Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – CENNI STORICI

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – CENNI STORICI

PARTE 2
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

La televisione italiana, ufficialmente, nasce il 3 gennaio 1954.

In quella giornata, come se già il neonato mezzo di comunicazione sapesse che avrebbe dovuto e potuto coprire molti ruoli diversi per il pubblico, da quello informativo e divulgativo fino all’intrattenimento, ebbe già una programmazione varia iniziata con lo storico Arrivi e Partenze condotto da Mike Bongiorno che intervistava star nazionali e internazionali prima che partissero o dopo il loro arrivo nei principali porti e aeroporti del Paese; nel corso della giornata, il Programma Nazionale – oggi Rai 1 – mandò in onda il film Le miserie del signor Travet (Mario Soldati, 1945), con protagonista uno dei divi del momento, Alberto Sordi, nel pomeriggio mentre, in prima serata, dedicò spazio al teatro con L’Osteria della Posta di Carlo Goldoni, che seguì la prima edizione del telegiornale, interamente dedicata alla fine delle trasmissioni di prova e alla nascita ufficiale del Programma Nazionale, condotta da Furio Caccia e Riccardo Paladini, entrambi attori (i giornalisti si presenteranno davanti alla telecamera dopo qualche tempo); a chiudere la giornata la prima rubrica sportiva della televisione, La Domenica Sportiva, con immagini di alcune partite di calcio giocate quello stesso giorno.

Come si evince da questa prima, abbozzata, programmazione e come d’altronde era già coscienza dei responsabili RAI che dal 1949 avevano cominciato le trasmissioni sperimentali e soprattutto avevano potuto contare sulle trasmissioni già in corso da alcuni anni in altri paesi come Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, il mezzo televisivo nasce con la consapevolezza intrinseca del potere che può esercitare sulle masse che, dapprima potenzialmente ma in brevissimo tempo anche nella pratica, si possono sedere in casa propria a guardare gli stessi programmi.

È in contesti come questi che i generi aiutarono a definite finta subito una certa suddivisione dei compiti all’interno del contesto produttivo televisivo: spazio sarebbe stato dato all’informazione e ai programmi di cultura-divulgazione, ai programmi di puro intrattenimento e da quelli di finzione, che nei primi anni erano perlopiù limitati alla programmazione televisiva di prodotti realizzati in prima istanza per il cinema. Questo tipo di suddivisione non ha però mai potuto rispecchiare la programmazione televisiva nel suo complesso, che infatti è stata fin da subito influenzata da contaminazioni e ibridazioni che ne hanno determinato una sempre più variegata offerta a fronte però di una sempre maggior difficoltà di analisi dell’offerta stessa.

Programma di grandissimo successo della televisione degli anni ’50, infatti, è prima di tutto Lascia o Raddoppia? (Programma Nazionale, 1955-1959), che coniuga la dinamica dell’intrattenimento del quiz a quella divulgativa grazie alla preparazione (o meno) dei concorrenti che rispondendo (o facendosi correggere dal conduttore) potevano aiutare il numerosissimo pubblico a familiarizzare con argomenti assai distanti dal livello culturale della stragrande maggioranza analfabeta o semianalfabeta; da citare anche lo sperimentale Giallo club. Invito al poliziesco (Programma Nazionale, 1959-1961), che intervallava lo sceneggiato appunto poliziesco del Tenente Sheridan ad una trasmissione in studio, dapprima in diretta successivamente in differita, in cui il conduttore invitava tre ospiti ad individuare il colpevole del misfatto durante una pausa determinata poco prima della fine del telefilm.

In questo proliferare di trasmissioni, è stato fin da subito chiaro che la televisione potesse avere, di pari passo con la funzione informativo-divulgativa, la possibilità di annettere un intento pedagogico nel contesto di un’Italia che, sul finire degli anni ’50, aveva ancor tassi di analfabetismo altissimi, circa il 10% totalmente illetterati ma soprattutto una grandissima fetta di italiani per cui la lingua italiana rimaneva, in sostanza, un corpo estraneo. Dallo sviluppo di questa tematica nasce così un progetto di TV educativa, di cui ci occuperemo solo in parte per virare poi sul segmento dedicato all’infanzia e all’adolescenza.

Nel 1958, la Rai inaugura Telescuola, progetto decisamente ambizioso che la televisione nazionale realizza in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Si tratta della primo programma a livello Europeo che organizza un ciclo di lezioni che duri per l’intero anno scolastico, quello del 1958/’59[1], e che permetta a chi lo segue di sostenere, al termine dell’anno, l’esame per il conseguimento del diploma nell’indirizzo industriale o agrario. La trasmissione, durata fino al 1966, funzionava grazie ad un capillare sistema di Posti di Ascolto di Telescuola (PAT), istituiti dallo stesso Ministero dell’Istruzione, in cui un insegnante aveva la possibilità di ampliare le conoscenze apprese tramite l’apparecchio televisivo e, soprattutto, aiutare gli studenti ad assimilare le lezioni.

Nata da un’idea della Professoressa Maria Grazia Puglisi, Telescuola ebbe il merito di contribuire sensibilmente all’alfabetizzazione del Paese, grazie ai PAT organizzati soprattutto in zone dove le scuole erano troppo lontane o poco frequentate, permettendo anche alle famiglie con minori possibilità economiche di accedere all’istruzione stessa.

È la stessa Puglisi che, scrivendo della trasmissione nel 1965, descrive gli intenti dell’intero progetto:

«[…] pur mantenendo sempre come protagonista il maestro, la televisione avrebbe dovuto sfoderare tutte le sue armi, cioè tutte le sue più suggestive possibilità spettacolari, scenette, attori, imitazioni, disegni, tutto un caleidoscopio di immagini avvincenti attraverso le quali l’alfabeto, insieme ad altre cognizioni di vario genere, avrebbe dovuto insinuarsi quasi inconsciamente nella mente degli allievi, così da divertire insegnando e lasciando l’illusione che più che andare a scuola ci si recasse a godere uno spettacolo televisivo[2]».

Nonostante le parole della responsabile, la produzione non assunse quasi mai i toni idilliaci che lascerebbe pensare; nonostante questo, il numero crescente di ascolti e di diplomi conseguiti confermò la bontà dell’idea, che moltissimi altri Paesi in seguito esportarono.

Da questo punto di vista l’intento delle due istituzioni, lo Stato, attraverso il Ministero dell’Istruzione, e la RAI, era evidentemente quello di sfruttare a pieno le potenzialità di un medium di cui molti lodavano le capacità di coinvolgimento e la facilità di fruizione, ma che allo stesso tempo rischiava di restare una buona possibilità pedagogica solo in potenza, sfruttando invece negli interessi produttivi solo l’intrattenimento e l’informazione, magari dedicata ad argomenti che coinvolgevano in misura maggiore il pubblico. Fu anche per questa preoccupazione che la RAI, fin dalla sua fondazione, ebbe come caratteristica peculiare quella di presentarsi come servizio pubblico, che la stessa Presidenza della Repubblica, all’epoca in mano al liberale Luigi Einaudi, formalizzò dal 1952 sottolineando l’importanza della collaborazione, anche economica, tra la Radio Audizioni Italiane e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale[3], ente fondato nel secondo dopoguerra con l’intento di sovrintendere alle politiche industriali in Italia.

Già volto noto della RAI, nata come annunciatrice ai tempi dell’EIAR e delle trasmissioni di prova, Maria Grazia Puglisi ebbe meriti ben oltre l’invenzione di Telescuola. La docente ormai votata al mondo televisivo, infatti, condusse il programma Riservato alle signore (Programma Nazionale, 1953), si occupò della realizzazione de La TV degli agricoltori (Programma Nazionale, 1955) e, per l’appunto, della direzione di tutta la produzione dei corsi scolastici via etere.

Visto il successo della prima iniziativa, la Puglisi ebbe in delega dalla RAI l’ampliamento dell’esperimento che diventò ancora più ambizioso, dedicandosi anche agli adulti analfabeti con Non è mai troppo tardi (Programma Nazionale, 1960-1968), condotta in modo impeccabile e universalmente lodevole da Alberto Manzi. Nel corso di questa trasmissione, infatti, il maestro televisivo per eccellenza ebbe la capacità di coniugare al suo estro comunicativo una grande efficacia didattica che permise già al primo anno di trasmissioni a 35.000 persone il conseguimento del diploma scolastico.

Questa seconda veste, di cui all’inizio non si erano nemmeno intraviste le potenzialità, ebbe talmente tanto successo che lo stesso Manzi fu incaricato, dal 1962, di seguire anche il secondo livello di insegnamento, per chi avesse già conseguito il primo diploma, e continuò ininterrottamente il proprio lavoro fino al 1968. In questi anni, Manzi, ancor più dei maestri di Telescuola, sperimentò diverse forme e supporti per l’insegnamento, invitando ospiti, lanciando filmati e supporti audio, coniugando il tutto con le sue doti artistiche che gli permettevano di tratteggiare su grandi fogli di carta tutto ciò di cui aveva bisogno per le sue lezioni. Lo stile del maestro si reggeva infatti sulla sua innata capacità di suscitare l’attenzione del pubblico, anche perché gli adulti analfabeti erano la fascia che, più di tutte, aveva bisogno di non sentire quella presenza della struttura scolastica cui faceva riferimento la Puglisi. Egli tracciava spesso, all’inizio delle sue lezioni, simboli o brevi disegni sulla lavagna cartacea alle sue spalle, creando gli spunti per la spiegazione del giorno.

Ma Manzi non era solo efficace nelle spiegazioni e un ottimo comunicatore, ma aveva anche la capacità di creare empatia con gli spettatori, come dimostrano le puntate del programma in cui invitava in studio alcuni alunni provenienti dai PAT, che insieme a lui e ai loro insegnanti di supporto dimostravano le capacità acquisite durante le lezioni; in queste occasioni, il maestro dimostrò un altro tratto personale importantissimo ai fini della riuscita del programma, ovvero un’innata umiltà, per la quale consegnava agli insegnanti dei PAT più che a se stesso i meriti per i risultati conseguiti dagli allievi.

In un’intervista rilasciata all’Università di Bologna e curata da Roberto Farné, Manzi dichiarò:

«Io non ho mai avuto voglia di andare in televisione».

Eppure, probabilmente era quello che, più degli autori RAI e di tutte le altre figure che lavoravano al progetto, aveva capito che cosa gli richiedesse quel ruolo che, a sua stessa ammissione, lui non aveva nemmeno cercato.

«Nessuno si era posto il problema […]; io che non la conoscevo però pensavo che la televisione erano ‘immagini in movimento’; se io mi fermo venti minuti addormento tutti, se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa che si muove. […] l’unica cosa era disegnare[4]».

Era così che Manzi giocava con il suo ‘pubblico’ di studenti: cominciava a tracciare segni sulla carta, «meglio se incomprensibili_», creando quel giusto grado di suspence per poi spiegare, man mano che il disegno prendeva forma, il motivo per cui aveva tracciato quei segni e soprattutto la lezione che aveva come supporto quel particolare disegno. Considerando che, per questo immenso lavoro di programmazione, che gestiva quasi completamente da solo, il maestro prendeva esclusivamente lo stipendio statale come qualsiasi altro maestro, è encomiabile che abbia portato decine di migliaia di persone ad uscire dalla condizione di analfabetismo in cui giacevano; dopo solo qualche mese di lezione, gli anziani potevano andare a ritirare autonomamente la pensione potendo firmare con il proprio nome al porto della umile ‘X’, così come i contadini o gli operai potevano iscriversi ai sindacati o leggere i giornali senza più vergognarsi di chiedere aiuto a persone di più alta estrazione sociale.

Questo virtuoso programma, dal quale l’intero Paese trasse beneficio, terminò le proprie trasmissioni nel 1968, quando ormai da sei anni la riforma della scuola media aveva innalzato l’obbligatorietà scolastica fino ai 14 anni e dunque un numero sempre minore di persone aveva effettivo bisogno delle lezioni televisive; la programmazione di Telescuola, a sua volta, era già terminata nel 1966 per gli stessi motivi.


[1] A. Grasso, Le Garzantine, vol. Televisione. Milano: Garzanti, 2002

[2] M.G. Puglisi, “I mezzi audiovisivi, la radio e la televisione per la diffusione dell’istruzione – l’esperienza di Telescuola”, Comunicazioni di massa, n.7, dicembre 1965

[3] D.P.R. n.180, 26 gennaio 1952

[4] A. Manzi, intervista di L. Zanolio. TV buona maestra – la lezione di Alberto Manzi. 1997

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