Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – Gli anni 2000 e la situazione odierna

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – Gli anni 2000 e la situazione odierna

PARTE 6
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

Con gli anni 2000 vanno assottigliandosi sempre di più gli spazi riservati ai bambini sui canali generalisti. La RAI, in un processo di modernizzazione e riconsiderazione del target, è sempre più rivolta alle famiglie ed i bambini, dirottati dapprima da Rai 1 a Rai 2 e poi confinati su Rai 3, vengono trattati sempre più da ‘piccoli adulti’. A reggere sono solo pochi programmi, che con l’avvento dei canali tematici sono stati dirottati su questi ultimi, attualmente Rai Gulp e Rai YoYo. Tra questi il già citato L’Albero Azzurro, che al momento è uno dei pochissimi programmi ancora in produzione, seppur modificato nei contenuti e negli approcci, e la Melevisione, Melevisioneche dal 1999 al 2010 – e ancora in onda in replica – riesce ancora a mostrare ai bambini un mondo fiabesco, a loro misura, senza tuttavia rinunciare ai cartoni animati, direzionati ai più piccoli in una fascia pomeridiana che vedeva la concorrenza forte degli anime giapponesi di Italia 1 per i più grandicelli, e nemmeno ai messaggi forti. Negli anni, infatti, il Fantabosco è stato teatro di storie che hanno raccontato ai bambini temi come la separazione dei genitori, l’adozione, il lutto e perfino gli abusi in età pre-adolescenziale, grazie ad un intenso lavoro di scrittura e produzione che ha visto la RAI collaborare con diversi scrittori-psicologi e anche alcuni Ministeri del Governo GT_Ragazziitaliano[1]. Inoltre, baluardi dell’infotainment passati dalle reti principali ai canali tematici sono Tiggì Gulp, nato con il nome di TG Ragazzi a sua volta rubrica del TG3 nel 1998 e unico esempio italiano di pura informazione seria dedicato ai minori, e Art Attack (Rai 2, 1998), che invece rappresenta un unicum per la sua formula legata indissolubilmente al suo conduttore, Giovanni Mucciaccia.

Art_AttackÈ interessante notare come tutti questi programmi, nati come trasmissioni di punta del settore RAI per i ragazzi ed entrati nell’immaginario di un’intera generazione per le loro peculiarità e per il loro stile, sempre in cerca di un riscontro dal proprio pubblico tramite la posta anche elettronica e tramite le pubblicazioni di periodici, siano pian piano state confinate, destando ad oggi il dubbio ai meno attenti se essi siano ancora esistenti o se il tempo li abbia cancellati definitivamente dal piccolo schermo.

La sparizione dalla programmazione è ciò che è successo, in fin dei conti, ai contenitori Mediaset; gli ultimi a chiudere in ordine temporale furono Ziggie e il Topo Gigio show (Italia 1, rispettivamente dal 2002 al 2005 e dal 2005 al 2006), entrambi condotti con l’ausilio dei pupazzi omonimi e che, in misura maggiore nel secondo caso, limitavano a pochi sketch dai limitati contenuti educativi la loro funzione, lasciando maggior spazio ai cartoni animati.
Anche le TV private hanno poi incentivato il passaggio ai canali tematici, in cui le fasce di programmazione sono spesso delineate anche a seconda del target di riferimento e, soprattutto, legate ai contenuti pubblicitari che possono essere trasmessi in alternanza agli episodi dei cartoni o dei telefilm. Mediaset ha lanciato nel 2004 l’esperimento Boing, che ad oggi si è allargato con l’avvento nel 2011 del derivato Cartoonito, che al pari di Rai Gulp e Rai YoYo sono differenziati per rivolgersi ad un pubblico di bimbi in età prescolare – rispettivamente i primi – e in età scolare e pre-adolescenziale – i secondi.

A questa divisione va però aggiunta la considerazione che vede, per quanti riguarda la RAI, un impegno seppur minore rispetto ai decenni passati nella produzione di nuovi contenuti, grazie alla co-produzione di serie animate – tra le più note, Winx Club (Rai 2, 2004) e

Spike Team (Rai 2, 2010) – e di programmi che vanno ad aggiungersi al longevo L’Albero Azzurro, come Pausa posta (Rai Gulp, 2008) o La posta di YoYo (Rai YoYo, 2012), entrambi dedicati al rapporto diretto con il giovane pubblico, coinvolto tramite la lettura delle loro lettere ed e-mail; d’altra parte i canali Mediaset si strutturano come semplici contenitori, in cui la produzione originale è pressoché assente. La concorrenza viene così relegata alle pay-TV satellitari o non, in cui Mediaset lascia ancora una volta la parte produttiva per dedicarsi all’acquisto di prodotti esteri, soprattutto americani: al momento l’unico canale disponibili ai clienti della piattaforma Mediaset Premium è Cartoon Network, lanciato nel 1992 negli Stati Uniti, mentre sono stati ceduti a Sky Italia i diritti di trasmissione dei canali Disney – Disney Channel, Disney Junior, Disney XD i più famosi – che, come si può immaginare, trasmettono le produzioni della Walt Disney Company. In aggiunta, Sky può ad oggi contare sulla produzione del gruppo DeAgostini, che pur presente anche in chiaro con il canale Super!, realizza contenuti dinamici e innovativi sui canali a pagamento DeA Kids e DeA Junior, in cui trasmissioni come XMakers e Undergames (DeA Kids, rispettivamente dal 2015 e dal 2016) rinnovano continuamente linguaggi e messaggi per affascinare il loro pubblico, utilizzando stampanti tridimensionali per realizzare nuovi prototipi di ogni genere a partire da oggetti d’uso quotidiano – nel primo caso – o riproponendo la dinamica del game-show con squadre di ragazzini coinvolti in prove fisiche ed intellettuali contestualizzate in diverse epoche temporali – nel secondo esempio.

In questo tipo di canali dedicati, poi, bisogna considerare l’assoluta rimozione dei vincoli orari. Per quanto infatti ogni emittente stenda una sua programmazione, e nei casi dei canali tematici queste programmazioni non sono particolarmente concorrenziali visti i diversi target di riferimento e la diversa accessibilità, il palinsesto da creare è estremamente prolungato per una produzione così particolare, così che per riempire le 24 ore – visto che nessun canale, al giorno d’oggi, sospende trasmissioni anche negli orari notturni – viene mandato in onda un numero altissimo di repliche, fino ad arrivare a trasmettere gli stessi episodi più volte al giorno per permettere a chiunque di non perdere quel determinato segmento di storia; questa dinamica non fa che enfatizzarsi poi grazie all’uso delle versioni +1 dei canali, che su un’altra frequenza trasmettono gli stessi contenuti con una differenza di un’ora, e soprattutto grazie alle piattaforme multimediali da cui accedere a moltissimi contenuti in streaming. Ad un analisi dunque di ciò che, in una settimana, ognuno di questi canali trasmette, il numero di ‘prime visioni’ si riduce inesorabilmente, lì dove la creatività dei produttori e degli artisti non può sopperire alla vastità dell’offerta che le emittenti hanno bisogno di proporre e, soprattutto, dove anche i fondi per l’acquisto o la sovvenzione per la creazione di eventuali prodotti originali hanno un limite. Le produzioni che hanno la capacità di coinvolgere i bambini in modo diretto, così, scendono allo stesso modo e la presenza di protagonisti nelle trasmissioni, come si è visto, è ora limitatissima ed è sfruttata in modo tale che sempre minore è la sensazione dei piccoli telespettatori di sentirsi rappresentati 83184_LOGO_UNDERGAMES_alta_fondoVIOLAo di potersi rispecchiare nei loro coetanei che partecipano a questi pochi programmi. Sulla spinta del successo di Bravo, Bravissimo Mediaset ha evitato con cura di riproporre lo stesso format e invece di giochi più o meno adatti all’età – come invece succede per Undergames su DeA Kids – riprende la competizione tra bambini e pre-adolescenti virtuosi, nel specifico nel canto; tralasciando le dinamiche e le dispute che questi programmi-fotocopia hanno creato e di cui ci occuperemo più avanti, basti citare l’autore Roberto Cenci dietro a due programmi che, a distanza di due anni hanno riportato i bambini sulle frequenze di Rai 1 e Canale 5, addirittura in prima serata, con Ti Lascio Una Canzone e Io Canto. Benché ci sia una differenza ‘pro forma’ tra i due, con lo show RAI che tende all’impostazione Zecchino D’Oro in cui è la canzone che vince, non il cantante, mentre Mediaset ha esplicitamente messo in concorrenza le voci dei suoi piccoli concorrenti, la spettacolarizzazione delle esibizioni e la presenza in altre importanti trasmissioni che ha messo in vetrina i campioni di entrambi gli show hanno creato negli anni degli sporadici fenomeni, dei quali al momento sono rimasti in auge solo i tre ragazzi de Il Volo, lanciati proprio dalla Clerici su Rai 1 e, così facendo, dando ‘de facto’ l’impressione di una gara che tende a far emergere, anche in questo caso, il talento dei ragazzi.

È da questi programmi che nasce la considerazione su che tipo di bambini siano al momento presenti nelle trasmissioni televisive italiane e su quali siano i modelli che queste trasmissioni lasciano in eredità agli spettatori più giovani: i diversi stili di queste diverse competizioni canore, insieme ad altri talent che sul modello di Bravo, Bravissimo continuano a proporre – anche – bambini e ragazzi come fenomeni da mostrare e incensare sono non solo molto lontani dai modelli che la televisione stessa voleva proporre quando nacque e cominciò a riconoscere le proprie potenzialità educative, ma sono allo stesso tempo oggetto di critiche da parte di esperti del settore della didattica attraverso i media contemporanei e sempre più fonte di ispirazione per i ragazzi che, spettatori sempre più soli davanti allo schermo, vi si appassionano[2].


 

[1] A. Pellai, B. Tamborini, Storie del Fantabosco, 3 vol. Trento: Erickson, 2008-2011

[2] G. Gambassi, “CENSIS: minori troppo soli davanti a tv e internet”, Avvenire, 18 marzo 2015


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