Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – CONCLUSIONI

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – CONCLUSIONI

PARTE 13
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

Sebbene tutto quanto è stato analizzato in questo lavoro sembra portare ad una conclusione scontata e attesa, la situazione per quanto riguarda la programmazione televisiva per bambini e la loro presenza fisica nei programmi, soprattutto quella in cui è richiesta una dose minima di talento – nei casi analizzati, quello canoro – non sembra particolarmente incoraggiante; la questione infatti non si basa sui dati che questo lavoro ha potuto rilevare o sulle analisi che potrebbero essere fatte a livello psicologico sullo stress che i bambini potrebbero eventualmente accumulare, bensì sulle ragioni che i programmi analizzati, così come quelli che in altri modi hanno a che fare con queste età, trovano nella riconferma o nell’ideazione.
Come si è visto nel caso di Antonella Clerici e di Gerry Scotti, che senza il rischio di categorizzare a priori si possono definire volti storici delle emittenti rivali RAI e Mediaset ed in particolare delle ammiraglie Rai 1 e Canale 5 e che non esitano a darsi battaglia per conquistare la fetta di pubblico più grande in qualsiasi altra occasione, hanno difeso i programmi dei rivali senza farne un caso da polemiche ma anzi spostando il baricentro dell’attenzione sulle polemiche che entrambi i loro programmi avevano suscitato in diversi rappresentanti di associazioni di vario genere. Questo perché, in fin dei conti, i programmi entravano in competizione con altri prodotti dell’emittente rivale ma non direttamente tra loro, quantomeno a livello di messa in onda, anche perché entrambi risultavano spesso vincitori delle serate in cui erano previsti, almeno nelle rispettive prime edizioni. Non è dunque nemmeno da considerare il fatto che nessuno di questi due programmi sia, nel momento in cui questo lavoro viene completato, più in onda, quantomeno notando quanto le produzioni che coinvolgono direttamente i bambini al loro interno non sono di certo diminuite su nessuna delle due reti – si vedano, ad esempio, Little big shots su Canale 5 o Prodigi su Rai 1 solo per citare i più recenti.
In ultima analisi, la difficoltà sta nel capire se e quanto siano importanti gli ascolti delle trasmissioni; una frase di questo tipo potrebbe suonare totalmente estranea al contesto della televisione odierna, chiunque segua anche solo minimamente l’andamento di trasmissioni televisive sa che la risposta è univoca, ma d’altronde è l’attuale direttore generale della RAI, Antonio Campo dall’Orto, che poco tempo fa dichiarava:

«[…] E lo dico perché se si insegue il solo obiettivo degli ascolti non si riesce a mettersi in un’ottica di servizio pubblico […] »
(adnkronos. Campo Dall’Orto: “Da ‘Rai, di tutto di più’ a ‘Rai, per te per Tutti’ salto digitale. 7 luglio 2016. http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2016/07/07/campo-dall-orto-rai-tutto-piu-rai-per-per-tutti-salto-digitale_bd82pMB8tGrAYB0jZ4dMdL.html (consultato il giorno febbraio 1, 2017)

Dichiarazioni di facciata o dichiarazioni d’intento seriamente ragionate? Probabilmente entrambe, ma la sostanza rimane: show con ascolti bassi vengono cancellati, i casi da citare sarebbero innumerevoli, mentre chi fa ascolti alti può continuare a fare il suo mestiere. È questo che conta e a riprova di questo fatto si può portare proprio l’esempio dello Zecchino d’Oro, che negli ultimi anni non non ha rispettato le aspettative di ascolti e che, proprio per questo, è stato tenuto in sempre minor considerazione dalla RAI nel momento di presentare o pubblicizzare i propri palinsesti. Certo, la fascia in cui si colloca, quella pomeridiana, non è facile, i dati di pubblico non rispecchiano mai i numeri della prima serata e soprattutto trasmissioni che vanno in onda per tutta la stagione televisiva nelle reti concorrenti, come Pomeriggio 5 (Canale 5, 2008), hanno un pubblico di riferimento che è pressoché inamovibile, eppure il tentativo che la stessa storica trasmissione canora ha subito nel 2016, con la programmazione ripensata da cinque giornate consecutive a quattro sabati consecutivi, formula che sembra assomigliare a quella dei programmi di cui tanto si sono sottolineate le differenze, è facilmente ipotizzabile come scelta dettata proprio dal calo di ascolti – pur non essendoci conferme nelle fonti ufficiali.
La logica degli ascolti, che dunque tocca senza dubbio ogni emittente nelle considerazioni di programmazione e di creazione dei palinsesti stagionali, sta diventando sempre più specificatamente votata a rimanere il baluardo e portavoce dello spettatore nelle decisioni dei consigli di amministrazione, soprattutto dei canali televisivi più visti come quelli RAI e Mediaset; eppure, come si è visto, associazioni di consumatori televisivi, gruppi di genitori, critici ed esperti che si oppongono a trasmissioni che registrano ascolti molto alti, come appunto Ti lascio una canzone o Io canto, ci sono eccome. Ciò che sembra mancare, oltre ad un equilibrio generale di valori tra le diverse fonti di cui i telespettatori possono servirsi per far sentire la propria voce alle produzioni, è un equilibrio di fondo tra la le ragioni della domanda e dell’offerta. Se infatti i programmi come quelli citati fanno ascolti molto alti, è perché sono richiesti a priori, caso forse buono per Io canto nato dalla stessa idea e dunque per essere quasi una fotocopia del programma di Rai 1, o perché, infondo, il pubblico si accontenta di guardare quello che gli viene proposto o al massimo di valutare quale, tra i programmi proposti, è meglio degli altri? In altre parole: se non fosse nato Ti lascio una canzone, il pubblico ne avrebbe sentito la mancanza? Se la risposta nata dall’analisi degli ascolti delle varie edizioni potrebbe avvicinarsi ad un sì, sicuramente quella derivata dai numerosi critici del programma della Clerici sarebbe un secco e pesante no. Il rischio, in fin dei conti, è quello di lasciarsi fuorviare da queste analisi, senza che i contenuti dei programmi possano effettivamente avere un peso nelle conferme o meno dei palinsesti, tanto è sbilanciato l’ascolto delle varie parti. Se un programma funziona, può andare avanti quantunque le critiche possano essere fondate e ragionate, così come programmi di interesse minore ma con valore culturale o educativo più alto sono chiusi senza remore.
La televisione moderna d’altronde non può che strutturarsi in questo modo e se fino a qualche anno fa le logiche commerciali, con i passaggi delle pubblicità e gli sponsor, erano quasi esclusivamente appannaggio della televisione appunto commerciale, quindi di secondo piano nelle scelte della televisione nazionale, ora i finanziamenti dei programmi, sempre più costosi perché così richiesti da un pubblico che nonostante tutto si fa sempre più ‘esigente’, quantomeno a livello di apparenza grafica, scenografica e spettacolare, sono ampiamente la prima fonte di ragionamento in qualunque discussione di palinsesto, insieme alla ricerca di cachet sempre più alti per la presenza – anch’essa richiesta sempre di più dal pubblico – di personaggi famosi e graditi. E se Ti lascio una canzone, seguendo questo ragionamento, arriva a costare più di 800mila euro a puntata, lo Zecchino d’Oro ne spende altrettanti per la realizzazione dell’intero festival. (M.G. Comolli, “Gli unici bambini veri in TV sono quelli dello Zecchino d’Oro”, Tv Sorrisi e canzoni, n.38, settembre 2010)
Se allora anche lo Zecchino, come gli altri programmi, diventasse una kermesse votata agli ascolti prima che alla propria integrità? Il futuro televisivo, per quanto prevedibile sotto alcuni punti di vista, non è mai definito con certezza, a volte nonostante gli stessi ascolti, ma i segnali sono interpretabili e la divisione delle giornate che questa questa trasmissione ha subito, dopo 58 edizioni e 57 anni di vita, va ad inquadrarsi in quel numero di indizi che nel prossimo futuro porteranno indubbiamente ad un ripensamento della programmazione, anche se non è detto che questo fatto sia, di per sé, negativo. D’altronde, la storia di una trasmissione così antica, seconda solo al Festival di Sanremo per edizioni e anni di trasmissione, dovrebbe – e il condizionale è d’obbligo – giocare a suo favore nelle decisioni che verranno prese, nonostante la televisione stia cambiando in modo inarrestabile i bambini rimangono bambini e, in quanto tali, hanno e avranno sempre bisogno di essere tutelati e soprattutto forniti di spazi d’intrattenimento che siano alla loro portata e costruiti a loro misura.
Proprio della tutela dei bambini in televisione, in fin dei conti, voleva parlare questo lavoro ed è forse la tematica più ostica proprio perché spesso in contrasto con la spasmodica ricerca di costruire programmi di successo. Sembra tutto sommato che vi sia ancora considerazione dei bambini in televisione, dire il contrario sarebbe sminuire il lavoro comunque ampio e più che mai utile svolto dai canali di riferimento per bambini, da Rai Gulp a Boing fino a DeaKids, che sono e in prospettiva rimarranno impegnati nella produzione di contenuti adatti alle più specifiche fasce d’età dell’infanzia. D’altro canto, come dimostrano le analisi fatte, sono i bambini stessi che lasciano questi canali molto presto, per dedicare la loro attenzione, sia ponendosi come spettatori sia tentando di proporsi come partecipanti attivi, ai canali generalisti, che dal canto loro non fanno nulla per evitare questo ampio coinvolgimento dei bambini di fascia scolare e soprattutto della pre-adolescenza e adolescenza. Creare trasmissioni che possano essere fruibili da una famiglia dovrebbe certamente rimanere il compito precipuo dei canali generalisti, soprattutto nei momenti della giornata in cui questo pubblico è più presente davanti agli schermi televisivi casalinghi come il tardo pomeriggio, l’access prime-time e la prima serata. Allo stesso tempo, creare aspettative di partecipazione dei bambini agli show, in particolare quelli del sabato sera, invoglia i più piccoli non solo a fruire del contenuto nel modo più completo possibile, sfruttando la presenza del giorno festivo per poter andare a letto più tardi e quindi di vedere il programma nella sua interezza – o quasi – ma anche a chiedere ai genitori di partecipare al programma stesso, quando non sono proprio gli adulti a creare nel piccolo un desiderio di dimostrare le proprie abilità o, nei casi peggiori dal punto di vista educativo, quello di mettersi in mostra in televisione davanti ai milioni di telespettatori della TV generalista.
Certamente il modo di apparire dei bambini o ragazzi che viene proposto nei programmi che abbiamo visto non si discosta molto da ciò che, in modo più o meno evidente, si può vedere tutti i giorni, nella vita comune, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione. Per non uscire dal percorso che questa tesi vuole seguire, tuttavia, si può semplicemente porre sotto la lente d’ingrandimento l’assenza di differenze che ci sono, a livello di costruzione visiva degli spettacoli, tra le gare televisive per adulti e quelle per bambini, nelle quali luci, palchi e anche la stessa regia si comporta in modo molto simile. Tra l’altro, come si è potuto vedere seppur brevemente, questa linea di pensiero non coinvolge solo le produzioni nazionali, ma tutto il panorama televisivo mondiale, all’interno del quale le formule di riciclo, adattamento e commercio dei format non fa che ampliare le similitudini per accorciare a dismisura le distanze culturali che potevano esserci tra i canali televisivi di paesi lontanissimi fino a qualche decennio fa.
Il crescente e per molti versi preoccupante fenomeno dell’adultizzazione dei bambini non deve però sviare i propositi della produzione televisiva, che anche nei casi in cui lo ‘sfruttamento’ dell’immagine dei bambini sembra essere ai suoi peggiori livelli non si può comunque a mio avviso catalogare come malafede da parte di autori e produttori. In molti casi, infatti, si è visto come pur non uscendo illesi da critiche molti dei programmi che sembrano non prestare particolare attenzione ad alcuni aspetti della tutela dei minori sono comunque apprezzati da una grandissima percentuale del pubblico televisivo, che allo stesso modo non si può dipingere in modo univoco come ignorante o disinteressata. Il pubblico televisivo, fatto sì di persone che per attitudine, per ruolo sociale o per scelta di vita sono più lontane dal mondo dei bambini e quindi naturalmente meno predisposte ad analizzare la correttezza o meno del trattamento che viene loro riservato negli show televisivi, è anche fatto di genitori, nonni, insegnanti; se da un lato è proprio all’interno di alcune di queste categorie che nascono le associazioni così critiche nei confronti di Ti lascio una canzone o di Io canto, dall’altra nemmeno queste associazioni sono in grado di presentare il pensiero univoco di tutta la categoria né di ergersi a strenui difensori rappresentanti il pensiero di tutti i loro omologhi.
Soprattutto, verrebbe da pensare, queste associazioni per quanto attente al mondo dell’intrattenimento ne sono spesso distanti per esperienza lavorativa, così che non è possibile per loro avere un quadro completo della situazione, ossia di quali siano gli obiettivi del programma, come si siano prefissati di raggiungerli e, cosa più importante, di quali attenzioni vi siano dietro le quinte e nella preparazione di uno show di due o tre ore che non può mai rappresentare la complessa macchina produttiva di un programma televisivo.
Le motivazioni appena elencate sono, come detto, anche i limiti di questo lavoro, in quanto non vi sono fonti o documenti che raccontino con esattezza quello che avviene dagli uffici degli ideatori al backstage degli studi televisivi, qualche volta raccontanti attraverso brevi montaggi che comunque non pongono mai l’accento sul vero e proprio processo produttivo, bensì sulla preparazione dello show; questo alla luce del fatto che anche questi brevi filmati compongono l’offerta della trasmissione, durante la messa in onda o come contenuto fruibile attraverso le piattaforme social oppure online, e dunque create per essere apprezzate dal pubblico, a cui interessa ben poco della parte più ‘noiosa’ e meno ‘spettacolare’ della televisione, fatta di uffici, riunioni e discussioni come qualsiasi altro ambiente lavorativo.
Forse nasce proprio da questa lontananza tra ciò che appare nei pochi centimetri quadrati di uno schermo televisivo e ciò che si sviluppa nella sua preparazione all’interno delle immense sedi delle emittenti televisive; infondo, portare i bambini a scoprire alcuni mondi lavorativi e far vivere in prima persona alcune esperienze, toccare con mano alcune professionalità, sono obiettivi che anche le scuole primarie hanno come proprie. Certo l’apparizione televisiva, per di più all’interno di un concorso, non può essere posta esattamente sullo stesso piano, ma in un certo senso può essere l’occasione, per molti piccoli aspiranti cantanti – nei casi analizzati – di scoprire se il mondo dello spettacolo può essere davvero la loro strada di vita o quantomeno se può rimanere un obiettivo da inseguire con convinzione.
In questo senso, non si può dire che le giurie aiutino, considerando che tutti i bambini che arrivano di fronte alle telecamere e che si assicurano dunque il passaggio in televisione vengono poi trattati con i guanti da parte degli adulti chiamati a giudicarli e che, anche in caso di eliminazione, li consolano con parole al miele incoraggiando la prosecuzione del percorso di crescita canora. Allo stesso tempo, bisogna considerare quanti bambini passino invece attraverso le cocenti delusioni delle prime fasi dei casting, che non essendo filmati non possono essere analizzati a fondo ma che indubbiamente hanno il compito a volte doloroso di scremare i possibili partecipanti. Chi può dire quanti dei piccoli scartati dalle prime selezioni abbiano quale reazione? Una certa parte continuerà a provare a cercare visibilità attraverso altri programmi televisivi, o magari ripresentandosi ad edizioni successive dello stesso show, altri continueranno a coltivare la propria passione per il canto privatamente, o in modo meno evidente, altri ancora probabilmente manterranno la propria indole musicale per sé, seguendo percorsi formativi diversi senza per questo essere costretti a future vite da adulti infelici.
Forse, allora, sono proprio i bambini che vanno in televisione quelli più sfortunati? Sono i ragazzini che vediamo esaltati da cantanti ed esperti critici musicali quelli che verranno più di tutti illusi di poter avere una fortunata carriera davanti per poi vederli pubblicare, nei casi più fortunati, qualche LP o CD di cover per poi perdersi nel mare magnum della produzione discografica mondiale? Forse sono loro, i bambini che partecipano ai talent, quelli più in pericolo, come affermano i loro detrattori?
Io credo, in tutta onestà, che non si possa fare una generalizzazione tanto ampia, seppure sia altrettanto innegabile che i programmi analizzati siano esenti da problematiche più o meno significative.
Anche lo Zecchino d’Oro, come abbiamo visto, è stato negli ultimi anni oggetto di critiche. Cino Tortorella, qualche anno fa, è arrivato quasi a disconoscerlo nel modo in cui si presenta attualmente (C. Tortorella, C’è vita dopo la vita: non abbiate paura. Sesto Calende: Ass. Cult. TraccePerLaMeta, 2016) che ormai, a suo dire, non ha più la semplicità e la naturalezza di quello che conduceva lui. Le trasformazioni di una trasmissione di così lunga durata, d’altronde, devono essere messe in conto, così come l’omologo Festival di Sanremo è cambiato dalle sue prime edizione. La cura della trasmissione televisiva, del programma in quanto tale è sicuramente cresciuta, ma non sarebbe corretto dire che questa attenzione alla parte televisiva della kermesse è andata a scapito dell’attenzione verso i partecipanti che, come abbiamo visto, rimane il centro degli obiettivi produttivi dell’Antoniano. Se questi bambini, iniziati al canto in televisione dalla trasmissione bolognese, vengono poi dirottati su programmi in cui dalle canzoni per bambini si dedicano alle più conosciute melodie della musica italiana e straniera non è certo un problema in sé; continuiamo a sostenere che è il modo in cui i bambini vengono approcciati dalla trasmissione che potrebbe, e dovrebbe, essere sistemato.
Il fenomeno dell’adultizzazione del bambino, vestito, truccato – soprattutto per quanto riguarda le giovanissime ragazzine – illuminato e allenato a muoversi sul palcoscenico come un adulto, rimane infondo l’unica vera problematica di questi show, così come l’unica fonte di critiche che vengono mosse agli stessi; a fronte di questo, bisogna tenere conto del pubblico a cui queste trasmissioni sono rivolte, un pubblico che gradisce lo spettacolo e che, per scegliere un programma da vedere all’interno dell’ampissima offerta televisiva non può che basarsi sui propri gusti. Così il genere dello show, musicale in questo caso, non può essere snaturato, in quanto gli ascolti continuano a confermarne il gradimento da parte delle audience dei canali generalisti. Nel momento in cui le emittenti capiscono quali sono i generi più apprezzati e li mettono in competizione tra di loro, ecco che la messa in scena diventa una parte importante per un media audiovisivo come la televisione e se non bastasse questa componente per catturare l’attenzione ecco che la musica famosa, conosciuta, fonte di ricordi per gli spettatori, diventa l’attrattiva fondamentale. Insomma, l’insieme delle caratteristiche di Ti lascio una canzone prima e di Io canto dopo non facevano altro che intercettare un gusto, un’implicita richiesta di programmazione. È difficile, quasi impossibile, creare qualcosa di completamente nuovo, nella produzione mediatica odierna, senza poter fare una previsione di quanto il pubblico potrebbe gradire quel determinato prodotto. Se Io canto era dopotutto la naturale risposta Mediaset ad un simile programma della concorrenza, per Ti lascio una canzone era la possibilità di unire la presenza di bambini, fonte di gradimento assicurato da esperimenti precedenti, e la musica che crei in qualche modo un effetto nostalgico, spaziando nelle generazioni per comprendere un pubblico più ampio possibile, da Domenico Modugno a Marco Mengoni.
E se i bambini cantano le canzoni da grandi, infondo, che problema c’è? Nella maggior parte dei casi, è vero, non ne comprendono il significato, cantano perché a loro piace la musica e magari sognano un futuro all’altezza dei grandi cantanti. La combinazione di musica educativa, come quella dello Zecchino d’Oro, e musica con la quale esercitarsi e coltivare una passione, non è forse la scelta migliore?
Forse, basterebbe che i bambini cantassero con la giusta dose di ammirazione per gli adulti, come fanno tutti bambini che, per crescere, prendono esempio dai grandi. Un po’ come i piccoli calciatori che sognano di essere Messi o Cristiano Ronaldo, o magari anche solo i figli che sognano il lavoro che fanno i loro genitori, da cui prendono ispirazione ed esempio.
Forse, basterebbe capire che, anche in televisione, i bambini hanno bisogno dei loro spazi, dei loro tempi. E hanno bisogno di crescere, di essere incoraggiati, di fare esperienze per quanto possibile positive. Bisognerebbe solo cercare di creare in loro i giusti sogni, le giuste aspettative, senza tuttavia illuderli che tutto venga naturale, che da un’apparizione televisiva venga automaticamente la fama o il successo. Per fare questo, infondo, basterebbe semplicemente incoraggiarli a fare quello che piace loro, indipendentemente dal contesto, e magari spiegare loro come qualsiasi obiettivo si pongano può essere raggiunto con il lavoro e la costanza.
In sostanza, per evitare le polemiche, condivisibili o meno, bisognerebbe trattare i bambini come dei bambini e gli adulti come adulti, senza che nessuno perda la propria identità. Ma questa credo essere una sfida quantomai complessa, all’interno di un mondo come la televisione, che volente o nolente ha bisogno degli ascolti per sopravvivere, ha bisogno come qualsiasi altro settore di avere dei guadagni, essendosi trasformato da un settore di produzione di cultura in un medium che svolge funzioni soprattutto d’intrattenimento. I bambini, in televisione, sopravvivono anche senza Telescuola. Se però ci fosse l’attenzione e lo studio dell’infanzia che c’era dietro ai programmi come quello, allora qualsiasi altra considerazione sarebbe relegata al gradimento del singolo telespettatore e del singolo minore che fruisce o partecipa ai programmi televisivi, magari adeguatamente seguito e consigliato dalle figure adulte che hanno a cuore la sua crescita.


TESI PARTE 11
TESI PARTE 10
TESI PARTE 9
TESI PARTE 8
TESI PARTE 7
TESI PARTE 6
TESI PARTE 5
TESI PARTE 4
TESI PARTE 3
TESI PARTE 2
TESI PARTE 1

No comments yet. Be the first one to leave a thought.
Leave a comment

Leave a Comment