Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – NEI PAESI ANGLOFONI

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – NEI PAESI ANGLOFONI

PARTE 12 
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

Nel corso dei precedenti capitoli si è dato spazio e si sono analizzati programmi che, per quanto prodotti di emittenti diverse e competitor tra loro, rimangono comunque ancorate al contesto della televisione generalista italiana.
Come però si è detto, il fenomeno della partecipazione dei bambini ai programmi televisivi, pur non nato da poco, ha subito negli ultimi anni un incremento, probabilmente proporzionale anche alla crescita di tutti gli altri programmi a causa dell’allargamento dei palinsesti da coprire per le emittenti già esistenti e per quelle nate dalla rivoluzione digitale del segnale televisivo. In questo senso si è accennato nella prima parte ad alcuni programmi che vanno in onda sui canali tematici italiani, soprattutto su quelli legati alle piattaforme ad abbonamento come Sky, che basano i loro format sulla partecipazioni di bambini, di diversa età, in trasmissioni che hanno scopi anche diversi da quello canoro, del quale ci si sta occupando in modo più specifico.
È invece all’estero che si può guardare per trovare altri concorsi che coinvolgono bambini nel canto; in moltissimi paesi i bambini e i minori in generale vengono coinvolti, in alcune occasioni in maniera specifica, da particolari adattamenti di format pre-esistenti, ripensati o semplicemente riservati a concorrenti al di sotto della maggiore età; in altre occasioni, invece, ai bambini vengono aperte anche le porte di programmi all’interno dei quali sono costretti a vedersela anche con adulti, soprattutto in contesti in cui le discipline affrontate sono molteplici, in aggiunta a quella canora.
Di queste due filosofie di programmazione e produzione si possono prendere ad esempio due fortunatissimi programmi, arrivati anche sulle reti televisive italiane dapprima sulle reti generaliste e poi, in un caso, spostate sulle piattaforme ad abbonamento: i programmi a cui si fa riferimento sono ovviamente The Voice (Rai 2, 2013) e il format Got Talent. Entrambi sono importati in Italia dagli originali nati in altri Paesi, il primo nato in Olanda nel 2010, il secondo invece creato negli Stati Uniti nel 2006: dopo la loro creazione, tutti e due sono stati esportati in moltissimi paesi in tutto il mondo. Allo stato attuale, il format Got Talent, con diverse denominazioni, detiene addirittura il record di versioni andate in onda, con cinquantotto paesi coinvolti nella programmazione di cinquantanove versioni, riconosciuto anche dal prestigioso Guinness dei primati ([1] K. Lynch, Simon Cowell’s ‘Got Talent’ confirmed as world’s most successful reality TV format. 7 aprile 2014. http://www.guinnessworldrecords.com/news/2014/4/simon-cowells-got-talent-confirmed-as-worlds-most-successful-reality-tv-format-56587/ (consultato il giorno gennaio 15, 2017); creata dal famoso produttore britannico Simon Cowell, che è stato giudice sia della versione americana che di quella britannica, ha da sempre riscosso un notevole successo di pubblico e una grande quantità di talenti hanno calcato i palcoscenici nazionali, alcuni dando inizio a carriere di successo. Peculiare è il caso della scozzese Susan Boyle, mezzo-soprano di fama internazionale arrivata proprio dalla versione britannica dello show, uscendo dall’anonimato per arrivare a vendere milioni di dischi in tutto il mondo.
In questo tipo di spettacolo, come detto, viene accettato qualsiasi tipologia di concorrente, il che rende peculiare la trasmissione rispetto ad altre competizioni già esistenti precedentemente, come per esempio il format Idol (Pop Idol, ITV, 2001-2003, inedita in Italia) o il concorrente The X Factor (in Italia su Rai 2, 2008-2010, poi Sky Uno, 2010-2015 e attualmente TV8, dal 2016). Oltre alle esibizioni di varia natura, Got Talent non ha mai avuto limiti di età per quanto riguarda i partecipanti per cui fin dalle primissime edizioni vi sono stati bambini tra i partecipanti, con risultati che, per lo più, sono stati prevedibili. Infatti, soprattutto all’inizio della competizione, quei pochi che arrivavano alla fase della selezione trasmessa in televisione, ovvero quella con i giudici, venivano trattati in modo decisamente diverso rispetto agli altri, più mite e accondiscendente tanto che pochissimi di loro non hanno passato questa fase. D’altra parte, la maggioranza di loro arrivava alle fasi finali senza velleità, anche perché in questo tipo di competizione è normale vedere adulti impressionare i giudici con un esibizione che sia notevole ma non il meglio che possano offrire, che invece riservano per gli altri turni di gara; i bambini, invece, non si avvalgono di questi tatticismi e spesso danno il massimo fin dal principio, rimanendo così invischiati nella lotta eliminatoria delle puntate successive. Nonostante questo ragionamento si possa riscontrare nella maggior parte delle esibizioni, è anche vero che vi sono stati esempi di bambini che hanno scalato le vette delle classifiche, sfruttando anche l’inserimento del televoto nelle finali, grazia al quale hanno conquistato ottime posizioni o addirittura la vittoria dello show.
Alcuni casi degni di nota possono fungere da esempio per i paragrafi successivi, quando si proverà ad analizzare nel dettaglio il trattamento che i minori hanno avuto in questo tipo di trasmissioni. Anche in questo caso, tuttavia, ci limiteremo a parlare dei più giovani di questi, che rientrino quindi nel range di età di cui si è parlato fino questo momento.
Nella prima edizione del talent americano, nel 2006, si presentò sul palco l’undicenne Bianca Ryan, originaria di Philadelphia. Dopo l’esibizione, una potente versione di I’m telling you I’m not going, incisa da Jennifer Holliday nel 1982 per il musical DreamgirlsI (scritto da Tom Eyen, prodotto per la prima volta nel 1981), i giudici non contengono il proprio entusiasmo. Non ci sono dubbi che l’atteggiamento, la vocalità di Bianca siano per molti versi assimilabili a quelli della potente cantante afro-americana, e difatti Brandy Norwood, cantante e attrice oltre che componente della giuria di quell’edizione, le dice senza remore che è già la sua preferita di tutto lo show. Altri commenti vertono in particolare sulla presentazione della bambina, che invece secondo Piers Morgan, famoso giornalista, ha bisogno di cambiare look, dai capelli alle scarpe. Eppure, sempre secondo lui, alla ragazzina basterebbero gli accorgimenti visivi giusti per, senza mezze misure, vincere la competizione.
Non si può dire certamente che non ci avessero visto lungo, considerano che Bianca sarà effettivamente la vincitrice della prima edizione di America’s got talent, ma la carriera dell’ormai cresciuta ragazza di Philadelphia non sarà altrettanto rosea, nonostante qualche piccola parte da attrice e qualche inedito inserito in due EP.
La magia della vittoria per un piccolo partecipante si ripresentò solo nel 2016, quando la dodicenne Grace VanderWaal, di Kansas City, presentò addirittura una canzone scritta di proprio pungo, I don’t know my name. Accompagnandosi con il suo ukulele, la bimba impressionò i giudici, nonostante visibilmente più emozionata e impacciata rispetto a Bianca; strappò gli stessi commenti entusiastici dai giudici e addirittura il cosiddetto Golden Buzz, ossia il lasciapassare diretto verso le finali, da parte dell’attore canadese Howie Mandel, il quale le disse con sicurezza «il mondo conoscerà il tuo nome». Simon Cowell, patron dello show, la paragonò addirittura a Taylor Swift, incoraggiando le lacrime ancora più copiose della piccola cantautrice. Essendo tuttavia il fatto avvenuto di recente, è più difficile capire quali saranno i risvolti futuri per la piccola Grace, che tuttavia ha pubblicato a sua volta un LP, dal titolo Perfectly Imperfect, contenente i tre brani presentati nelle varie fasi del programma ed altri tre, tutti scritti totalmente o in parte di suo pugno.
Esempi al contrario, non culminati con la vittoria, sono quelli che si trovano nella versione britannica del format, Britain’s got talent. Anche qui uno dei giudici è Simon Cowell, e nella terza edizione, quella del 2009, si trovò davanti un giovane cantante gallese, di origini persiane, di nome Shaheen Jafargholi. Il ragazzino, in realtà già avvezzo ai palcoscenici grazie ad alcune esperienze teatrali, arrivò allo show a dodici anni e portò la canzone di Amy Winehouse Valerie: dopo qualche nota, però, proprio l’ideatore del programma lo fermò brutalmente, tanto che persino il pubblico non seppe esprimersi, dicendogli che quel pezzo non era per nulla adatto a lui. Le telecamere ripresero i colleghi giudici esterrefatti, la madre attonita e preoccupatissima, i conduttori allibiti. Una tale reazione potrebbe sembrare strana per una persona che non conosce chi gli sta difronte, speculazioni potrebbero essere fatte; in ogni caso, in pochi secondi – altro fatto che fa pensare ad un cambio preventivato – il giovane viene invitato a scegliere un secondo brano, il difficile Who’s lovin’ you di Michael Jackson. L’esibizione, gorgheggiata come un vero professionista, è da applausi, anzi da standing ovation: ed ecco che Simon, cambiando completamente atteggiamento, fa presagire una nuova vita per lui, da quella sola canzone. La semifinale, in cui portò il già citato I’m telling you I’m not going – nelle sue corde grazie alla voce ancora non sviluppata come maschile adulta – e la finale in cui ripropose il brano di Jackson gli valsero solamente il settimo posto: dopo questa esperienza, qualche altra apparizione televisiva lo portò fino al palco dello Staples Centre, dove cantò Who’s lovin’ you durante la cerimonia funebre in onore dello stesso cantante. Qualche fugace presenza in alcuni film per la televisione e un EP nel 2014 sono allo stato attuale il suo scarno curriculum.
L’altro esempio non fortunato riguarda quello della più piccola tra le cantanti prese in considerazione, Connie Talbot, apparsa nella prima edizione di Britain’s got talent, nel 2007. Anche lei arrivò fino alla finale, nella quale tuttavia non era ancora prevista una classifica totale, ma solo la premiazione del vincitore. La piccola aveva ancora sei anni quando salì sul palco, davanti ai giudici, e la voce bianca intonò a cappella il famosissimo Somewhere over the rainbow, tratto dal musical The wizard of Oz (Il mago di Oz, nella versione cinematografica di V. Fleming, 1939). Con le guance paonazze dall’emozione, Connie si prese applausi a scena aperta, nonostante l’impreciso cambio di tonalità imputabile forse alla mancanza della base musicale. I tre giudici furono ovviamente i più carini con la piccola concorrente: prendendo nuovamente in considerazione le parole di Simon Cowell, suonò strano introdursi dicendole che le avrebbe parlato come un adulta per poi semplicemente dirle che era stata fantastica e chiederle, ironicamente, se la voce che avevano sentito fosse veramente la sua. I commenti positivi la portarono a vincere la propria semifinale con Ben; non è compito di questo lavoro, ma la scelta di molte canzoni di Michael Jackson non è sicuramente casuale e potrebbe essere analizzata in funzione della vocalità dei bambini.
La piccola, crescendo, pubblicò diversi album di cover, inserendo qualche brano inedito; l’ultimo, del 2016, Matters to me, ha avuto discreto successo soprattutto nel mercato asiatico; nonostante questo, non ha è comunque arrivato il successo che in molti, a vederla a sei anni sul palco di Britain’s got talent, si sarebbero immaginati.
Di questi esempi di partecipazione di bambini in trasmissioni per adulti ce ne sarebbero molti altri, in molti paesi, ma è interessante ora vedere come queste esibizioni siano particolarmente simili a quelle che vanno in onda sui palcoscenici della seconda tipologia di trasmissioni, quelle che, pur partendo da format dedicati agli adulti, vengono adattate ad un parterre di concorrenti esclusivamente minori, come il citato The Voice. Se in Italia infatti ancora non si è vista un edizione dedicata ai bambini, all’estero sono moltissimi i paesi che hanno proposto delle specifiche edizioni Kids; tra queste, si prenderà in considerazione quella australiana, scelta esclusivamente per motivi di comprensione più immediata dell’inglese rispetto ad altre lingue. Si può comunque pensare, a seguito della visione di diverse puntate provenienti da molti altri paesi, che non siano riscontrabili particolari differenze.
Due sono i casi che si possono prendere ad esempio come indicativi della filosofia del programma, la cui giuria è composta completamente da cantanti famosi: sono infatti presenti Melanie B, ex componente della pop-band Spice Girls, i fratelli Joel e Benji Madden, fondatori della band rock Good Charlotte, e la solista Delta Goodrem, meno famosa in Europa ma piuttosto in voga in Australia. Nell’unica stagione andata in onda fino a questo momento, si presentarono due ragazzini, Anthony e Tamara, rispettivamente nove e dieci anni, i quali portarono uno dei brani più famosi della storia del musical, We go together da Grease (Grease – Brillantina, R. Kleiser, 1978); i due non solo cantarono, ma si esibirono in un vero e proprio balletto, semplice nei movimenti ma evidentemente frutto di accurate prove. Chi conosce il programma sa però di quanto questo tipo di esibizione possa non essere particolarmente importante. Il regolamento infatti costringe i giudici alle cosiddette ‘blind auditions’, ovvero audizioni al buio, fornendo loro dei sedili girevoli che possono essere rivolti verso il concorrente di turno solo nel momento in cui i giudici stessi decidano di voler assegnargli la propria preferenza. In questo modo, gran parte del provino si basa sulla voce, in quanto, una volta premuto anche solo uno dei pulsanti, il concorrente risulta ammesso al programma. Il balletto dei due bambini sembra dunque più un modo per entusiasmare il pubblico, che grazie alle proprie urla può invitare o meno i giudici a scegliere i concorrenti: in questo caso, solo Delta si girò così che, quando chiese chi fossero gli artefici della coreografia, costrinse i bimbi a ripeterla a favore dei giudici che non l’avevano vista, per poi finire sul palco insieme a Joel Madden per seguire i passi dei due piccoli cantanti e ballerini. Non volendo suggerire un’atteggiamento parodico da parte di Delta e Joel, basti dire che non sono stati fatti ulteriori commenti da parte dei giudici, che semplicemente congedarono con un saluto i due nuovi concorrenti del programma.
Ben diversa la situazione della piccola Alexa, dieci anni, che si presentò sul palco con attitudine più impacciata, immobile sui piedi e con quella oscillazione sulle ginocchia che negli anni sembrava essere il marchio di fabbrica dei piccoli cantanti dello Zecchino d’Oro. La canzone, tutt’altro che infantile, portata per il provino fu Girl on fire, singolo di Alicia Keys uscito due anni prima. La voce, emozionata ma potente della bambina, fece girare tutti i giudici. I loro commenti, tuttavia, riservano la possibilità di qualche ulteriore commento.
Il programma, innanzitutto, lascia come tanti altri un piccolo spazio dedicato a coloro che accompagnano gli aspiranti concorrenti alle audizioni, in questo caso i genitori ed il fratello di Alexa. In uno dei primi commenti all’esibizione, Melanie B pose la sua attenzione sull’outfit della bimba, trucco, vestito non lunghissimo ed un’appariscente collana dorata: chi l’ha deciso, ovviamente, è la madre, e già qui si potrebbe riprendere il discorso fatto in precedenza per quanto riguarda l’importanza dei genitori nella preparazione, nella spinta e nell’entusiasmo più o meno infantile dei bambini che partecipano agli show televisivi. L’altra considerazione è invece suscitata da Joel Madden, che, in un momento che si può definire quasi pedagogico invitò Alexa a scegliere il coach, il giudice che la potesse aiutare di più nella fantastica esperienza che è la partecipazione allo show televisivo. Per quanto possibile, vista la grande emozione della bambina, questa frase potrebbe essere estrapolata dal contesto e considerata uno dei pochi commenti, sentiti ed analizzati da parte degli adulti posti a giudicare i bambini, in cui si può sentire un interesse alla tutela quantomeno artistica del bambino, se non propriamente pedagogica. La bambina alla fine scelse Delta, che era evidentemente il suo idolo fin da prima del programma: per quanto dunque non sembrò prendere realmente in considerazione il suggerimento ricevuto da Joel, Alexa andò realmente nella squadra che la aiutò maggiormente, considerato che fu proprio lei ad uscire vincitrice da questa unica edizione di The voice kids – Australia.
A questo punto però è bene soffermarsi sullo stile di queste trasmissioni, che sembrano avvicinarsi allo stile di Io canto molto più che allo Zecchino d’Oro, e non solo per il fatto che i bambini, di età scolare o pre-adolescenziale, cantano i grandi successi dei cantanti adulti.
C’è infatti nei programmi analizzati più di una componente che li allontana drasticamente dall’attenzione all’infanzia in quanto tale, per privilegiare l’attenzione al pubblico rendendo il programma appetibile per fasce di pubblico sempre più ampie, alla stregua di ciò che accade in Italia sui canali generalisti. Ad esempio, in entrambi gli esempi portati la contestualizzazione visiva è quella che riserva una diretta e pesante importanza sul centro palco, con la zona giuria, posta di fronte ad esso, che diventa in qualche modo un’estensione della platea, così da appesantire ulteriormente l’attenzione e la pressione rivolta verso chi si esibisce. Le luci enfatizzano l’esibizione, adeguandosi al ‘mood’ del brano interpretato, così che anche i bambini assomigliano sempre di più agli adulti, differenziandosi solo nel momento in cui, alla fine della canzone, l’atmosfera viene riportata alla ‘normalità’ e negli scambi di battute con i giudici la conversazione assume toni più agevoli per la loro età.
È evidente, inoltre, come in programmi come The voice esiste una sorta di omologazione da parte dei bambini che partecipano, che si propongono con brani complessi, quasi tutti con cover di artisti dalla voce potente e estesa, così che anche le loro capacità vocali, pur nell’estensione non ancora sviluppata dei piccoli, possano essere apprezzate e considerate. In un certo senso, i bambini – e chi li prepara o li consiglia, di conseguenza – sembrano preparati a competere in un modo che è già predefinito, già conosciuto. Nell’adeguarsi agli adulti contro cui si confrontano – nel caso di Got Talent – o alle aspettative di un programma che per gli adulti era stato pensato – nel caso di The Voice – i piccoli aspiranti cantanti non coltivano una propria personalità ed una propria originalità, ed è forse anche per questo motivo che, negli anni successivi alle loro partecipazioni, vengono messi sotto contratto da grandi etichette discografiche fino a quando il loro timbro da bambini rimane a distinguerli dalla massa della produzione musicale; quando questa particolarità svanisce, nel naturale sviluppo vocale, questi adolescenti si perdono nell’abbondanza di un’offerta discografica troppo ampia. Nel caso di Shaheen, interrotto nella sua prima esibizione da Simon Cowell, è facile riscontrare come l’attesa da parte dei giudici, oltre ad essere costruita a tavolino, lascia anche poco spazio al gusto soggettivo e alla personalità del cantante, costretto invece ad eseguire un brano che, a detta degli adulti che lo giudicano, è più adatto; tutto questo accade nonostante i giudici conoscano gli aspiranti concorrenti nel momento in cui essi salgono sul palco – o così dovrebbe essere, ma come dimostra proprio l’esempio di Shaheen sembra più plausibile pensare che, quantomeno, vengano brevemente analizzati in precedenza grazie ai provini con gli autori del programma, non trasmessi e sui quali quindi non è possibile ragionare direttamente.
C’è poi un aspetto non da poco sul quale, fino a questo momento, si è detto poco, ma che invece diventa a maggior ragione rilevante a questo punto, avendo citato una competizione che mette di fronte grandi e piccoli senza distinzione: quello della pressione emotiva che un concorso, per lo più televisivo, crea nei confronti dei concorrenti. Qualunque tipologia di concorso, infatti, proprio per la sua precipua costituzione, mette in competizione, crea antagonismo, ma soprattutto crea una buona dose di ansia, che seppur manifesta o meno a seconda dei diversi caratteri delle persone coinvolte rimane nell’aria fino a quando i risultati delle votazioni, che siano limitate ad una giuria o aperte ad un voto pubblico – nel nostro caso, il televoto – non sono resi noti. L’attesa si fa poi ancora più importante quando ad essere messe in gioco sono delle qualità per così dire naturali dei partecipanti ed ancora di più quando si parla di bambini. A livello vocale, come è stato già sottolineato a più riprese, non ci può essere molto altro se non la passione nei bambini; qualcuno di loro, magari la maggioranza di quelli che vengono ammessi ai talent, prende o ha preso lezioni di canto, qualcuno può aver incominciato ad appassionarsi prima di altri alla musica, ma ognuno di loro ha una voce che, non essendo quella definitiva dell’uomo o della donna che saranno può essere allenata solo fino a certe soglie, oltre le quali non può che arrivare la naturale predisposizione o intonazione. A questo punto, è chiaro che più o meno inconsciamente il bambino si senta giudicato a livello personale, per cui tutta la tensione che ricade su qualsiasi concorrente di un concorso televisivo, anche adulto, ricade in maniera ancora più evidente sui bambini. Se non ci sono esempi di particolare rilevanza nei programmi dedicati solamente ai minori, né italiani né stranieri, si può comunque pensare che episodi come quello di Hollie Steel accadano molto più spesso lontano dalle telecamere, magari dietro le quinte o in altre situazioni in cui i bambini possono sfogare le proprie emozioni, positive o negative, senza sentirsi ossessivamente osservati.
Quello che successe durante le semifinali della terza edizione di Britain’s got talent ebbe una grossa enfasi a livello nazionale: la piccola Hollie, dieci anni, ballerina con la voce da soprano, portò il brano Edelweiss dal musical The sound of music (Tutti insieme appassionatamente, R. Wise, 1965); dopo una partenza già visibilmente emozionata – e una sfortunata battuta dei presentatori, che la definirono in sede di presentazione ‘dai nervi d’acciaio’ dalla traduzione letterale del suo cognome ‘Steel’ – ebbe un crollo emotivo proprio in mezzo all’esibizione, quando non riuscendo a trattenere le lacrime costrinse i presentatori stessi ad intervenire, facendo avvicinare la madre per consolare la piccola. La situazione fece discutere per diversi motivi, ma tra le altre cose i tempi della puntata in diretta vennero sfalsati e Simon Cowell, autore e giudice, dovette decidere se trovare il tempo per far esibire nuovamente la piccola a scapito delle altre interpretazioni; la strada presa fu quella di dare una seconda possibilità a Hollie, rubando così del tempo agli artisti che seguirono tanto che la favoritissima Susan Boyle, che risultò la campionessa dell’edizione, non vinse quella semifinale come pronosticato, probabilmente a causa della tenerezza che la piccola cantante suscitò nei pubblico e nei giudici.
La dimostrazione evidente di ciò che l’ansia da esibizione può suscitare nei concorrenti, soprattutto se bambini, non poteva avere esempio più evidente. È anche in questo senso che è importante per i più piccoli non sentirsi in competizione tra loro: Ti lascio una canzone aveva provato, come abbiamo visto, a tenere questo tipo di attenzione alla base della propria struttura, cadendo però nell’errore di lasciare libertà di commento ai giudici i quali spesso commentavano le interpretazioni dei piccoli cantanti anche e soprattutto sulla base delle loro capacità vocali e sulla capacità di ‘riempire il palcoscenico’. Chi invece mantiene non solo a parole questa attenzione è lo Zecchino d’Oro, che rimane l’unica trasmissione in cui le canzoni gareggiano senza che chi le interpreta, ovvero i bambini, siano o si sentano in competizione tra di loro. Dalle parole di chi lavora ( S. Marzocchi, ivi) perché questo rispetto per l’emotività dei bambini continui a rimanere tale si evince quanto, negli anni, i tanti cambiamenti che anche la trasmissione dell’Antoniano ha subito a causa del naturale adattamento ad una televisione sempre in trasformazione non abbiano inficiato su una delle sue caratteristiche più importanti.
Anche uno dei maggiori competitor di Simon Cowell nel panorama degli show televisivi di successo in Gran Bretagna, ovvero sir Bruce Forsyth, ha voluto dire la propria opinione riguardo a questo tema. Il veterano conduttore britannico, maestro delle cerimonie di moltissime edizioni di Strictly come dancing (in Italia Ballando con le stelle, Rai 1, 2005), ha più volte criticato la competizione mista del programma di Cowell Britain’s got talent proprio a causa della commistione di età troppo diverse per essere messe in competizione tra loro. (  C. Daniels, Bruce Forsyth: ‘Children shouldn’t be on Britain’s Got Talent’. 12 maggio 2013. http://www.digitalspy.com/tv/britains-got-talent/news/a480735/bruce-forsyth-children-shouldnt-be-on-britains-got-talent/ (consultato il giorno gennaio 17, 2017)
In realtà, la critica mossa da Forsyth, per quanto eco di molte altre voci schierate in questa direzione, rischia di non aiutarne la causa: se infatti si allarga l’orizzonte verso le versioni internazionali del programma da lui presentato, quindi non direttamente alla versione britannica ma a molte altre tra cui anche l’Italia, vi sono stati segmenti del format o vere e proprie stagioni dedicate ai bambini – in Italia, Ballando con le stelline nel corso della seconda, quinta e sesta edizione del programma principale.


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