PREAMBOLO
In un mondo che corre sempre più veloce, dove il successo è un’illusione fugace che svanisce prima ancora di essere assaporata, lo spettacolo El Pasador Vita, musica e miracoli di Paolo Zavallone, è un’immersione in un passato che pulsa ancora nel presente. Sul palco del Modernissimo a Bologna prende vita la storia di un uomo che si è reinventato mille volte, trasformando ogni cambiamento in un nuovo slancio. Ciò che emerge da questo vissuto è chiaro: sono l’esperienza e la dedizione a dare forza e autenticità a ogni scelta.
L’ideatrice dello spettacolo è Cristina Zavalloni, figlia dell’artista che nella breve intervista che mi ha rilasciato, alla domanda di quale fosse l’idea o la verità che avrebbe voluto arrivasse al pubblico ha risposto:
“Questo Paese ha dato e continua a dare i natali a musicisti che erano portatori sani di una verità, di un’autenticità che si traduceva in un artigianato molto solido. In un’epoca in cui sembra che le professioni possano essere improvvisate, mi piace raccontare una storia come quella di mio padre, che è anche la storia di un’epoca. Una storia che ho fatto mia, profondamente. Non parlerei di sacrificio, ma piuttosto di dedizione. Una dedizione istintiva, spontanea, fatta di gavetta, di musica suonata ogni giorno. Poi certo, c’era anche la mondanità, la televisione… ma era un’altra cosa. La quotidianità era il fare musica. Il fare, proprio: homo faber. Ed è questo l’aspetto che più mi sta a cuore, ed è questa la storia che vogliamo raccontare.”
LO SPETTACOLO-CONCERTO
Ma adesso facciamo silenzio, prendiamoci il nostro posto nelle poltrone rosse fiammanti del Modernissimo per scoprire lo spettacolo concerto. Sul palco l’eclettico narratore Federico Sacchi, guida il racconto con mano sicura, cucendo insieme aneddoti, immagini d’archivio e filmati come un sarto esperto, mantenendo un ritmo serrato ma mai forzato. A dare corpo e anima alla narrazione, la musica dal vivo: una superband diretta da Cristiano Arcelli che non accompagna soltanto, ma rilancia, sottolinea, esalta. Ogni brano è un frammento di storia restituito con energia e cuore. Poi c’è “il vocione baritonale” di Vincenzo Vasi, impossibile non restarne colpiti, e il coretto in perfetto stile anni ’70, formato da Cristina Zavalloni (che si mantiene in secondo piano a sostegno del racconto) Valeria Sturba e Cristina Renzetti: una piccola scena dentro la scena, ironica, elegante e perfettamente a fuoco.
E poi c’è la storia di Paolo, che lascia uno stupore così grande da riempire ogni spazio, senza lasciare nulla di vuoto. Cantante, pianista, direttore d’orchestra, artista scenico, organizzatore: ecco le molteplici trasformazioni di un uomo poliedrico. Dagli inizi degli anni ’50 fino alla fine della sua carriera, ha attraversato tutte le forme della musica da consumo: dalle melodie da ballo alle sigle televisive, passando per colonne sonore cinematografiche e brani dedicati sia agli adulti che ai più piccoli. Da una delle sue prime apparizioni televisive, in cui canta con romanticismo La donna dei sogni, a quella gag con i pupazzi nella celebre Non Stop, riconoscerlo è praticamente impossibile.
La sua gavetta comincia nelle orchestre delle sale da ballo, dove impara a destreggiarsi in ogni genere musicale. Da lì, il progetto evolve prima in un complessino poi, come pianista nel gruppo che accompagnava Hengel Gualdi e successivamente forma una vera e propria orchestra tutta sua. Nel corso della carriera stringe collaborazioni con autentici giganti della musica, alcuni dei quali, va detto, sono diventati tali anche grazie a lui, che aveva un fiuto speciale per scegliere talenti come Tullio De Piscopo e Mauro Malavasi. E quando molti credevano che la musica dal vivo fosse destinata a scomparire con l’avvento dei DJ, lui era già pronto a cambiare.
Dopo questa fase, si dedica alla library music — un mondo di colonne sonore pensate per film, televisione, pubblicità e altro, lontano dai tradizionali album commerciali, le “musiche di sottofondo”. Qui si destreggia tra generi diversi e spesso opposti, definendosi con autoironia e senza troppi giri di parole, “il cagamusica”.
A metà degli anni ’70, la sua carriera prende un’altra svolta quando viene chiamato come direttore artistico per la nuova trasmissione Rai Non Stop, un vero laboratorio di talenti emergenti. Da lì, partecipa al Festivalbar e nel ’78 arriva alla direzione artistica del Festival di Sanremo, dove firma la sigla Jeans Flower. Proprio in quegli anni nasce anche Amata mia, amore mio, brano centrale di un successo esploso nel tempo e che ancora oggi continua a generare diritti SIAE. Tra le scoperte più sorprendenti: Yellow Fever, un brano funky del ’76 che anticipa sonorità ancora attuali. Non a caso viene anche definito il Maestro del funky mediterraneo…

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