Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco

PARTE 1
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

ALMA MATER STUDIORUM – UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
SCUOLA DI LETTERE E BENI CULTURALI
Corso di laurea in
Cinema, Televisione e Produzione Multimediale

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco
Analisi dei format musicali con bambini: il caso Zecchino d’oro.

Tesi di laurea in
Storia Della Radio e Della Televisione

Relatore Prof: Veronica Innocenti
Correlatore Prof. Luca Barra
Presentata da: Francesco Armellin
(Interattività e impaginazione: Francesca Bernardi)

Appello
terzo

Anno accademico
2015-2016


INTRODUZIONE

Vi sono diverse modalità di approccio all’analisi televisiva; in molti casi, le analisi vengono effettuate in modo particolareggiato, prendendo in esame i diversi generi, oppure si procede ad un analisi di tipo storico, o, in misura minore, contenutistico. Tuttavia, è estremamente ridotta la letteratura che si approccia alla televisione per bambini e ragazzi, anche perché spesso la programmazione rivolta a questo particolare pubblico è particolarmente sfuggente ai concetti di genere, come d’altronde lo è sempre di più anche la programmazione televisiva nella sua interezza. Infatti, nei programmi che definiamo genericamente ‘per bambini’ possono essere fatte rientrare due macro-categorie di produzioni: quelle ‘con i bambini’, dove questi vengono coinvolti direttamente, come pubblico, concorrenti o partecipanti, e quelle ‘per i bambini’, che invece spesso sono fatte da adulti con scopo di intrattenimento o di edutainment dedicato alle fasce di pubblico più giovane.

A questo tipo di divisione, ovviamente, va aggiunta la programmazione di produzioni che sono state sviluppate per altri media e che vengono poi trasmesse anche attraverso l’apparecchio televisivo, come i film d’animazione cinematografici, o alcuni spettacoli teatrali messi in scena per le scuole.

Moltissime sono poi le tipologie di programma che, pur tutte indirizzate ai bambini, parlano loro con diversi linguaggi e con diversi scopi. Alcune si rifanno alle vecchie tipologie di programmi educativi prima che d’intrattenimento, quello che nei primi decenni dello sviluppo del mezzo televisivo era forse il principale scopo che accomunava i programmi trasmessi, rigorosamente nella fascia pomeridiana, per i ragazzi; altre, sulla scia dell’intrattenimento fine a se stesso, sono invece studiate per catturare l’attenzione dei bambini senza che questo voglia necessariamente comunicare loro messaggi istruttivi; altre ancora mischiano queste due finalità, e sono la maggior parte, sapendo cogliere le modalità giuste per interessare i piccoli telespettatori e, tra le righe di un prodotto divertente, stimolare anche la crescita presentando piccole nozioni culturali, consigli o spiegazioni, integrandosi così alle figure educative con cui i bimbi sono in contatto e ponendosi, infondo, come ‘buona maestra’ così come definita da Roberto Farné[1].

In questo senso, sicuramente le vicissitudini storiche che hanno accompagnato la crescita della televisione come mezzo d’intrattenimento prima ancora che di comunicazione hanno segnato un notevole cambiamento nel pensiero che risiede dietro a molti programmi pensati per i bambini. I programmi della TV dei ragazzi come si vedrà erano sicuramente pensati e presentati per essere destinati a diverse fasce d’età dell’infanzia – e in molti casi anche ai diversi generi, con una distinzione molto più evidente tramite gli stereotipi che ne caratterizzavano la visione da parte degli adulti; d’altronde, andavano in onda in segmenti pomeridiani sull’unico canale esistente, il Primo Canale, per poi differenziarsi con la nascita del Secondo Canale e del Terzo Canale, oggi conosciuti come le tre reti RAI generaliste, proponendosi di fatto al pubblico dei minori come un unicum, che poteva interessarli di più o di meno a seconda dell’età – e appunto del genere – ma che erano l’unica proposta a loro destinata, mentre altri orari, specialmente la prima serata, erano dedicati ai grandi che ne fruivano dopo aver messo a letto i loro figli. E se anche un programma non pensato – in primis – per i più piccoli, come Carosello, diventava forma di divertimento perché pieno di scenette comiche e strisce animate che relegavano la pubblicizzazione del prodotto alla fine di ogni segmento, subito dopo era previsto l’orario canonico di rimbocco delle coperte in tutto il Paese[2].

Il cambio di abitudini, dettato sicuramente da moltissimi fattori di cui la televisione si è fatta informatrice, magari portatrice ma difficilmente iniziatrice, ha fatto sì che negli anni una fetta sempre più ampia di pubblico seguisse programmi che prima non guardava per abitudine o per dettami sociologici o educativi, come appunto capitava per i minori; al giorno d’oggi, i bambini che guardano programmi generalisti sono aumentati a dismisura e con loro i ragazzini, anche giovanissimi, che guardano gli show in prima serata senza che vi siano veri e propri vincoli, sia dal punto di vista dell’orario di sonno, sia da quello del tempo trascorso davanti alla televisione e men che meno riguardo al programma scelto[3]. Ovviamente, così facendo, molti genitori rischiano di vanificare le poche precauzioni che ancora vigono riguarda alla regolamentazione dei contenuti televisivi, come quello sulla fascia protetta che, pur monitorata, ha un termine specifico alle 22:30[4], orario in cui i programmi di prima serata sono ancora in pieno svolgimento.

Restando nel campo della regolamentazione, devono essere messe in luce alcune problematiche. Nell’affrontare il tema dell’intrattenimento televisivo dedicato alla specifica fascia d’età di bambini e ragazzi, o più in generale dei minori, le difficoltà primarie vengono dal fatto che nella gestione già lacunosa e criticata della legislazione sulle comunicazioni non vi è mai stata una seria e univoca regolamentazione delle trasmissioni dedicate ai ragazzi, se non in un recente passato.

La prima vera legge che affronta l’argomento giunge infatti solo nel 1990, ad opera del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni Oscar Mammì: nella legge che porta il nome del suo primo firmatario, si fa per la prima volta menzione di programmi che possono

«[…]nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori che contengono scene di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità[5]».

In questo testo, per quanto perfettibile, si evince la volontà da parte dello stato di tutelare la fascia di pubblico composta dai minori in modo che il progressivo aumento di offerta televisiva non possa nuocere loro in termini di contenuti, come fino a quel momento solo alcune normative interne alla RAI avevano provato a regolamentare.

La definizione riportata sopra per delineare quali siano i programmi non adatti al pubblico infantile viene, nella stessa legge, implementato anche dalla specificazione che qualsiasi contenuto che sia stato catalogato come vietato ai minorenni o comunque fermato dagli organi di controllo per quanto riguarda la trasmissione in pubblico di audiovisivi, eppure nel 1990 non era ancora prevista un’autorità che potesse vigilare sull’adempimento delle norme previste da questa legge. L’Autorità per le garanzie delle comunicazioni verrà istituita solo nel 1997.

La legge Mammì, sicuramente fallace in moltissimi altri settori di cui questo lavoro non si interessa, sembrava essere un vero e proprio freno alla proliferazione di una programmazione non adatta ai bambini, frutto dell’aumento delle frequenze a disposizione, ovvero dei canali che trasmettevano contenuti accessibili a chiunque avesse in casa il televisore, ma soprattutto dell’aumento della necessità per le emittenti di riempire palinsesti diventati ormai ininterrotti; quando nel 2004 entrò in vigore la cosiddetta legge Gasparri, volta a ridefinire moltissime competenze e disposizioni in materia di una trasmissione televisiva che, con l’avvento dei canali satellitari prima e della piattaforma digitale terrestre poi rischiava di degenerare in un’accozzaglia priva di controllo, in materia di tutela di minori si limitò a ricordare l’obbligo ad

«[…] osservare le disposizioni per la tutela dei minori previste dal Codice di autoregolamentazione Tv e minori approvato il 29 novembre 2002[6]».

Il Codice di Autoregolamentazione TV e Minori, sottoscritto per la prima volta a Roma nel 1997 e poi aggiornato a più riprese, sembrò dunque essere lo strumento più efficace da consegnare al Garante per le telecomunicazioni per poter monitorare che i contenuti televisivi rimanessero, nelle fasce previste e nelle modalità previste, a misura di bambino.

Se già dalle leggi era stata presa una direzione in questo senso, il Codice di Autoregolamentazione, sottoscritto da tutte le maggiori emittenti del nostro Paese, sembrerebbe essere il vero e proprio baluardo in difesa dei diritti dell’infanzia in materia di televisione; oltre a ribadire i termini delle fasce protette, con particolare attenzione a quella pomeridiana, il Codice si occupa anche di definire la partecipazione dei minori ai programmi televisivi, entrando così nel merito dell’altra parte della problematica che verrà affrontata in questo lavoro.

Come abbiamo detto, infatti, non vi sono solo il programmi ‘per bambini’, che sono pensati appositamente per questo pubblico e, alcuni in misura maggiore altri minore, utilizzano linguaggi assolutamente comprensibili da parte dei piccoli telespettatori; l’altra faccia della medaglia è infatti composta da quei programmi che ospitano al loro interno i bambini stessi, come ospiti o concorrenti. In questo caso, il confine tra i contenuti ed il pubblico non è più così definito, tanto che moltissimi dei programmi all’interno dei quali i bambini sono presenti in qualsiasi veste sono rivolti ad un pubblico più ampio di quello solamente infantile, cercando invece di raggiungere le famiglie intere ma anche, più ampiamente ancora, il pubblico generalista. Lo stile delle trasmissioni ovviamente implica delle differenze, come nel caso dei bambini che vengono intervistati per sondaggi o inchieste, come succede in alcune puntate della trasmissione di tribuna politica e dibattito di attualità DiMartedì (La 7, 2014); in questo caso, evidentemente, i bambini non sono i destinatari del contenuto, ma vengono utilizzati per capire quale percezione alcuni minori hanno delle problematiche di cui si discuterà all’interno della puntata stessa. Di contro, la maggioranza delle trasmissioni suscita l’interesse anche dei più giovani, sia per la presenza di coetanei verso i quali dirigere il proprio desiderio di emulazione sia per la componente di divertimento che, inevitabilmente, si cela dietro alla stragrande maggioranza dei contenuti realizzati con i bambini.

In trasmissioni di successo come Chi ha incastrato Peter Pan? (Canale 5, 1999-2000 e poi 2009-2010), per esempio, proposto da un canale generalista come Canale 5, i bambini si succedono in situazioni comiche, scherzi e momenti interlocutori con alcuni personaggi famosi, insieme ai quali scatenare la propria fantasia e ingenuità con le loro domande. Per quanto sia difficile provare a capire quale livello di costruzione si celi dietro ad un programma come quello condotto da Paolo Bonolis, si può comunque considerare come in questo caso il Codice di Autoregolamentazione presenti tutti i suoi limiti: non vi sono stati infatti casi eclatanti in cui si sia sfruttata un’evidente disabilità o vi sia stato un utilizzo di minori in situazioni di gravi difficoltà[7], per i quali potrebbe essere più difficile rendere labile il confine tra ciò che si può o non si può fare; si potrebbe invece discutere, come d’altronde è stato fatto in modo anche abbastanza serrato da parte di alcune associazioni di genitori, sull’eventuale strumentalizzazione della loro età o della loro ingenuità. Una delle più importanti sigle che raggruppa i genitori nella tutela sociali dei minori, il Moige, richiamò molte volte l’attenzione sul programma di Bonolis, reo, a suo dire, di sfruttare la simpatia dei bambini per far presa sui genitori[8]. Non c’è dubbio che, vere o meno che siano queste accuse, lo share registrato dal programma nel corso delle varie edizioni, così come quello di moltissime altre trasmissioni che hanno visto – e vedono tuttora – la presenza di bambini, sembra premiare la scelta di autori, produttori e conduttori.

Indubbiamente c’è una componente di rischio di evasione dai canoni della tutela legislativa, sia in fase di contenuti sia in fase di presenza dei bambini: basti pensare al fatto che, nel Codice di Autoregolamentazione, si fa riferimento anche alla crudezza delle immagini di notiziari e magazine informativi, soprattutto quelli all’interno delle fasce protette e in orari di affollamento di spettatori come quello della sera; le immagini forti dovrebbero essere effettivamente necessarie alla comprensione delle notizie[9] per giustificarne la messa in onda e anche in questo caso il confine tra ciò che è ‘effettivamente necessario’ e ciò che non lo è sembra essere particolarmente oscillante.

Restando però sull’oggetto di questa tesi, ovvero i programmi in cui i bambini sono protagonisti, c’è un settore nel quale, negli ultimi anni, le reti sembrano aver trovato un interessante filone comune al quale attingere per poter raggiungere gli ascolti cercati: si tratta di programmi che rientrano a pieno titolo nella categoria dei ‘talent show’, una delle tipologie televisive più in voga nella televisione odierna perché riempiti di gente comune pronta a sfoderare il proprio talento. Chi più dei bambini può avere talento nascosto da esibire di fronte al pubblico? Sono così nate diverse trasmissioni che seguono la stessa logica, seppur differenziandosi per categorie. Capostipite di questi programmi fu Bravo Bravissimo (Canale 5 poi Rete 4, 1991-2002), con Mike Bongiorno alla guida di una rassegna dei più disparati talenti, dal canto al ballo alle performance con i più particolari strumenti musicali.

A questo illustre progenitore comune, se ne può aggiungere un altro importante: stiamo parlando di Roberto Cenci, nome non particolarmente noto al grande pubblico – come la maggior parte dei suoi colleghi registi televisivi – ma che si è rivelato inaspettatamente dietro proprio al programma Chi ha incastrato Peter Pan? e che, in anni più recenti, ha ideato e diretto due degli oggetti di studio di questa tesi, ovvero Ti lascio una canzone (Rai 1, 2008-2015) e Io canto (Canale 5, 2010-2013), rispettivamente su Rai 1 e Canale 5 a dimostrazione del fatto che le leggi dello share valgono indifferentemente dall’emittente, sia essa pubblica o privata.

In queste trasmissioni, i bambini sono però oggetto di un altro tipo di sfruttamento, senza sostituire il termine forte che hanno usato i detrattori dei programmi, ovvero quello della ‘grottesca imitazione’[10] degli adulti da parte dei bambini. La presenza di bambini anche molto piccoli che cantano famosissime canzoni scritte dai più grandi autori della musica, italiana e straniera, ha attirato soprattutto nelle prime edizioni di ciascuno una grande fetta del pubblico generalista, pur senza inventare niente di nuovo rispetto a Bravo Bravissimo o, volendo allargare il contesto dei bambini cantanti, allo storico concorso musicale dello Zecchino d’Oro (Programma Nazionale, 1959).

Sebbene il paragone potrebbe sembrare stridente, vi sono in realtà punti di contatto per cui queste trasmissioni, dando la possibilità ai bambini di cantare seguendo le loro doti e le loro passioni, possono essere analizzate e comparate.

Tuttavia, su queste trasmissioni come sul resto del settore dell’intrattenimento per bambini la bibliografia a disposizione è limitata, soprattutto se si affronta la tematica dal punto di vista mediatico piuttosto che da quello educativo.

Nei prossimi capitoli, questo lavoro si pone perciò come obiettivo quello tracciare una breve storia della televisione per ragazzi, grazie alla quale sarà possibile individuare quelle dinamiche che hanno portato, al momento attuale, alla produzione di questo tipo di trasmissioni a fianco di altri contenuti per ragazzi più o meno standardizzati.

L’ampia gamma di prodotti televisivi per bambini, in questo momento, è infatti relegata ai canali tematici, che seppur vari per target di riferimento e per bacino di reperimento di prodotti da inserire nei propri palinsesti – passando da chi predilige contenuti realizzati in Italia a chi si dedica più a serie televisive e cartoni animati americani o giapponesi – attraggono una percentuale di pubblico molto bassa, con le quote di share più alto che rimangono appannaggio delle reti generaliste; Rai Yoyo e Rai Gulp, così come le reti Boing e Cartoonito editi da Mediaset e K2 e Frisbee, di proprietà del gruppo Discovery, hanno provato negli anni a strutturare una proposta accattivante per i più giovani, con una presa che sembra tuttavia essere relegata ai bambini di età prescolare o poco più grandi mentre quando crescono e si muovono verso l’adolescenza i ragazzi sembrano preferire i programmi che vengono pensati per il grande pubblico piuttosto che i contenuti a loro riservati[11].

Uno dei veri problemi che verranno affrontati però risiede non tanto nella programmazione attuale della tv per bambini, quanto di quella di programmi in cui i bambini sono presenti, e come la figura del bambino è presentata e trattata. Per questo, nei capitoli successivi, sarà compiuta un analisi dei programmi in cui i bambini sono impegnati in gare musicali, ovvero Ti lascio una canzone, Io canto e lo Zecchino d’Oro. Questi programmi, pur nelle loro differenze nei contenuti e nelle forme in cui i piccoli cantanti possono mettersi alla prova, saranno confrontati, alla luce anche storica che vede il concorso di musica per bambini inventato da Cino Tortorella farla da padrone, con le sue quasi sessanta edizioni.

Tuttavia l’immediatezza della diversa percezione dei piccoli partecipanti a questi show è talmente elevata che sembrerebbe semplice poter tirare le conclusioni, per cui se lo Zecchino d’Oro si pone come difensore della conservazione della spontaneità infantile dall’altra i programmi come Ti lascio una canzone o Io Canto potrebbero essere definiti come conduttori del complesso fenomeno dell’ ‘adultizzazione’; questo neologismo sarà a sua volta spiegato e trattato per capire quali implicazioni possa avere questo fenomeno nelle diverse trasmissioni.

L’evoluzione che questo programma ha subito nel corso degli anni, anticipando alcune formule passate poi alle altre trasmissioni citate, sarà un importante filo conduttore sia della prospettiva storica che di quella analitica, alla fine delle quali si proverà a capire quali sono le attuali prospettive della TV per ragazzi, in particolare nelle forme di competizione canora che nello specifico sono alla base di questo lavoro, per ipotizzare il contesto in cui queste potrebbero muoversi nel prossimo futuro, sempre più votato verso i canali tematici per quanto riguarda la programmazione di contenuti per bambini ma sempre più lontano dalle esigenze dei bambini stessi nei canali con più facile accesso, ovvero quelli generalisti, dove quote kermesse trovano attualmente la loro collocazione in palinsesto.


NOTE

[1] R. Farné, Buona Maestra TV: la RAI e l’educazione da Non è mai troppo tardi a Quark. Roma: Carocci, 2003

[2] C.M. Lomartire, Festival. Milano: Mondadori, 2012

[3] M. Emanuelli, 50 di storia della televisione attraverso la stampa settimanale. Milano: GRECO&GRECO, 2004

[4] Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Libro Bianco Media e Minori – Parte VI: Tutela dei minori nell’audiovisivo: la pratica. Napoli: AGCOM, 2014

[5] L. n. 223, 6 agosto 1990

[6] L. n. 112, 3 maggio2004

[7] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[8] M. Caterini,”Chi ha incastrato Peter Pan”: quando le sfruttamento dei bambini tocca il fondo…”, Panorama, ottobre 2010

[9] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[10] Ministero dello Sviluppo Economico, Codice di Autoregolamentazione TV e minori, 2002

[11] S. Rossi. Auditel canali Kids Novembre: Turner Italia sfiora il 10% di share sui bambini. 5 dicembre 2009. http://www.digital-news.it/news/televisione/20436/auditel-canali-kids-novembre-turner-italia-sfiora-il-10-di-share-sui-bambini (consultata 20 novembre 2016)