Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – La TV dei ragazzi – gli anni ’50 e ’60

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – La TV dei ragazzi – gli anni ’50 e ’60

PARTE 3
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN

Dove non arrivava l’iniziativa di Telescuola e della sua declinazione per gli adulti era una cultura della divulgazione scientifica o, più largamente, dell’educazione degli spettatori del medium televisivo a tutto ciò che non era strettamente legato alle materie scolastiche di base.

Già dal primo giorno di programmazione, la RAI aveva in palinsesto alcune trasmissioni che spingessero in questa direzione, ossia quella di avvicinare sempre più persone ad ambienti che, fino alla metà del secolo, erano rimasti a quasi esclusivo appannaggio delle classi sociali più benestanti: basti pensare al cinema o ancora di più al teatro, ma anche alla musica leggera e all’arte. È con questi programmi che la televisione italiana, in quegli anni soggetta a monopolio statale delegato, si proponeva di assolvere alla funzione pedagogica delle diverse fasce di pubblico che, con incrementi vertiginosi, erano sempre più incollate agli schermi televisivi.

In particolare, una delle fasce privilegiate fu fin da subito quella dell’infanzia. Per la televisione nazionale, pur non avendo inizialmente un codice di protezione per le fasce di pubblico più giovani, c’era l’interesse a garantire a queste ultime dei programmi adatti all’età, in un contenitore che coprisse una parte della giornata che fosse altrettanto adatta a loro e che garantisse, contemporaneamente, un intrattenimento sano e, dove possibile, una certa dose di accrescimento cognitivo o la presenza un messaggio pedagogicamente valido. A questo fine, la RAI creò un contenitore apposito, chiamato semplicemente TV dei ragazzi, che cercò fin da subito di instaurare con i piccoli telespettatori un rapporto di fiducia e che consentisse loro di individuare chiaramente l’inizio delle trasmissioni loro dedicate: la ‘Sinfonia dei Giocattoli’, da molti attribuita a Leopold Mozart, divenne la sigla d’apertura di questo momento, in onda all’incirca alle 16:30. Questo tipo di contenitore, seppur stravolto nelle forme e nei contenuti, è rimasto lungamente in funzione, come vedremo più avanti, visto che l’orario pomeridiano è stato sempre considerato la fascia in cui più facilmente i bambini possono trovarsi, volenti o nolenti, di fronte al televisore; fino a prima dell’avvento del digitale terrestre e dei canali tematici, per lo meno, i canali generalisti potevano ancora vantare un aggancio minimo con la struttura della ‘TV dei ragazzi’.

Per provare a dare una definizione di quali tipologie di contenuti fossero presenti all’interno di questo contenitore, si proverà a fare alcuni esempi che, attraverso i decenni, hanno avvicinato mano a mano il neonato medium televisivo alla produzione trans-mediale che è la TV al giorno d’oggi.

La prima differenziazione che riguardò il Programma Nazionale, almeno nel primo ventennio, riguardava una macro divisione tra due fasce distinte di bambini, quelli più piccoli, in età prescolare fino agli 8 anni, e quelli più grandi, che arrivavano fino ai 14 anni[1]; ai primi era dedicata la prima ora di programmazione, ai secondi quella successiva, che dunque portava all’incirca alle 18:30. Una seconda divisione avveniva poi riguardo al sesso, con alcune trasmissioni che erano dedicate prettamente alle ragazze ed altre ai ragazzi. Non tutti i programmi infine rispondevano a questo tipo di divisione e potevano essere fruibili da un pubblico estremamente eterogeneo. Queste due macro-aree produttive erano comunque da un lato particolarmente funzionali dai riceventi della programmazione, ovvero i giovanissimi spettatori, ma dall’altro era funzionale soprattutto per i produttori dei programmi stessi che potevano strutturare modalità e contenuti con un target ben definito. Il vantaggio dato da questa differenziazione, sebbene a prima vista possa sembrare semplicistica, aiutò notevolmente l’abbondante produzione interna che la RAI mise in moto nel primo ventennio di vita, in cui telefilm e altre trasmissioni importate dall’estero erano ridotte all’osso e, in un certo senso, aiutavano il palinsesto nel momento in cui, tra un programma e l’altro, potessero servire dei riempitivi adatti ad un pubblico più eterogeneo.

Il ricalco che la TV dei ragazzi mutuava dai format per adulti, già con le sigle che ne contestualizzavano la presenza, proseguiva anche sui programmi stessi, che già ad una rapida scrematura possono essere analizzati come applicazioni di diversi stili e generi che venivano adottati anche da chi faceva televisione per il pubblico adulto: dal serial al quiz, dal programma educativo all’intrattenimento (seppur con intento pedagogico).

Ecco che allora, quando si parla della TV per ragazzi, non ci si può certo stupire dell’accostamento di un telefilm americano come Lessie (Programma Nazionale, 1958) ad una rubrica per le ragazze con argomenti che passavano dai jeans alle code di cavallo come Anni verdi (Programma Nazionale, 1957) fino ad un quiz per immagini diventato cult soprattutto per il suo personaggio/conduttore, ovvero Zurlì, il mago del giovedì (Programma Nazionale, 1957), consacrazione televisiva di Cino Tortorella.

Per quanto riguarda i programmi dedicati ai maschietti piuttosto che alle femminucce, essi ricalcavano innegabilmente dei modelli di ruolo che i modelli educativi, scolastici ma non solo, affidavano e attribuivano in quel particolare periodo storico. Per quanto riguarda i maschi, le trasmissioni dedicate affrontavano quanto più possibile ambiti di abilità pratica e, in un certo senso, lavorativa: un esempio esplicativo si può trovare in Costruire è facile (Programma Nazionale, 1956), trasmissione nata grazie all’estro e alla grande capacità manuale di Bruno Munari. L’artista prestato alla televisione portava con sé in studio alcuni bambini che lo aiutavano a costruire passo dopo passo dei piccoli giocattoli e utensili, tenendo così viva l’attenzione dei suoi spettatori che potevano facilmente seguire la realizzazione con le materie prime più comuni o di facile reperimento.

Come già accennato, in modo speculare ai modelli maschili, per le ragazze i programmi proposti facevano leva su una concezione di genere piuttosto limitante e limitata, per quanto fossero trattati anche argomenti seri e la conduzione fosse affidata a professioniste del calibro di Enza Sampò ed Elda Lanza, primi volti televisivi al femminile in un ruolo diverso da quello della valletta; in trasmissioni come Anni verdi o Per te, Elisabetta (Programma Nazionale, 1966, trasmissione che cambiava titolo ogni giorno di programmazione a seconda della santa celebrata in quella data, quindi è possibile trovarlo presente nei diversi archivi anche come Per te, Chiara o Per te, Giovanna) si parlava per lo più delle tendenze di immagine o del vestirsi, o in altri casi di alcuni argomenti utili per aiutare le madri in casa come piccoli trucchi o consigli sulla cucina.

In tutti i casi citati, non vi era una vera e propria volontà di ancorare i ragazzi agli stili e alle caratterizzazioni di genere che la società tendeva ad imporre già di per sé in bel altri contesti, ma non c’era d’altronde alcuno sforzo per portare i contenuti in direzioni diverse od opposte, anche perché le sperimentazioni produttive non erano ancora legate a dinamiche di ascolti o successo concorrenziali, ma solo di sforzo educativo pur nell’intrattenimento dedicato ai piccoli spettatori, che affascinati dal medium in sé non si presentavano come particolarmente esigenti sui messaggi, né quelli più diretti né quelli nascosti sotto le diverse forme di spettacolo.

Proprio in questa mancata concorrenza, forse, di può vedere una delle ragioni principali per cui, nonostante la non-esigenza dei bambini a livello qualitativo, la produzione televisiva di quel periodo risultava comunque alta e varia, senza grosso bisogno, come si è detto, di importazione. Per quanto riguarda infatti i bambini più piccoli, in età prescolare – su cui comunque l’interesse era minore – l’attenzione era catalizzata da mondi fiabeschi realizzati con le tecniche più disparate: dai pupazzi e le marionette agli attori in carne ed ossa, programmi come Il teatrino dei sette colli, Storie di un pagliaccio o il successivo Il nonno racconta (tutti sul Programma Nazionale, rispettivamente dal 1957, 1961 e 1973) puntavano sul racconto allegorico e la trasposizione dei problemi dei più piccoli nelle storie a lieto fine messe in scena sul piccolo schermo.

In questo contesto si inserisce anche la creazione, da parte di Cino Tortorella, del personaggio di Zurlì, il mago che, dopo aver condotto con successo una striscia pomeridiana che fungeva da contenitore dei programmi riservati ai più piccoli e ovviamente la trasmissione a quiz del giovedì sera Zurlì, il mago del giovedì, disegnerà uno dei format più longevi della televisione per bambini, lo Zecchino D’Oro, del quale si parlerà più approfonditamente nella seconda parte.

I ragazzini un po’ più grandi, oltre ai già citati programmi differenziati per genere, erano i destinatari della categoria di programmi che, più di tutti, interessava la RAI nella sua opera di attuazione del motto ‘educare divertendo’, già ereditato dall’emittente britannica BBC, ovvero i programmi che, pur consentendo più o meno dichiaratamente il passaggio di nozioni, tentavano un approccio più ludico. In questa tipologia si collocano programmi come Passaporto, Mondo d’oggi o Finestra sull’universo (ancora tutti sul Programma Nazionale, rispettivamente dal 1954, 1962 e 1963).

A metà tra le due fasce d’età, ma decisamente in linea con le dinamiche di ‘edutainment’, si può collocare Giocagiò (Programma Nazionale, 1967), anche conosciuto come Il Paese di giocagiò; questo programma presentava già una commistione di elementi tipica di programmi che appartengono a un passato decisamente meno distante: uno studio in cui il setting è estremamente curato, l’interazione con personaggi e pupazzi, la divisione in segmenti in cui si affrontano diverse sfaccettature dell’essere bambini, tra cui la realizzazione di piccoli lavoretti con semplici oggetti, la cura per piante ed animali domestici e alcuni piccoli esperimenti scientifici.

 

Le diverse tipologie di programmi che sono stato citati, insieme a tutti gli altri, vanno a comporre un mosaico dell’offerta che suggerisce che la televisione era un medium importante e sempre più alla ricerca di un ruolo indipendente nel panorama degli altri media dell’epoca; se consideriamo infatti che quasi tutti i programmi erano mandati in onda con cadenza settimanale e moltissimi avevano, in un certo senso, la forma ed i contenuti di una rubrica specifica, non può che venire in mente il paragone con il medium che, prima dell’avvento della televisione, si poteva dire come il più vicino ai ragazzi, ovvero i giornalini di cui l’esempio più celebre rimane sicuramente il Corriere dei Piccoli, che anche Marina D’Amato, nella sua analisi delle trasmissioni per ragazzi[2], accosta per ritmi e accostamenti di programmi più o meno didattici che aiutavano i piccoli spettatori a bilanciare il livello di attenzione necessario a seguire i diversi programmi.

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Complessivamente, non si può dire che quello della TV per ragazzi non fosse, già dai primi anni, un settore vivo e variegato, in cui un gran numero di persone lavorava per cercare sempre nuovi spunti e di creare nuovi modi per sfruttare il medium televisivo per passare contenuti alle giovani generazioni; come con “Telescuola” anche gli adulti erano infatti coinvolti in programmi che ponevano al centro del loro progetto l’educazione e l’accrescimento culturale del Paese, così in modo ancora più marcato, nei pomeriggi degli anni ’50 e ’60, ai bambini erano offerti quasi unicamente trasmissioni atte a questo particolare intento formativo, talmente legate a questo obiettivo che, all’inizio del decennio successivo, la televisione cambiò direzione, seppur non diametralmente, in modo piuttosto netto, anche a cause della semplificazione delle tecnologie di trasmissione del segnale e, con essa, il sorgere dell’interesse di privati ad entrare in competizione con la TV di stato.

 

[1] A. Grasso, Le Garzantine, vol. Televisione. Milano: Garzanti, 2002

[2] M. D’Amato, La TV dei ragazzi – Storie, miti, eroi. Torino: RAI ERI, 2002


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