Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – Il terzo elemento: lo Zecchino d’Oro

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – Il terzo elemento: lo Zecchino d’Oro

PARTE 10
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

Come abbiamo visto, la sottocategoria che comprende i programmi in cui i bambini cantano in televisione non è strettamente legata al genere dell’intrattenimento per ragazzi, né si può dire che questi programmi siano accomunati dagli stessi intenti.

Da questo punto di vista, infatti, lo Zecchino d’Oro non può essere citato senza fare riferimento al particolare contesto in cui si è sviluppato, che come abbiamo visto l’ha discostato anche dal prodotto originario pensato da Cino Tortorella per le prime edizioni, quelle trasmesse dalla Fiera di Milano; la presenza di uno studio televisivo di tutto rispetto all’interno delle mura di un convento di frati francescani minori, decisamente unica nel suo genere, rappresenta già di per sé un elemento troppo particolare per non essere analizzato, vista l’influenza che ha esercitato ed esercita tuttora su un programma che, in altri contesti, avrebbe probabilmente assunto un’impostazione molto più simile a quella degli attuali ‘competitors’, Ti lascio una canzone e Io canto. Prima dunque di poter confrontare questi prodotti, c’è bisogno di  specificare la storia dietro ad una trasmissione decisamente più longeva rispetto agli altri programmi e che, soprattutto, non sembra del tutto legata alle logiche di ascolto televisive, almeno per quanto riguarda la riconferma annuale del programma giunto nel 2016 alla sua cinquantanovesima edizione e prossimo dunque all’importante traguardo delle sessanta e secondo, solo per edizioni e anni di trasmissione, al Festival di Sanremo.

Felice Tortorella è un giovane attore di teatro quando, nel 1956, si inventa il personaggio che avrebbe fatto la fortuna della sua carriera televisiva, il Mago Zurlì. Dapprima sui palcoscenici del Piccolo Teatro di Milano, a Tortorella viene ben presto chiesto il salto sul nuovo mezzo televisivo, creando già l’anno successivo un programma per bambini dal buon successo di pubblico, Zurlì, il mago del giovedì. Passano solo due anni e l’ormai sdoganato conduttore televisivo entra in contatto con gli organizzatori del Salone del Bambino di Milano per la creazione di uno spettacolo di musica specificatamente creata per i bambini: è così che, traendo spunto dalla favola di Pinocchio, il mago Zurlì crea il mondo dello Zecchino d’Oro, che già con le sue prime canzoni passerà alla storia: infatti alla prima edizione, nel 1959, partecipa il più vecchio tra i brani che ancora oggi vengono ricordati come i più famosi della tradizione dello Zecchino, ovvero Lettera a Pinocchio. Questo brano, cantato da una coppia di bambini durante la gara, è ben più conosciuto nella versione del più famoso Johnny Dorelli, che lo reinterpreta l’anno successivo con grande successo di pubblico.

Dopo le prime due edizioni, svoltesi con successo a Milano, problemi legati alla trasmissione televisiva costringono Tortorella a cercare un altro luogo adatto ad ospitare la manifestazione: è così che conosce i frati dell’Antoniano, già dotati di un teatro presso il quale ospitano gli spettacoli volti alla raccolta fondi per le loro opere di solidarietà. Ci vuole ben poco perché i frati, convinti della bontà del progetto, accettino di annettere alle loro strutture un vero e proprio televisivo, che entra in funzione nel 1965 in occasione della settima edizione.

Una delle svolte più importanti nel format, se già si può definire tale, dello Zecchino d’Oro avviene proprio nel 1961, quando all’arrivo a Bologna per Cino Tortorella nasce il problema di chi, lì nel capoluogo felsineo, possa insegnare ai bimbi le canzoni che vari autori avevano iscritto al concorso. La signorina Mariele, come la chiama sempre affettuosamente il conduttore, diventa in poco tempo l’altra icona della trasmissione, dapprima curando le interpretazioni dei solisti per poi occuparsi anche della formazione e direzione di un coro, quel Piccolo Coro dell’Antoniano che ancora oggi porta il suo nome. Mariele Ventre, diplomata in pianoforte e concertista mancata, ex-catechista presso il convento, è la vera artefice del successo musicale della trasmissione, a cui ogni anno arrivano sempre più canzoni e sempre più richieste di partecipazione.

Gli anni importanti nella storia della trasmissione sono ancora tanti: nel 1969, lo Zecchino d’Oro festeggia per la prima volta la messa in onda in Eurovisione, ma è nel 1976 che la kermesse raggiunge la connotazione di competizione internazionale grazie al patrocinio dell’UNICEF: quattordici canzoni, di cui metà straniere e metà italiane, spartizione che rimane in atto fino alla cinquantesima edizione, nel 2007. Negli ultimi anni, l’apporto di canzoni straniere non è più specificatamente tutelato a vantaggio di un’unica competizione in cui le canzoni straniere possono essere selezionate senza tuttavia che esse debbano avere un numero equivalente o comunque pre-costituito. I bambini arrivano da tutto il mondo, basta pensare che negli anni sono arrivati piccoli cantanti a rappresentare l’Australia e lo Zimbabwe, le isole Seychelles e il Nicaragua, per un totale di novantaquattro paesi dal 1976 ad oggi.

A livello televisivo, dopo l’Eurovisione, il più importante cambiamento avviene nel 1987, quando in occasione del trentesimo Zecchino la puntata finale viene spostata dal pomeriggio alla prima serata, che Rai Uno dedica alla trasmissione fino 2000. Da allora, anche la finale ha ripreso la sua posizione nel palinsesto nel pomeriggio di Rai 1, collocazione valida ancora oggi sebbene nel 2016 sia notevolmente cambiata la scansione, deconcentrando il concorso storicamente svolto nell’arco di pochi giorni – solitamente dai tre ai cinque – consecutivi per arrivare ad occupare quattro sabati, anche a causa di un calo di ascolti che negli ultimi anni è stato sempre più vistoso.

Per poter operare un confronto con le trasmissioni che sono state citate, serve ora prendere in esame una particolare edizione, anche a causa delle evoluzioni che il concorso – e di conseguenza l’organizzazione delle puntate – ha avuto negli ultimi anni.

Anche in questo caso, prendiamo in considerazione una puntata tradizionale, senza spiegazioni di meccanismi o particolarità da finale, considerando l’edizione più recente e – per coincidenza – più simile al format degli altri programmi, la seconda della 59° edizione, svoltasi tra novembre e dicembre del 2016.

Una prima particolarità che contraddistingue lo Zecchino, anche dal suo stesso passato, è la presenza di due conduttori dal bagaglio d’esperienza estremamente ridotto e difficilmente paragonabile a quello di due pilastri della televisione italiana contemporanea come Scotti o la Clerici; la coppia in questione è composta da Francesca Fialdini, giovane volto di Rai 1 con esperienza soprattutto al programma A Sua immagine (Rai 1, 1997)  per cui è inviata dal 2005 al 2013, e attualmente al timone di Unomattina (Rai 1, 1986), insieme a Giovanni Caccamo, giovanissimo cantautore già vincitore delle ‘nuove proposte’ nell’edizione 2015 del Festival di Sanremo e al debutto come conduttore.

Da queste premesse è difficile contestualizzare la loro conduzione definendola in modo chiaro, anche dato il pochissimo spazio che essi hanno a disposizione tra un’esibizione e l’altra. La puntata infatti, anche vista la collocazione pomeridiana, dura 1 ora e 54 minuti, così che il ritmo è molto più spedito e si ricorre in maniera ridotta alla capacità interlocutoria dei conduttori o degli ospiti, privilegiando la musica.

Già a partire dalla sigla, scritta appositamente per il programma, l’intento è quello di fidelizzare il pubblico ad una trasmissione dalla programmazione molto più ridotta, rispetto a quella dei talent di cui sopra che invece potevano disporre di qualche mese per costruire e ritrovare negli anni un pubblico di riferimento; da questo punto di vista, non vi è infatti una correlazione tra il numero di edizioni che i programmi hanno avuto prima di quella analizzata, anche e proprio perché il pubblico che segue uno show del sabato sera è sempre stato differente da quello che può accedere alla televisione nella seconda metà del pomeriggio nei giorni feriali. Inoltre, come diremo tra poco, lo stile dello Zecchino d’Oro privilegia in modo quasi esclusivo il target composto dai coetanei dei partecipanti, tra i 4 e i 10 anni circa, limitandosi a porre qualche breve intermezzo che possa interessare, in modo comunque marginale, anche gli adulti che guardassero con i propri figli o nipoti la trasmissione: difficilmente infatti questa gara canora intrattiene davanti agli schermi televisivi un pubblico composto solo da adulti a meno che essi non siano esperti del settore o appartenenti a categorie professionali per cui l’infanzia è un interesse lavorativo più che legato a forme di intrattenimento. In questo modo, il pubblico infantile è soggetto a una rivoluzione totale molto più rapido di quello composto da adulti o comunque da una fascia d’età ben più ampia.

Un’altra peculiarità che differenzia la trasmissione dell’Antoniano dai talent per ragazzini è l’assenza di un’orchestra dal vivo – esperimento tra l’altro tentato nell’edizione 2014, senza tuttavia riscuotere il successo aspettato – ed invece la presenza storica del Piccolo Coro “Mariele Ventre”, la scuola di canto corale che ha sede proprio all’Antoniano e che come abbiamo visto dalla quinta edizione del programma accompagna i piccoli solisti; il coro, composto per l’appunto da bambini fino ai 12 anni circa, viene in modo particolare indicato come il vero filo conduttore del programma, se ne ricorda l’importanza in più momenti della trasmissione e svolge una funzione fondamentale nell’intento solidale del programma. A questo proposito, tornando alla puntata in esame, lo Zecchino d’Oro risente in modo particolarmente evidente della struttura che lo ospita e dedica quasi tutti gli spazi non musicali all’Operazione Pane, che in quest’edizione raccoglie fondi in favore delle mense Francescane d’Italia, tra cui quella che ha sede proprio all’Antoniano, in favore dei bisognosi. Forse è questa l’altra caratteristica fondamentale che differenzia le due tipologie di programmi, visto che lo Zecchino è diventato negli anni inscindibile dai progetti solidali. Francesca e Giovanni passano addirittura tutta la puntata con l’adesivo che ricorda il numero solidale attaccato ai vestiti e la grafica lo ricorda in più momenti.

Anche gli ospiti della trasmissione vengono coinvolti in questa campagna di sensibilizzazione, per quanto anche questa produzione abbia voluto portare qualche ospite con la libertà di fare quello che è a loro più congeniale. In questa puntata, il duo comico composto da Antonello Dose e Marco Presta, già conduttori de Il ruggito del coniglio (Radio 2, 1995) viene infatti chiamato ben poco in causa rispetto ai contenuti canori della puntata, a cui i due rispondono comunque con vaghi aggettivi che non scontentino nessuno; il loro contributo viene richiesto invece in due aspetti fondamentali del programma: uno è appunto la raccolta fondi attraverso il numero solidale, ricordato più volte anche con alcune gag tipiche dei due conduttori radiofonici, l’altro invece è l’interazione con i social, caratteristica che il programma per bambini ha provato ad implementare negli ultimi anni anche con discreti risultati in termini di risposte ma che, indubbiamente, si rivolge più ai ‘grandi’ che seguo la trasmissione con i bambini, usando i mezzi tecnologici di cui i più piccoli non sono a disposizione, così come agli adulti d’altronde si rivolgono gli ospiti, sconosciuti ai bambini stessi.

Un’altra differenza rispetto ai programmi già analizzati che è importante sottolineare è che lo Zecchino, anche perché limitato da una capienza di pubblico ben minore rispetto agli studi che ospitano gli altri show di cui abbiamo parlato, preferisce riservare le sue tribune ad un pubblico esclusivamente composto da bambini, seguiti da un gruppo di ragazzi che svolgono la funzione di animatori i quali intrattenengono i bambini con alcuni semplici gesti per accompagnare le canzoni, fungendo quasi da coreografia sfruttata in alcuni momenti nel corso messa in onda. La scelta di lasciare ai bambini la platea in studio di certo aiuta nella contestualizzazione dell’intera trasmissione, in cui gli unici adulti visibili sono i conduttori e i loro ospiti.

Per quanto riguarda lo studio in sé, poi, l’Antoniano di Bologna dispone di uno spazio indipendente a cui dedica completamente la sua attenzione, fuori dai circuiti RAI e Mediaset nonostante la televisione nazionale possieda un centro di produzione nel capoluogo Emiliano. La disposizione, pressoché invariata nel corso della lunga storia della trasmissione, prevede tre zone di attenzione di cui una sola è il palco vero e proprio, anche se l’enfasi di cui dispone l’allungamento fino al centro dello studio nella scenografia attuale è notevole; le altre sono la zona coro sulla sinistra, che come detto ricopre un ruolo molto importante nella struttura e nell’esecuzione delle canzoni, e la zona giuria, che viene chiamata in causa quasi ad ogni intervallo o presentazione per interagire con gli ospiti che vi si sono accomodati o, per l’appunto, votare le canzoni. La giuria stessa è formata da bambini che guidati di volta in volta dai conduttori o dagli ospiti che fungono da ‘presidenti di giuria’ votano liberamente le canzoni, senza giudizi a parole, con le storiche palette che prevedono solo voti positivi, dal 6 al 10; nella puntata in analisi, in realtà, vengono usate delle palette speciali, dai colori delle medaglie olimpiche oro, argento e bronzo, con le quali viene costruita la classifica di puntata non valevole per l’assegnazione del premio finale.

A differenza degli show di prima serata, dunque, in questo caso ai bambini viene chiesto un giudizio molto più istintivo, per quanto vengano loro forniti i testi delle canzoni che li aiutino a seguirne i significati, ed è anche per questa ragione che, nel corso delle diverse puntate, i differenti gruppi di bambini invitati a valutare le canzoni spesso stravolgono le classifiche dei ‘colleghi’ presenti nelle altre giornate. Un indice poi che può influenzare altrettanto notevolmente il gradimento della giuria nei confronti dell’una o dell’altra canzone riguarda alcune modalità di presentazione di cui gli autori della trasmissione si avvalgono per vivacizzare le puntate: in quella presa in considerazione, ad esempio, ogni canzone viene inscenata con musicisti, ballerini adulti o bambini che, grazie ad appositi travestimenti, aiutano il pubblico a calarsi nel mondo dipinto dalle varie canzoni e dai loro testi. Con questi accorgimenti, la classifica decretata dalla puntata precedente di questa edizione viene stravolta, donando al concorso una patina di imprevedibilità.

Per quanto riguarda quindi la messa in scena della competizione, tutte e tre le zone d’enfasi sono circondate da una scenografia molto semplice e colorata con un led wall sul quale si compongono, più che gli spettacolari giochi di luci, grafiche disegnate e, talvolta, anche gli stessi cartoni animati ispirati alle canzoni, fungendo in un certo senso da ulteriore fulcro d’attenzione soprattutto per i presenti in studio. Nel passato, dopo le iniziali ambientazioni fiabesche date da Tortorella nei panni del Mago Zurlì e soprattutto dall’importanza che ricopriva la favola di Pinocchio in quanto legata alla storia degli ‘zecchini’, si è passati attraverso diverse modifiche, rimaste però sempre all’interno del mondo dei bambini tra giocattoli, giostre e cavalli a dondolo giganti come nel celeberrimo caso della partecipazione allo Zecchino di una giovanissima Cristina d’Avena[1].

[1] C. D’Avena, “Cristina d’Avena: «Tutta colpa di un cavallo di legno»”, Il Giornalino, n. 46, 19 novembre 1997


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