dell’Antoniano. Se questi bambini, iniziati al canto in televisione dalla trasmissione bolognese, vengono poi dirottati su programmi in cui dalle canzoni per bambini si dedicano alle più conosciute melodie della musica italiana e straniera non è certo un problema in sé; continuiamo a sostenere che è il modo in cui i bambini vengono approcciati dalla trasmissione che potrebbe, e dovrebbe, essere sistemato.
Il fenomeno dell’adultizzazione del bambino, vestito, truccato – soprattutto per quanto riguarda le giovanissime ragazzine – illuminato e allenato a muoversi sul palcoscenico come un adulto, rimane infondo l’unica vera problematica di questi show, così come l’unica fonte di critiche che vengono mosse agli stessi; a fronte di questo, bisogna tenere conto del pubblico a cui queste trasmissioni sono rivolte, un pubblico che gradisce lo spettacolo e che, per scegliere un programma da vedere all’interno dell’ampissima offerta televisiva non può che basarsi sui propri gusti. Così il genere dello show, musicale in questo caso, non può essere snaturato, in quanto gli ascolti continuano a confermarne il gradimento da parte delle audience dei canali generalisti. Nel momento in cui le emittenti capiscono quali sono i generi più apprezzati e li mettono in competizione tra di loro, ecco che la messa in scena diventa una parte importante per un media audiovisivo come la televisione e se non bastasse questa componente per catturare l’attenzione ecco che la musica famosa, conosciuta, fonte di ricordi per gli spettatori, diventa l’attrattiva fondamentale. Insomma, l’insieme delle caratteristiche di Ti lascio una canzone prima e di Io canto dopo non facevano altro che intercettare un gusto, un’implicita richiesta di programmazione. È difficile, quasi impossibile, creare qualcosa di completamente nuovo, nella produzione mediatica odierna, senza poter fare una previsione di quanto il pubblico potrebbe gradire quel determinato prodotto. Se Io canto era dopotutto la naturale risposta Mediaset ad un simile programma della concorrenza, per Ti lascio una canzone era la possibilità di unire la presenza di bambini, fonte di gradimento assicurato da esperimenti precedenti, e la musica che crei in qualche modo un effetto nostalgico, spaziando nelle generazioni per comprendere un pubblico più ampio possibile, da Domenico Modugno a Marco Mengoni.
E se i bambini cantano le canzoni da grandi, infondo, che problema c’è? Nella maggior parte dei casi, è vero, non ne comprendono il significato, cantano perché a loro piace la musica e magari sognano un futuro all’altezza dei grandi cantanti. La combinazione di musica educativa, come quella dello Zecchino d’Oro, e musica con la quale esercitarsi e coltivare una passione, non è forse la scelta migliore?
Forse, basterebbe che i bambini cantassero con la giusta dose di ammirazione per gli adulti, come fanno tutti bambini che, per crescere, prendono esempio dai grandi. Un po’ come i piccoli calciatori che sognano di essere Messi o Cristiano Ronaldo, o magari anche solo i figli che sognano il lavoro che fanno i loro genitori, da cui prendono ispirazione ed esempio.
Forse, basterebbe capire che, anche in televisione, i bambini hanno bisogno dei loro spazi, dei loro tempi. E hanno bisogno di crescere, di essere incoraggiati, di fare esperienze per quanto possibile positive. Bisognerebbe solo cercare di creare in loro i giusti sogni, le giuste aspettative, senza tuttavia illuderli che tutto venga naturale, che da un’apparizione televisiva venga automaticamente la fama o il successo. Per fare questo, infondo, basterebbe semplicemente incoraggiarli a fare quello che piace loro, indipendentemente dal contesto, e magari spiegare loro come qualsiasi obiettivo si pongano può essere raggiunto con il lavoro e la costanza.
In sostanza, per evitare le polemiche, condivisibili o meno, bisognerebbe trattare i bambini come dei bambini e gli adulti come adulti, senza che nessuno perda la propria identità. Ma questa credo essere una sfida quantomai complessa, all’interno di un mondo come la televisione, che volente o nolente ha bisogno degli ascolti per sopravvivere, ha bisogno come qualsiasi altro settore di avere dei guadagni, essendosi trasformato da un settore di produzione di cultura in un medium che svolge funzioni soprattutto d’intrattenimento. I bambini, in televisione, sopravvivono anche senza Telescuola. Se però ci fosse l’attenzione e lo studio dell’infanzia che c’era dietro ai programmi come quello, allora qualsiasi altra considerazione sarebbe relegata al gradimento del singolo telespettatore e del singolo minore che fruisce o partecipa ai programmi televisivi, magari adeguatamente seguito e consigliato dalle figure adulte che hanno a cuore la sua crescita.

PARTE 14

  • Campo Dall’Orto: “Da ‘Rai, di tutto di più’ a ‘Rai, per te per Tutti’ salto digitale. 7 luglio 2016. http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2016/07/07/campo-dall-orto-rai-tutto-piu-rai-per-per-tutti-salto-digitale_bd82pMB8tGrAYB0jZ4dMdL.html (consultato il giorno febbraio 1, 2017).
  • Antoniano, Production. «Bando 58° Zecchino d’Oro.» gennaio 2015.
  • Autorità per le garanzie nella comunicazioni. Libro Bianco Media e Minori – Parte VI: Tutela dei minori nell’audiovisivo: la pratica. Napoli: AGCOM, 2014.
  • Bernardini, Irene. Bambini e basta. Milano: Mondadori, 2012.
  • Bernardini, Jacopo. Adulti di carta. Milano: FrancoAngeli, 2013.
  • Cantoni, Irene, Francesco Di Sanzio, e Elena Romanello. «Graffiti Italia: Intervista a Romano Malaspina.» Mangazine, gennaio 1994.
  • Caterini, Marida. «”Chi ha incastrato Peter Pan”: quando lo sfruttamento dei bambini tocca il fondo…» Panorama, ottobre 2010.
  • Comolli, Maria Giulia. «Gli unici bambini veri in TV sono quelli dello Zecchino d’Oro.» TV Sorrisi e Canzoni, settembre 2010.
  • Conti, Carlo. Noi che. Torino: RAI ERI, 2011.
  • Contini, Mariagrazia (a cura di), e Silvia (a cura di) Demozzi. Corpi bambini: sprechi di infanzie. Milano: FrancoAngeli, 2016.
  • S. «“Ti lascio una canzone tratta i bambini da adulti”, chiesta la cancellazione del programma.» Fanpage.it. 16 luglio 2015. http://tv.fanpage.it/ti-lascio-una-canzone-tratta-i-bambini-da-adulti-chiesta-la-cancellazione-del-programma/ (consultato il giorno dicembre 2, 2016).
  • D’Amato (a cura di), Marina. «Per una sociologia dell’infanzia. Dinamica della ricerca e costruzione delle conoscenze.» Infanzia e Società (Lulu Press), n. Special Issue vol. 2 (2006).
  • D’Amato, Marina. La TV dei ragazzi – Storie, miti, eroi. Torino: RAI ERI, 2002.
  • Daniels, Colin. Bruce Forsyth: ‘Children shouldn’t be on Britain’s Got Talent’. 12 maggio 2013. http://www.digitalspy.com/tv/britains-got-talent/news/a480735/bruce-forsyth-children-shouldnt-be-on-britains-got-talent/ (consultato il giorno gennaio 17, 2017).
  • D’Avena, Cristina. «Cristina D’Avena: «Tutta colpa di un cavallo di legno».» Il Giornalino, 19 novembre 1997.
  • Emanuelli, Massimo. 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale. Milano: GRECO&GRECO, 2004.
  • Farné, Roberto. Buona Maestra TV: la RAI e l’educazione da Non è mai troppo tardi a Quark. Roma: Carocci, 2003.
  • Fumarola, Silvia. «Per Striscia, Zechcino truccato.» La Repubblica, 19 novembre 1997.
  • Gambassi, Giacomo. «CENSIS: minori troppo soli davanti a tv e internet.» Avvenire, 2015 marzo 2015.
  • Goi, Marco. «Sanremo 2011: meglio quello di Antonella Clerici.» 16 febbraio 2011. http://www.diredonna.it/sanremo-2011-meglio-quello-di-antonella-clerici-27618.html (consultato il giorno novembre 30, 2016).
  • Grasso, Aldo. Le Garzantine. Televisione. Milano: Garzanti, 2002.
  • Greco, Giovannella. Televisione, vita quotidiana e violenza: una ricerca sulle nuove generazioni in Calabria. Soveria Mannelli: Rubbettino Editore, 2004.
  • Lomartire, Carlo Maria. Milano: Mondadori, 2012.
  • Lucas, Lord. «Io Canto di Gerry Scotti – Di Ti lascio una canzone voleva rubare pure il titolo. Nella prima puntata Marco Carta, Karima, Al Bano, Renga, Amendola e la Muti.» 7 gennaio 2010. http://www.tvblog.it/post/17580/io-canto-di-gerry-scotti-di-ti-lascio-una-canzone-voleva-rubare-pure-il-titolo-nella-prima-puntata-marco-carta-karima-renga-al-bano-amendola-e-la-muti (consultato il giorno dicembre 2, 2016).
  • Lynch, Kevin. Simon Cowell’s ‘Got Talent’ confirmed as world’s most successful reality TV format. 7 aprile 2014. http://www.guinnessworldrecords.com/news/2014/4/simon-cowells-got-talent-confirmed-as-worlds-most-successful-reality-tv-format-56587/ (consultato il giorno gennaio 15, 2017).
  • Manca, Maura. «L’adultizzazione dei bambini…..c’era una volta l’infanzia.» l’Espresso, 10 maggio 2016.
  • Manzi, Alberto, intervista di Luigi Zanolio. TV buona maestra – la lezione di Alberto Manzi (1997).
  • Menduni, Enrico. La più amata dagli italiani. La TV tra politica e comunicazioni. Bologna: Il Mulino, 1996.
  • Ministero dello Sviluppo Economico. «Codice di Autoregolamentazione TV e minori.» Roma, 2002.
  • Novara, Daniele. Dalla parte dei genitori. Milano: FrancoAngeli, 2009.
  • Pellai, Alberto, e Barbara Tamborini. Storie del Fantabosco. 3 vol. Trento: Erickson, 2008-2011.
  • Perotta, Marina. «L’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede la sospensione di “Ti lascio una canzone” e “Io canto”.» 28 settembre 2010. http://www.tvblog.it/post/21741/losservatorio-sui-diritti-dei-minori-chiede-la-sospensione-di-ti-lascio-una-canzone-e-io-canto (consultato il giorno dicembre 2, 2016).
  • Prada, Vittorio. Videocrazia e teatralizzazione della politica nell’era berlusconiana: Potere dell’immagine e nuove strategie comunicative (1994–2012). Berlino: Frank & Timme GmbH, 2014.
  • Presidenza del consiglio dei ministri. «Relazione sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia.» Roma, 2001.
  • Puglisi, Maria Grazia. «I Mezzi Audiovisivi, la Radio e la Televisione per la Diffusione dell’Istruzione – l’Esperienza di Telescuola.» Comunicazione di massa, dicembre 1965.
  • Rossi, Simone. Auditel canali Kids Novembre: Turner Italia sfiora il 10% di share sui bambini. 5 dicembre 2009. http://www.digital-news.it/news/televisione/20436/auditel-canali-kids-novembre-turner-italia-sfiora-il-10-di-share-sui-bambini (consultato il giorno novembre 20, 2016).
  • Tonini, Thomas. «Ascolti tv di domenica 29 settembre 2013: vince Un caso di Coscienza (15.73%), floppa Io canto (13.2%). Domenica Live (14.5%) batte la Domenica In di nonna Mara (14.35%). Crolla Savino (6.05%).» it. 30 settembre 2013. http://www.davidemaggio.it/archives/81791/ascolti-tv-di-domenica-29-settembre-2013 (consultato il giorno novembre 30, 2016).
  • Tortorella, Cino. C’è vita dopo la vita: non abbiate paura. Sesto Calende: Ass. Cult. TraccePerLaMeta, 2016.
  • Trevisan, Miriana, intervista di Ettore Petraroli e Rosario Verde. «Miriana Trevisan: “Non è la Rai ci sfruttava, lavoro non pagato”.» I radioattivi. Radio Club 91. marzo 2015.
  • Zecchino d’Oro. Ecco gli interpreti del 58° Zecchino d’Oro! 3 settembre 2015. http://www.zecchinodoro.org/201-ecco_gli_interpreti_del_58_zecchino_doro!.html (consultato il giorno dicembre 5, 2016).

 

No comments yet. Be the first one to leave a thought.
Leave a comment

Leave a Comment