La storia di Cesare Borrometi

La storia di Cesare Borrometi

C’era una volta, nella città siciliana di Siracusa, un bimbetto paffutello di nome Cesare, avviato ai santi misteri della musica dal padre, un legale dell’INPS che, pur non conoscendo una nota e non sapendo suonare alcuno strumento, era un vero intenditore: sinfonie, opere, jazz e canzoni non erano un mistero per lui e non lo sarebbero stati ben presto nemmeno per il piccoletto, catturato subito da tutto ciò che usciva dal giradischi o dal mangianastri.

Tra i dischi che erano in casa figuravano le raccolte di due edizioni dello Zecchino, quella del 1967 e quella del 1968, l’una con “Il cane capellone” e “La minicoda”, l’altra con “Quarantaquattro gatti”, “Il valzer del moscerino” e quella bellissima canzone che parlava di una macchina da scrivere (e di un madornale, ma tenero errore di una bambina che, invece di scrivere “Tanti auguri”, se ne uscì con un “Tinta e ghiri”). Furono quei 33 giri, composti ciascuno da dodici canzoni, il primo contatto di Cesare con lo Zecchino. Poi arrivò l’edizione del 1971, che il papà volle incidere direttamente collegando il registratore a cassette con l’apparecchio radio: rimangono oggi dei flash nella memoria, con Mago Zurlì che presentava l’orchestra di Gino Bussoli (la cui sigla era un motivetto sincopato esposto dai fiati) e poi le canzoncine di quell’anno, le cui preferite erano “Il karatè” e naturalmente “Il caffè della Peppina”.

1970 - Cesare

Fu davvero un impatto molto forte con il mondo dello Zecchino e con il Piccolo Coro dell’Antoniano, tanto che vi furono altre occasioni per riascoltare in quei mesi le interpretazioni del complesso vocale diretto dalla paziente Mariele Ventre, a cominciare da un 45 giri avuto in regalo per Natale e consumato fino alla noia nel mangiadischi, contenente da una parte “Caro Gesù, dolce Signor”, ovvero “Stille Nacht”, e sul retro la festosa “Le campane di Natale”. Vi furono anche delle situazioni in cui il piccolo Cesare telespettatore credeva di trovarsi di fronte a qualcosa di strano… ma si trattava solo di “copie carbone” dell’inimitabile Zecchino… vedere dei bambini cantare, ma non trovare Mago Zurlì, bensì un altro conduttore (che poi era Vittorio Salvetti) e nemmeno l’incorreggibile Richetto… ma quello non era affatto lo Zecchino d’Oro; era invece “La scaletta”, rassegna salesiana allora organizzata a Padova che non intendeva affatto essere (e non era di certo) uno “Zecchino bis”.

Arrivò lo Zecchino del 1972, con i “Tre scozzesi”, i “Sette cani brontoloni”, “Il treno se ne va- cin cin pon pon”, l’orecchiabile e quasi ossessivo ritornello della “Gallina coccouà”…  poi il ’73 con “La sveglia birichina”, “Il festival pop” e i dischi della gara bolognese reperibili anche come omaggio allegato ai “Gran Turchese”,  spesso affiancati da vecchie registrazioni in cui Cino Tortorella, accompagnato al pianoforte e alla chitarra dalla sua prima moglie, raccontava (e cantava) le favole dei fratelli Grimm… il ’74 con “Nonna ni nonnina”, “Un-papà”, “Cocco e Drilli” (tra i bambini che eseguivano quest’ultimo brano c’era anche un altro figlio di Aretusa, un certo Alessandro Strano che mai, nel corso degli anni e dei decenni successivi, fu possibile incontrare e conoscere) … e Cesare cresceva, passando il tempo assieme alla sorella maggiore, purtroppo inferma, davanti alla radio, al televisore o al mangianastri (quando il papà musicofilo aveva tempo e voglia di registrare le trasmissioni in diretta da Bologna), imparando di ogni Zecchino la maggior parte delle canzoncine in gara. Insomma, almeno fino a tutto il 1979, cioè l’anno in cui Cesare si iscrisse in prima media, seguire lo Zecchino d’Oro in TV o alla radio fu sempre un piacere. Poi, secondo copione, crescendo  e cominciando ad avere altri interessi, la “Festa della Canzone per i bambini” venne abbandonata o quasi. Incominciarono le prime esperienze con le emittenti radiofoniche locali del profondo Sud… ma poi capitò di nuovo lo “Zecchino” sulla strada dell’ormai diciottenne Cesare, chiamato a fare da giurato alle selezioni locali promosse dall’emittente “Videoregione”, là dove, alcuni anni prima, era uscita fuori Diana Platanìa (altra siracusana purtroppo mai conosciuta o incontrata di persona), partecipante a Bologna con “Tango, mago tango”.

Sempre più con curiosità che non con passione, Cesare, studente universitario, dapprima seguì con grande interesse l’edizione 1990, quella alla quale aderirono cantautori come Enrico Ruggeri, Pino Daniele, Fabio Concato (ma la canzone che gli rimase in testa fu la bellissima composizione in gara per il Regno Unito, “Mother’s Day”); indi fu coinvolto nell’ubriacatura collettiva di quel buffo e originalissimo ritornello che fu “Il coccodrillo come fa ?”, vincitore nel 1993.

Venne poi il tempo di “Sarabanda”, telequiz di cui Cesare fu campione, ma la gioia durò poco: presto dapprima partì per il mondo dei Più il padre musicofilo e, a soli quattro mesi di distanza, fu la volta della sorella, aggravatasi all’improvviso dopo aver riacquistato miracolosamente – e per moltissimi anni – una certa efficienza fisica grazie a un provvidenziale intervento. Distrutto dal dolore, il Nostro ritardò a dare le ultime materie che gli mancavano prima di discutere la tesi di laurea, preferendo “scaricarsi” con le prime esperienze giornalistiche e con l’inizio di un hobby che dura tuttora, il collezionismo dei vecchi vinili. Pian piano egli recuperò  anche i dischi delle varie edizioni dello “Zecchino”, arrivando a contarne davvero parecchi.

Finalmente il giorno della laurea arrivò, ma abbinato a una nuova brutta notizia: la grave malattia della madre. Anni di strazianti attese, di speranze e poi… un altro addio. Era ora di cambiare vita, di tagliare con un passato con poche rose e troppe spine, e così Cesare decise di trasferirsi al Nord. Incoraggiato dagli zii ivi residenti, egli scelse il Piemonte e fu allora che tutto sembrò decollare. Redazioni giornalistiche, scuole presso cui sostituiva insegnanti di Lettere ammalati o non disponibili, associazioni culturali, furono i nuovi ambienti in cui quell’uomo un po’ grassoccio proveniente dal Meridione si fece avanti. Vi fu spazio per l’amore (nella persona della vivacissima Annamaria), per il volontariato (con l’accoglienza di bambini provenienti dalle zone colpite dalla nube proveniente dalla centrale nucleare di Chernobyl) e… per le radio web.

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Con il boom dei “social network”, ecco arrivare anche il contatto con quella bambina di un tempo, la cui vocina usciva dapprima da un’audiocassetta e poi dai solchi di un 33 giri, ossia Francesca de “La Teresina”… ed oggi Cesare ringrazia sentitamente quest’ultima con affetto ed amicizia per avergli permesso di raccontare la propria storia a lei e a tutti i “navigatori” del mondo di “Zucca Zoe” e delle relative “Testimonianze musicali”.

 

1 comment

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  1. gabrielesbattella

    28 Agosto 2017 at 17:35

    Bellissima storia a tratti commovente.
    Grande Cesare.
    gabriele

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