Notte di Note a Trasasso di Monzuno: voci dal passato e dal futù(ro)

Notte di Note a Trasasso di Monzuno: voci dal passato e dal futù(ro)

Ho conosciuto Massimo Zanotti grazie a un articolo che avevo scritto per Testimonianze Musicali, dedicato alle canzoni dell’ultimo Zecchino d’Oro (La finale del 67° Zecchino d’Oro). Da un breve scambio su Messenger siamo passati a una telefonata, fino a incontrarci di persona: io al suo spettacolo di Capodanno Funky, lui alla presentazione del mio libro “In fila per sei col resto di due”.

Poco dopo, ci siamo ritrovati a Monzuno per un’intervista che si é trasformata ben presto in un dialogo a tutto campo.


E in quella occasione é nata la sua proposta: ospitare il Coro “Vecchioni di Mariele” alla manifestazione estiva a Trasasso di Monzuno di cui è direttore artistico. Così in una sera invernale, Massimo ha partecipato alle prove settimanali del nostro coro raccontandoci la sua proposta, accolta da tutti con grande entusiasmo. A distanza di mesi le adesioni sono calate drasticamente a causa di imprevisti e ferie estive ma Massimo non si é dato per vinto e ha insistito al punto tale che, alla fine siamo riusciti a rimettere in piedi un numero congruo per poter partecipare.

Quindi arriviamo alla sera dell’evento Notte di Note di sabato 2 agosto presso la Chiesa di San Martino di Trasasso a Monzuno.
La strada per raggiungerla è una lunga sequenza di curve e scorci panoramici che si rincorrono tra le colline finché, all’improvviso, compare la chiesina: solitaria, abbracciata dal verde, con la porta appena socchiusa. Da lì, fluttua una musica che sembra sospesa nell’aria. Sono iniziate le prove. Una giovane cantante è raccolta nella sua concentrazione musicale. Entriamo in silenzio e ci sediamo sulle panche. Poco alla volta, gli ospiti artisti arrivano dai luoghi più diversi d’Italia, con sguardi curiosi. Massimo si muove tra microfoni e spartiti, coordina voci e strumenti, senza sosta. Riconosco alcuni dei piccoli partecipanti dell’ultimo Zecchino d’Oro, mentre cerco di abbinare i volti dei genitori. Accanto a loro scopro nuove voci, tra cui un cantante, Antonio, la cui interpretazione del brano La notte dei miracoli trasforma la chiesina di Trasasso in un piccolo teatro incantato.

Pian piano arriviamo tutti, che gioia! Noi coristi, come spesso accade, siamo i più rumorosi: ci chiamiamo da un angolo all’altro della chiesa, ci rincorriamo tra saluti e battute, mentre gli altri artisti provano tra gorgheggi e aggiustamenti.
Ed è lì che incontro Rebecca in arte Marsali, (una delle cantanti ospiti e autrice della canzone vincitrice dell’ultimo Zecchino d’Oro) di cui anni fa avevo raccolto una testimonianza per il mio sito. Mi fa sorridere pensare ai giri strani che ti fanno incrociare di persona chi, fino a poco prima, esisteva solo dentro a un file di Word. (LA STORIA DI REBECCA)

L’acustica della chiesa è buona e la nostra prova, come da copione, è piuttosto approssimativa. “Sono tutti lenti!” ripete Massimo ma ormai lo sappiamo: non è durante le prove che accade la magia, anche se succede quella cosa che non mi stanco mai di aspettare: l’emozione che mi coglie all’improvviso, come una corrente che mi attraversa. Ogni volta penso che il giorno in cui questa sensazione mi abbandonerà, non sarà per aver imparato a controllarla ma sarà perché cantare, semplicemente, non avrà più senso.

Quando le prove finiscono, l’atmosfera cambia. Arrivano le pizze, si formano piccoli gruppi, ci si racconta tra un boccone e l’altro in un viavai continuo e in questo miscuglio di accenti e racconti, gli artisti si conoscono meglio.
Fuori, la luce inizia a calare e la chiesa di San Martino sembra trattenere il respiro. La Notte di Note sta per cominciare.

La chiesa è gremita. Ogni panca è occupata, e chi non ha trovato posto all’interno segue la serata seduto sulle panche allestite all’esterno, davanti a un maxi schermo che trasmette in diretta. È una manifestazione che si ripete da venticinque anni, quindici dei quali sotto la direzione artistica di Massimo Zanotti. Una di quelle tradizioni che, con il tempo, diventano parte del tessuto di un luogo. La serata è divisa in tre atti, come un vero e proprio spettacolo teatrale. Si comincia con “Tutti cantano sé stessi”, uno spazio in cui ogni artista porta il proprio brano, la propria storia. Poi sarà il momento di “Tutti cantano Lucio”, un omaggio collettivo a Lucio Dalla. Dopodiché nel “finalone” salirà in scena “Tutti cantano lo Zecchino d’Oro”, e sarà il nostro turno. Noi coristi entreremo per ultimi con i piccoli interpreti dello scorso Zecchino d’Oro. L’attesa è lunga. Siamo sparsi nel retro della chiesa, nascosti ma presenti, tra chi ascolta assorto le esibizioni e chi si inventa espedienti per far passare il tempo: qualche battuta sottovoce, chi esce per fumarsi una sigaretta, chi beve birra, chi sciroppo o semplicemente osserva il passaggio degli artisti che entrano ed escono dalla sacrestia. Ogni tanto ci si scambia un sorriso, come a ricordarci che il nostro momento arriverà, e dovrà valerne la pena.
Il brusio del pubblico, dentro e fuori, si mescola alle note che riempiono la navata. L’aria è carica di quella tensione elettrica che precede sempre le cose belle.
Man mano scorrono le voci di Giada Giordano, Marsali e Nicola Marotta, Rossella Cappadone e Antonio Modica, ognuno con il proprio stile, eppure legati dallo stesso filo conduttore della serata. Le loro interpretazioni passano dalle emozioni intime alle esplosioni di energia, mentre noi, dietro le quinte, ci prepariamo al nostro momento.

Tra un’esibizione e l’altra, Massimo presenta, racconta, suona, coordina. Passa da un ruolo all’altro, adattandosi a ciò che serve, momento per momento.
Finalmente arriva il nostro turno.
Poco prima di salire sul palco vado da Massimo e mi raccomando di chiamarci Vecchioni di Mariele. È importante. Così come questa manifestazione è in memoria di Gino Ravaglia, per noi è fondamentale che venga ricordato il nome di Mariele. Gino Ravaglia era il maestro elementare di Trasasso, segretario della storica Cassa Rurale locale, figura amatissima nella comunità per il suo impegno nel sociale e nella cultura. Se questa serata continua a vivere è anche grazie a lui. E come questa manifestazione tiene vivo il suo ricordo, così noi, col nostro coro, portiamo avanti quello di Mariele.

L’attesa si fa più breve. Stiamo per entrare. Massimo ci presenta e finalmente raggiungiamo le nostre posizioni con quella concentrazione che precede sempre il primo brano.
Parte la musica… ahimè, non è la base giusta. Ma non c’è tempo per distrazioni: subito dopo, ecco risuonare la base del medley Zecchino, un classico che proponiamo sempre. Siamo compatti, la voce circola sicura tra di noi, sento che stiamo cantando bene. Cinzia, la direttrice, ci guida con la sua calma serafica e si percepisce che il pubblico sta seguendo. Subito dopo attacchiamo un altro grande classico: Il caffè della Peppina. E questa volta con una sorpresa speciale: a cantare con noi c’è Simonetta, l’interprete originale del 13° Zecchino d’Oro nonché corista dei Vecchioni di Mariele.
Ed è proprio su questo brano che compare Massimo, con la fisarmonica in spalla. Ci accompagna come si faceva nei primi Zecchini, quando la musica era tutta dal vivo, e questa cosa si sente, si vede, si percepisce. Le vibrazioni si moltiplicano, salgono in aria e fanno capriole. Siamo dentro la musica, tutti.

Infine chiudiamo in bellezza con “Nella vecchia fattoria”, un brano tanto orecchiabile e all’apparenza semplice quanto capace di coinvolgere. Il pubblico si diverte, segue con attenzione, mentre noi ci ritroviamo ancora una volta a giocare con le voci e i versi degli animali. E chissà cosa penserà il pubblico, vedendo degli ultra cinquantenni che, senza esitazione, continuano a restare bambini…
Proprio sul finale, al pesce/Patty va di traverso la saliva e deve abbandonare il palco. Un pesce che s’affoga é il colmo…Niente di grave, un piccolo imprevisto.
Ma ora viene la parte più innovativa per noi: accompagnare i piccoli interpreti dello scorso Zecchino d’Oro nelle loro canzoni, infatti solitamente cantiamo solo il repertorio storico del Piccolo Coro, quello che conosciamo a memoria, che abbiamo nelle corde e nel cuore.
Infatti, l’idea di Massimo è stata di unire le generazioni attraverso la musica. Mettere fianco a fianco chi ha vissuto gli Zecchini di ieri e chi li sta vivendo oggi, creando un filo che lega passato e presente, creando un dialogo tra età diverse, in cui ognuno porta il proprio bagaglio: noi la nostra esperienza e i bambini la loro freschezza.
E in quel momento, la differenza d’età scompare. C’è solo la musica.
Cantiamo “Diventare un albero” insieme ad Annasole l’interprete originale, la canzone che quest’anno ha vinto lo Zecchino d’Oro. La solista si muove sul palco con una spigliatezza che sembra già guardare un po’ più in là al punto che Massimo le propone di presentare la prossima edizione di Trasasso. Un invito che vola leggero, mentre la canzone continua a raccontare che non c’è bisogno di correre per crescere.
Poi arriva il momento de “Il principe Futù”, la canzone che ha fatto da connessione alla nostra conoscenza. Scritta da Massimo Zanotti e Giulia Luzi, è un brano che ci riporta all’inizio di questo percorso comune, quando ancora non immaginavamo che ci saremmo ritrovati insieme su questo palco. I tre piccoli interpreti, Greta, Riccardo e Ariel Grace, incarnano perfettamente i personaggi del racconto musicale, come se fossero usciti direttamente dal testo della canzone. “Il principe Futù” rimbomba di futurismo e bellezza, riempiendo la chiesa di un’energia nuova, quasi a volerci ricordare che il futuro non è un concetto lontano, ma qualcosa che si costruisce cantando, insieme, nel presente.
E per il finalone, non poteva mancare “L’anno che verrà”, cantato tutti insieme: cantanti, bambini e coro. È il momento in cui le voci si intrecciano, ognuna con il suo timbro, la sua storia, eppure capaci di stare nello stesso spazio senza confondersi. Collaborare con forme diverse, restando sempre fedeli alla nostra identità, è la sfida più grande e, forse, la più bella. Non serve snaturarsi per condividere qualcosa, basta sapersi adattare mantenendo il proprio suono.
Durante la serata abbiamo assaggiato solo un frammento di ciò che la musica dal vivo può generare. E viene naturale chiedersi: cosa potrebbe accadere se ci trovassimo a costruire un intero concerto con un’orchestra?
Da bambini, nel Piccolo Coro, abbiamo vissuto una formazione professionale unica, fatta di esperimenti continui: dal palco teatrale allo spot televisivo, dalla musica dal vivo alle collaborazioni inedite. Questo approccio non era solo un modo di cantare, ma una vera e propria palestra per imparare a stare nella musica in modi sempre nuovi proprio come ci ha insegnato Mariele. Forse, per raccontare davvero la nostra storia, dovremmo continuare a inseguire quella stessa curiosità, moltiplicare le forme e i modi in cui ci esprimiamo. Perché il vero racconto non è solo nei brani che cantiamo, ma nella capacità di reinventarci, di abitare il presente con la stessa freschezza e audacia di chi non smette mai di sperimentare.
Solo così potremo trasformare la nostra esperienza in un racconto vivo e autentico, che continui a evolversi senza perdere la sua radice.
Chissà, forse anche Massimo l’aveva compreso da tempo…

.Francesca Bernardi

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