Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – BAMBINI E GENITORI: CHI È L’ADULTO?

Il bambino in televisione: cantare (non) è (più) un gioco – BAMBINI E GENITORI: CHI È L’ADULTO?

PARTE 11
LA TESI INTERATTIVA DI FRANCESCO ARMELLIN 

Come le analisi hanno già in parte portato alla luce, sono moltissime le differenze tra gli show dedicati al grande pubblico di prima serata sulle ammiraglie delle aziende televisive, generalista e commerciale, rispetto al programma che invece, pur andando in onda sulla stessa prima rete RAI, dedica la sua attenzione ad una diversa fascia di pubblico e nonostante coinvolga all’interno del programma stesso protagonisti paragonabili per età e passione per il canto; in un certo senso questa frase si realizza completamente nel passaggio che alcuni piccoli interpreti dello Zecchino d’Oro hanno intrapreso, introdotti nei cast anche delle altre due trasmissioni dopo la loro partecipazione al festival per musica per bambini.
Le differenze che però si riscontrano tra i diversi format, pur nascendo da esigenze diverse, difficilmente tengono in considerazione la realtà specifica di chi è protagonista delle trasmissioni stesse, soprattutto in relazione al fatto che si pensa più spesso al pubblico, destinatario finale e giudice – ormai quasi insindacabile per le moderne dinamiche che intercorrono tra audience e finanziamenti – di qualsiasi produzione televisiva, rispetto a quanto non si pensi alle persone che, non avvezze alle dinamiche mediatiche, vengono coinvolte in un certo senso loro malgrado in un ambiente che non sempre gli si confà, soprattutto se queste ultime sono minori.
Per questo, ci si avvarrà per questo capitolo, oltre che dell’analisi effettuata nelle pagine precedenti e di alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa da parte degli addetti ai lavori, del contributo di alcune riflessioni condivise con alcune persone all’interno dell’Antoniano di Bologna, il direttore di produzione ed una delle autrici del programma.
Dai materiali così diversamente raccolti, è possibile procedere ad uno studio che, per quanto limitato dalla bibliografia ridotta, può aiutare a tracciare un quadro della situazione televisiva attuale per quanto riguarda la presenza di bambini che cantano in televisione.
Ovviamente uno dei primi percorsi che è possibile affrontare riguarda quei segmenti in cui i concorrenti o partecipanti vengono coinvolti in maniera diretta, ossia quelli musicali.

I TESTI
Come abbiamo già notato, sono tipologie musicali ben diverse quelle che vengono proposte, anche e soprattutto nella direzione di raggiungere i già citati target di pubblico di riferimento. Eppure, i bambini hanno pressappoco le stesse età e, di conseguenza, esigenze simili. Per evitare generalizzazioni rischiose, possono essere prese in considerazione in questo momento solo le canzoni che, all’interno delle trasmissioni Ti lascio una canzone e Io canto, vengono assegnate a concorrenti che siano in linea con l’età dei partecipanti allo Zecchino d’Oro, per cui non oltre i 12 anni.
Oltretutto, non sempre la differenza la fanno gli stili, i generi musicali affrontati; molto più spesso sono i testi a fare la differenza.
Nell’ultima edizione del programma di Gerry Scotti, i bambini entro i 12 anni hanno cantato canzoni d’amore, come Città vuota, originariamente cantata da Mina, o Una storia importante, di Eros Ramazzotti, per le quali i testi presuppongono una maggiore esperienza sentimentale di quella di un bambino di quell’età; come sottolinea il direttore di produzione dell’Antoniano , l’interpretazione di questi testi è molto distante dal vissuto quotidiano dei bambini, le cui esperienze di vita non sono ancora legate, quasi in nessun caso, a storie d’amore bensì solo in alcuni casi alle prime infantili cotte; d’altra parte, vengono assegnate ai bambini anche canzoni più ‘neutre’, come Don’t let the sun go down on me di Elton John o Let’s get loud di Jennifer Lopez, per le quali le difficoltà variano spostandosi sul livello vocale e sull’interpretazione a tutto tondo, quindi al modo di stare sul palco e alle espressioni.
Tra le esibizioni del programma, se ne possono trovare alcune particolarmente caratterizzanti: nella prima edizione, è interessante vedere come la produzione ha insistito con una coppia di bambini, peraltro entrambi passati dallo Zecchino d’Oro in edizioni diverse, composta da Liudmila Loglisci e Davide Caci. Conosciutisi proprio nel corso del programma e messi sul palco l’uno di fianco all’altra, hanno trascorso l’intera edizione ed anche parte della seconda a cantare canzoni d’amore, passando da La coppia più bella del mondo, originariamente della coppia Celentano-Mori, a Quando dico che ti amo, scritto da Tony Renis, con il quale vincono il premio della giuria della settima puntata. In questo particolare caso, come testimonia proprio la puntata in cui hanno vinto il premio della giuria, i due bambini all’inizio non avevano nessun tipo di sentimento l’uno per l’altra, se non il piacere di cantare insieme, tanto che alle provocazioni di Scotti che li definisce «la nostra ‘love story’» entrambi rispondo con dei secchi «no». Che poi, nel corso delle successive edizioni, Davide arrivi a scrivere una lettera d’amore, dai toni comunque puerili, per Liudmila, altrettanto sfruttata dalla trasmissione nella quinta puntata della terza edizione e suggellata dalla canzone Un copro e un’anima di Wess e Dori Ghezzi, sembra più una conseguenza cercata e costruita che non il compimento di sentimenti di cui ancora non sono pienamente padroni, avendo in questo momento rispettivamente 11 e 10 anni.
Ancora più caratterizzante dello stile di Io canto però è quella di Claudio Tropea, 9 anni, che proprio in apertura della quarta puntata della quarta edizione si esibisce sulle note di Billie Jean. La performance, già lanciata in modo particolarmente enfatico sia da Scotti che dalla caposquadra del piccolo protagonista, Mara Maionchi, vede il cantante trasformarsi in modo quasi parodico in Michael Jackson, il cui stile di canto ma soprattutto di ballo, con le sue mosse di bacino e ventre oltre che di gambe, non si addice particolarmente ad un performer così giovane; nonostante questo, Claudio viene osannato da pubblico e conduttore, tanto che alla fine la giuria lo premia con la vittoria della sfida. Il successo che questo particolare tipo di esibizione poteva suscitare è enfatizzato ancora di più quando, alla fine del programma, il bambino è stato nuovamente protagonista, salendo sul palco della sfida finale con un’altra eccentrica esibizione di ballo e canto sulle note di I feel good di James Brown. Davanti a quasi tre milioni di spettatori , dunque, il bambino diventa senza giri di parole uno spettacolo nello spettacolo, ‘sfruttando’ il suo essere esuberante e la sua comprensibile ma palesemente fomentata voglia di esprimersi. Questo particolare tipo di performance, che può sembrare quasi un numero da musical, è certamente incoraggiato per essere diretto in primis agli spettatori adulti del programma, i quali senza ombra di dubbio apprezzano molto di più questi bambini-mattatori di quanto non facciano i loro coetanei .
Nel talent della Clerici, allo stesso modo, nel corso delle edizioni sono state cantate canzoni d’amore come La prima cosa bella di Nicola di Bari o La solitudine di Laura Pausini, per le quali valgono le considerazioni fatte per la distanza tra il vissuto ed il cantato dei piccoli concorrenti di Io canto; oltre a queste, anche qui si ritrova qualche esibizione più leggera come quella sulle note de Il rock di capitan Uncino di Edoardo Bennato.
Come si diceva, i testi sono parte integrante e fondamentale nell’analisi del rapporto tra la produzione e i bambini che vi prendono parte. Prendiamo la già citata Una storia importante, affrontata da uno dei piccoli concorrenti di Io Canto: già sentire una ragazzina quasi adolescente cantare “non volevo così ritrovarmi già grande” sembra essere una forzatura, ma poi nel testo Eros Ramazzotti cantava “quante storie, quante compagnie” e ancora “questa vita mi disturba”; sono passaggi che anche alla più superficiale delle analisi non potrebbero mai essere state scritte da un bambino e in misura ancora più lontana scritte per un bambino. Parallelamente, a Ti lascio una canzone viene eseguito un testo che potrebbe sembrare più in linea con un artista giovane come La solitudine: “a scuola il banco è vuoto e Marco è dentro me”, “tra i compiti di inglese e matematica” sono frasi che una ragazzina potrebbe ritrovarsi a dire nell’immaginario più comune e stereotipato, tuttavia la potenza di alcune frasi, tra cui “non è possibile dividere la storia di noi due” sembra descrivere un trasporto sentimentale che difficilmente si confà ad un età inferiore ai 14/15 anni. Nel corso dell’edizione 2015 dello Zecchino abbiamo poi la riprova che è possibile, con le dovute attenzioni, parlare d’amore ad un pubblico più giovane: la commissione selezionatrice per la rassegna ha infatti consegnato ad una coppia di bimbi di 10 e 7 anni la canzone Una commedia divina. Per quanto venga chiesto ai bambini di interpretare, a modo loro, i due personaggi di Dante e Beatrice, la canzone racconta una storia d’amore che già si presenta come non personale e difficilmente sentita da qualsiasi possa esserne l’interprete – data la distanza soprattutto temporale ma anche di usi e costumi che separa la nostra contemporaneità dalla Firenze del 1200 – ma viene comunque trattata con parole giocose e mitigata da alcune attualizzazioni che, oltre a far sorridere i grandi, aiutano i più piccoli a immaginare quali fossero le difficoltà di Dante con la propria amata. A parte la sottolineatura importante che riguarda il lieto fine della canzone, diametralmente opposto alla storica versione di una Beatrice che muore precocemente prima ancora che il poeta possa conoscerla di persona, frasi come “sono proprio cotto, bollito, innamorato” hanno il senso stereotipato della percezione dell’innamoramento dal punto di vista dei bambini che lo vedono negli adulti intorno a loro, mentre il coro canta “sognare il Paradiso, vederlo nel suo viso” aiutando il giovanissimo pubblico a immaginarsi la relazione tra l’amore di Dante e l’opera che egli ha scritto, magari chiedendone conto proprio ai grandi con cui guardano la trasmissione.

LOGICHE DI MERCATO O PEDAGOGICHE?

In ognuno dei casi citati per le trasmissioni del sabato sera, il senso ultimo delle esibizioni risiede nella possibilità di gradimento da parte del pubblico variegato ma composto per la stragrande maggioranza da adulti, vista la collocazione in palinsesto da parte di entrambe le reti. Pur essendo il sabato il giorno in cui i programmi di prima serata possono essere dedicati anche ai più giovani, nella filosofia del genitore che permette al proprio figlio di restare alzato un po’ più a lungo visto il giorno di riposo dalla scuola che gli permette di poter dormire la mattina della domenica. Questo tipo di ragionamento viene riconosciuto e difeso dagli stessi conduttori. In una puntata del famoso talk show appositamente creato per discutere di programmi televisivi, TV talk (Rai Tre, 2005), andata in onda nel 2010 quando Io canto stava per l’appunto muovendo i suoi primi passi, la Clerici non solo smonta le polemiche di copiatura che lei stessa aveva precedentemente lanciato al programma di Canale 5, ma propone al collega una tregua aiutandolo a difendere i rispettivi programmi dagli attacchi della psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi. Nel corso della trasmissione condotta da Massimo Bernardini, i due divi televisivi hanno dovuto quantomeno a parole lodare i programmi concorrenti per rispondere alle accuse dell’esperta, che lamentava non solo testi non adatti fatti cantare ai bambini, ma soprattutto gli atteggiamenti e lo stress a cui essi venivano sottoposti.
In questi casi va presa come un dato di fatto l’alleanza di due programmi di per sé rivali, che risolta o meno la diatriba che li vede l’uno opposto all’altro hanno l’esigenza più impellente di parlare in difesa di un format; il fatto che i marchi registrati da Cenci per le due trasmissioni siano formalmente diversi non può, in questo caso, far parlare infatti di due format distinti. Non solo nelle due puntate prese precedentemente ad esempio, ma a più riprese nelle varie edizioni dei programmi si è infatti parlato di talent-show per categorizzare questi due programmi, e lo stesso Gerry Scotti, all’alba della prima edizione, aveva dichiarato che non avrebbe

«[…] avuto problemi a tenere lo stesso titolo (Ti Lascio Una Canzone, ndr.). Purtroppo, non si è potuto» .

Si può dunque dire, senza rischiare di essere eccessivamente grossolani, che, sempre con le parole dei conduttori a TV Talk, bisognasse tacere perché i programmi piacevano agli italiani. Come se questa fosse, a tutti i livelli, una considerazione da poter elevare a strenua e impenetrabile difesa delle trasmissioni.
A suggellare in modo inequivocabile questo tipo di ragionamento basta proprio la velocità e la facilità con cui Scotti parla della creazione di Io canto senza nascondere il palese richiamo a Ti lascio una canzone. Per quanto sia evidente, va sottolineato come questa operazione sia dettata da logiche di mercato votate alla costruzione di un pubblico, e quindi di ascolti, facili; programmi di successo vengono copiati in qualsiasi contesto, spesso mandandoli in onda con collocazioni in palinsesto, durate e atmosfere simili; ovviamente, questo procedimento costruito con lo scopiazzare ed il riproporre sotto una patina di novità quasi inesistente è ancora più forte nelle fasce orarie in cui il pubblico davanti ai televisori è al suo massimo, il che storicamente in Italia come in altri paesi equivale al cosiddetto prime-time, la prima serata, e ancora di più in un giorno come il sabato, in cui i telespettatori aumentano vertiginosamente. Gli introiti pubblicitari dipendenti quasi esclusivamente proprio dai dati dell’Auditel hanno costretto la televisione a «mettere in un angolo la strategia pedagogica »_ per privilegiare lo stile concorrenziale che inevitabilmente sconfina nella creazione di cloni, diversi solo in pochi dettagli.
Questo tipo di visione utilitaristica e drasticamente pragmatica sembra tra le altre cose essere l’opposto, almeno sul piano teorico, di quello che invece ha negli anni costruito la produzione dello Zecchino d’Oro. E non solamente sul piano delle canzoni, che nella puntata ed edizione presa in considerazione non possono che essere, come da tradizione dell’Antoniano, scritte appositamente per l’infanzia e che siano ispirate a valori etici, civili e sociali ; nel corso della trasmissione, infatti, non ci sono illuminazioni che mettano in evidenza il coro o i solisti – come invece capita nelle altre trasmissioni esaminate – ma soprattutto lo sguardo dei bimbi è perennemente rivolto alla direttrice del coro, Sabrina Simoni, tanto che questa come la classica postura con le braccia dietro la schiena è diventata nel tempo l’icona della trasmissione nonché la base di qualsiasi imitazione o parodia. Per i bambini, come specifica la stessa Simoni, rimane sempre un gioco diametralmente opposto alle dinamiche dei talent:

«[…] I nostri piccoli si esercitano 20 minuti al giorno per una settimana, poi sono in tv per cinque giorni con una canzone sola; gli altri show durano molto e ogni bimbo esegue vari brani: la voce si può anche stressare[…] »_.

Tornando alle canzoni affrontate dai piccoli solisti nei programmi, poi, è l’ex direttore dell’Antoniano, padre Alessandro Caspoli, a lanciare la provocazione:

«[…] Cosa può capire un ragazzino di storie di amanti, tradimenti o altro… Probabilmente non fa caso al testo, e allora la sua è una semplice (sebbene ottima) esecuzione […] »_.

Questo è probabilmente il tema centrale che ha caratterizzato, negli anni, tutti i discorsi e le polemiche intorno alle altre trasmissioni. Infatti lo Zecchino D’Oro, così come almeno sul piano teorico Ti lascio una canzone, hanno come obiettivo la vittoria di una canzone, non dell’interpretazione del bambino, tanto quanto invece Io canto punta proprio sul talento dell’interprete per cui la canzone risulta lo strumento per poter portare alla luce le sue doti vocali; come già riportato, però, anche nello show della Clerici la vocalità dei concorrenti è valutata come componente, in modo esplicito dalla giuria e con tutta probabilità in modo implicito anche dal pubblico da casa che tramite il televoto collabora nel decretare la canzone vincitrice. Quello che è sbagliato, come afferma una delle autrici dello Zecchino , è ciò che questa grande enfatizzazione delle capacità vocali dei bambini costruisce nei piccoli stessi oltre che nelle loro famiglie. La garanzia che l’estensione vocale, l’intonazione ma per molti versi anche la passione per il canto rimangano inalterati dalla pre-pubertà all’adolescenza finanche all’età adulta non è assicurabile da nessuno, che questo sia un esperto critico musicale, un produttore o un personaggio pubblico qualsiasi. All’interno degli adulti che i talent hanno negli anni portato a giudicare le performance dei bambini, atteggiamento già di per sé poco condivisibile per quanto essi siano, nella maggior parte dei casi, molto carini e incoraggianti con i concorrenti, molti non hanno esitato nel suggerire più o meno velatamente, se non addirittura nell’assicurare senza ombra di dubbio, carriere di successo nel futuro di ragazzini anche molto piccoli, basandosi sulla grinta, sulla vitalità da loro portata sui palcoscenici oltre che dalle loro capacità canore. Probabilmente nate in buona fede, queste affermazioni rischiano spesso di creare illusioni che si discostano dalla vera capacità ricettiva del mondo dello spettacolo, che non può assorbire un così alto numero di potenziali talenti e portarli tutti nella sfera del successo.

I PICCOLI PROTAGONISTI E CHI LI CIRCONDA

Oltre ai testi e agli argomenti delle canzoni, che rimangono centrali nell’approccio che le trasmissioni decidono di adottare nei confronti dei piccoli protagonisti delle loro trasmissioni, è l’attitudine degli stessi concorrenti o partecipanti che, in più di un’occasione, ha creato polemiche e critiche tanto da suscitare l’intervento anche di associazioni come l’AIART, l’Associazione Nazionale dei Telespettatori, ed altri enti simili di monitoraggio televisivo. Il linguaggio di cui già si parlava con cui la direttrice del coro e insegnante dei solisti del Zecchino d’Oro, Sabrina Simoni, si rivolge ai bambini potrà forse sembrare infantile ad un pubblico adulto, ma già nell’uso di un aggettivo come ‘infantile’ risiede una caratteristica peculiare e inderogabile del rapporto che gli adulti che lavorano con i minori avrebbero bisogno di tenere in mente; il neologismo coniato a più riprese tra i detrattori degli show della Clerici e di Scotti, ‘adultizzazione’, fa capire quali siano le preoccupazioni e quali siano i risvolti non graditi di queste trasmissioni, senza voler scomodare nessuna teoria psicologica e senza dover addentrarsi in modo specifico in materie che non competono a questo lavoro, quali sono gli studi sulla formazione e l’educazione dei bambini. Sono infatti visibili ad occhio nudo alcune situazioni che sono comprensibilmente criticate soprattutto dalle associazioni dei genitori, che come detto, e in un certo senso per fortuna, guardano i programmi insieme ai propri figli.
Per meglio inquadrare questa problematica si può partire dalla dichiarazione che un esperto del calibro di Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori nonché consulente della Commissione Parlamentare per l’Infanzia ha rilasciato nel 2010, che come si è visto risulta essere un anno determinante in quanto vide la nascita di Io canto in posizione a Ti lascio una canzone:

«[…] Il punto “e”, dell’articolo 1.2 del Codice di autoregolamentazione Tv e Minori, riguardante la partecipazione dei minori alle trasmissioni televisive, contempla testualmente di “non utilizzare i minori in grottesche imitazioni degli adulti […]» .

Questa osservazione racchiude probabilmente il senso delle due trasmissioni: il cantare le canzoni già scritte e interpretate dagli adulti non è che il primo passo verso queste ‘grottesche imitazioni’ a cui Marziale fa riferimento. È evidente come già le scenografie spettacolari e le luci altrettanto appariscenti vogliano conferire, all’interno di questi programmi, delle cornici assolutamente adulte alle interpretazioni di questi ragazzini, che mentre cantano vengono inquadrati, sia letteralmente dalle telecamere che iconicamente dalla fotografia creata dallo studio, in una situazione distante dalla loro età. Allo stesso tempo, ciò a cui si fa riferimento nella dura presa di posizione di Marziale è l’atteggiamento che i bambini assumono mentre cantano. I direttori d’orchestra, presenti in studio e sicuramente importanti nella preparazione delle esibizioni, non vengono degnati di uno sguardo dai protagonisti delle trasmissioni, che come cantanti affermati e probabilmente istruiti da un ampio numero di prove sanno già cosa fare e quando e come cantare, senza dover ricevere indicazioni. Ma ciò che più stupisce è, riprendendo le parole dell’AIART, il

«[…] look delle bambine, del loro patetico, assurdo voler imitare con sguardi languidi e movenze femminili le grandi cantanti» .

La frase, detta in riferimento appunto alle bambine di Ti lascio una canzone, può essere senza rischi attribuita ad entrambi i generi ed entrambi i programmi. In effetti, in ognuna delle esibizioni dei concorrenti dei due programmi si riscontrano gesti, movenze e espressioni facciali che interpretano fino in fondo i testi di cui parlano, dando ancora più risalto a frasi che, come si è visto, non sembrerebbero essere adeguate alla loro età nemmeno se cantate in modo neutrale; invece, una volta partita la musica, ecco che i bambini si trasformano quasi completamente, eliminando quei sorrisi un po’ timidi e un po’ spaesati che li accompagnano prima di iniziare a cantare e rimpiazzando ogni possibile traccia di naturalezza con uno stile che nella maggior parte dei casi spiazza e stona in modo visibile con la persona, in questo caso il minore, che lo assume. La regia di Roberto Cenci per Io canto e di Stefano Vicario per Ti lascio una canzone non aiutano poi a mascherare questo tipo di performance, anzi, lungi da questo scopo sembrano volerne enfatizzare la resa, tornando al neologismo coniato per l’occasione, ‘adultizzata’.
Se dunque le produzioni non fanno nulla per evitare queste derive da imitazione e talent, non si può escludere a priori che non fosse poi questo l’intento iniziale. Infondo, pur senza riscontri televisivi, i bambini sono sicuramente seguiti da qualche adulto, nei momenti di prove come negli spostamenti. Allo stesso tempo, però, l’eterogeneità dei ragazzi costringe sicuramente all’adattamento verso i più grandi, così che i più piccoli tra i partecipanti sono anche solo inconsciamente invogliati ad atteggiarsi come i loro compagni d’avventura – o, nel caso dello show di Scotti, costretti ad adeguarsi ai loro avversari – per evitare di venire catalogati come infantili; si ritorna così all’aggettivo che al giorno d’oggi viene spesso assunto come negativo, o comunque poco lusinghiero, anche quando si parla di bambini, tanto che il processo di ‘adultizzazione’ non viene arginato in alcun modo e, seppur senza conferme sulla volontarietà, il livello di competizione percepito sia nel serale di Rai 1 sia in quello di Canale 5 è non solo alto, ma fondamentale nel costruire il pathos che più di ogni altro aspetto affeziona il pubblico da casa. In fin dei conti, la scelta di inserire in entrambe le produzioni il televoto non è che una vera e propria legittimazione del potere che il pubblico ha sul comparto produttivo soprattutto quando si affrontano investimenti di queste proporzioni per la prima serata del sabato sera, momento in cui probabilmente gli ascolti sono mediamente i più alti della settimana.

ADULTIZZAZIONE

Il termine che è stato più volte usato fino a questo momento senza tuttavia che gli fosse dato lo spazio che avrebbe meritato è proprio questo. ‘Adultizzazione’, termine specifico usato in psicologia – materia in cui questa tesi vuole addentrarsi il tanto necessario per poter comprendere il fenomeno descritto – è definito come ‘l’assunzione di comportamenti tipici dell’adulto’. In questa definizione, come è evidente, non vi è alcuna implicazione di giudizio, negativo o positivo: semplicemente, ‘l’assunzione dei comportamenti’, per cui la capacità di una persona umana, con il crescere ed uscire dall’età dell’adolescenza e dello sviluppo, è definita esattamente come l’atteggiamento di quei minori che, in un determinato contesto a loro non congeniale, come quello dello spettacolo, tendono ad imitare o più volgarmente scimmiottare gli atteggiamenti di persone che invece in quello stesso ambiente sembrano loro trovarsi a proprio agio, innanzitutto gli adulti. Nella costruzione delle relazioni di un minore, ovviamente, una parte fondamentale ce l’hanno o ce la dovrebbero avere i genitori, che invece, come sottolineato a più riprese da molti addetti ai lavori, sono coloro che spingono i propri figli, in cui individuano o intravedono un talento, all’esposizione. Magari questa è dapprima interna alla famiglia, o alle normali cerchie relazionali del bambino tra amici e conoscenti, ma sono gli stessi autori dell’Antoniano che notano come molti dei bambini che partecipano alle selezioni dello Zecchino, e a maggior ragione quelli che arrivano ai talent passando o meno per l’esperienza negli studi di Bologna, hanno già accumulato un discreto bagaglio di esperienze a livello di esibizione in pubblico, chi alle feste di paese, chi ai concerti nelle sagre, chi in alcuni cori sparsi in giro per l’Italia.
Da un certo punto di vista, è anche comprensibile che cantanti così giovani, prima di arrivare davanti alle telecamere di un programma trasmesso dalle tv generalità più importanti del Paese, debbano fare una piccola ‘gavetta’, tanto che anche lo Zecchino d’Oro, tramite le sue selezioni, passa da un’esibizione al chiuso, alla quale è presente solo un responsabile della struttura dell’Antoniano, ad un piccolo spettacolo nelle piazze_, attraverso il quale capire se il bambino possa avere o meno qualche limite o remora ad esibirsi davanti ad altre persone. Da questo accertamento all’esperienza che alcuni dei ragazzi di Io canto o di Ti lascio una canzone hanno accumulato negli anni, soprattutto i più grandicelli, passa parecchio: basta fare un giro su qualsiasi portale di condivisione video, anche solo YouTube, e digitare alcuni nomi per trovare moltissimi filmati amatoriali girati a piccoli concorsi provinciali e regionali piuttosto che sui palchi di villaggi turistici o feste paesane, avvenuti sia prima che dopo la partecipazione dei ragazzi ai programmi citati.
Se queste puntualizzazioni sembrassero esulare dall’adultizzazione, così come si sta provando ad inquadrarla, in realtà molti esperti fanno partire questo fenomeno proprio dai genitori. Irene Bernardini ha notato come

«I nostri bambini devono fare bella figura. Devono farci fare bella figura, mostrandosi felici, di quella felicità che si deve vedere, che deve essere messa in parola, che deve essere esposta, deve tradursi in buone prestazioni che, oltretutto, assomiglino a quelle previste per i grandi: performance brillante, buona conversazione, discreto tasso di seduttività, e chi più ne ha più ne metta» .

Se il discorso relativo alla seduttività è stato affrontato nel paragrafo precedente, non è nemmeno il problema più grande, a quanto sembra. Quello che rischia di pesare sui bambini, sul loro modo di porsi, sulla loro voglia di mettersi in gioco che dovrebbero essere belli proprio perché infantili sono soprattutto le aspettative di alcuni genitori che, se non vengono accompagnati nell’ingresso del mondo dello spettacolo, rischiano più dei loro figli di farsi trascinare dall’emozione e dall’entusiasmo che si può provare nel momento in cui ci si trova all’interno di uno studio televisivo, con le spie delle telecamere rosse che brillano nel buio mentre un faro è puntato al centro del palco sul bambino che canta – o balla o si esibisce in qualsiasi altra forma.
I bambini, dal loro punto di vista che balla tra una giusta ingenuità fanciullesca e la sorprendente – per i grandi – capacità di ridere e giocare in qualsiasi situazione potrebbe rendere tutto molto più facile. Se tanti bambini usciti dallo Zecchino d’Oro testimoniano senza nascondersi che tutti cantavano le canzoni di tutti, che si tengono in contatto per anni, che tornano all’Antoniano solo per rivedersi una volta l’anno, che rimangono legati alle canzoni anche quando crescono, pur non manifestandole apertamente giusto per quel periodo dell’adolescenza in cui i gusti sono altri…
Allo stesso tempo, i bambini assorbono informazioni, si guardano intorno, curiosi, e trovano soprattutto figure adulte a cui ispirarsi. È normale, ed i genitori sono i primi, anche in questo caso, riferimenti. Da quanti bambini si può sentire una frase del tipo «da grande vorrei essere/vorrei fare come mamma/papà»? Come spiega la psicologa Maura Manca, i piccoli imitano gli adulti ed è normale e giusto che sia così . Questo però non vuol dire che questo processo di apprendimento tramite l’imitazione vada forzato, il rischio è quello di rendere lo sviluppo dei bambini troppo veloce, troppo precoce per molti aspetti. Quando i programmi serali invitano i grandi cantanti a duettare con i bambini, il rischio sembra essere esattamente questo. Come è possibile chiedere ad un bambino, a cui piace cantare e che già canta in televisione, di non atteggiarsi, muoversi o esprimersi come fanno cantanti affermati ed esperti di palcoscenici internazionali se li si mette a cantare l’uno fianco dell’altro, magari una canzone famosissima con cui anche il pubblico viene trascinato? È evidente che il contesto non aiuti i piccoli partecipanti, in nessun modo, nel non sentirsi adulti.
Andando a ricercare ancora più a fondo quali possano essere le problematiche che conducono intere famiglie, bambini e adulti, a vivere in modo sempre più ossessivo la ricerca di uno scorcio di fama attraverso i media, però, è inevitabile prendere in considerazione quelle ricerche che, allargando la visione su tutte le fasce d’età, hanno notato come vi sia una convergenza di processi, non solo quindi i bimbi che vengono o si sentono ‘adultizzati’ ma anche i grandi che si sentono o vengono ‘infantilizzati’; questa prospettiva, già prospettata diversi anni fa dalla relazione biennale della Presidenza del Consiglio , è molto più radicata di quello che si vuole credere, per quanto il mondo di oggi sembri essere basato in gran parte sulle figure adulte esse hanno assunto negli ultimi decenni atteggiamenti e comportamenti con cui vogliono rimanere ancorati alla loro giovinezza.
I modi di vestire sempre più attenti anche per le generazioni adulte sono specchio di una vanità che invece era un tempo tipica soprattutto della fascia degli adolescenti, i videogiochi, che avevano cominciato la loro diffusione tra i giovani ed erano visti con occhio critico da genitori ed adulti, ora sono sempre più diffusi proprio tra questi ultimi; a questi esempi poi non può che aggiungersi anche il sempre più diffuso ricorso a trattamenti di chirurgia estetica o quantomeno a prodotti cosmetici, che mantengono l’aspetto giovane degli adulti sempre più a lungo, spostando verso l’infantilità le persone che dovrebbero invece essere adulte e dimostrarsi tali .
Alcuni di questi aspetti del problema potrebbero altresì essere spiegati, nel momento in cui si pensa che gli adulti, infondo, non sono che i bambini di ieri, per cui il fatto di rimanere legati ad alcune importanti conquiste che gli anni della loro gioventù hanno portato, come il facile accesso a capi d’abbigliamento alla moda piuttosto che ai videogiochi, sembrerebbe quasi scontato; in un certo senso, si può dire che queste cose sono il retaggio degli anni in cui gli adulti di oggi sono cresciuti, per cui non si può parlarne come di un vero e proprio problema quanto come di un dato di fatto che deve essere considerato, in quanto tale, carattere fondamentale del mondo in cui viviamo. D’altra parte, anche chi lavora nel settore dell’intrattenimento per l’infanzia sa che, soprattutto nei primi anni di vita, sono i genitori a proporre i contenuti ai bambini e, di conseguenza, faranno scelte che sembrano loro giuste anche in base a ciò che ricordano della propria infanzia. Lo Zecchino d’Oro, cosciente di questo tipo di ciclicità degli spettatori, si ritiene un contenitore indirizzato alle famiglie proprio perché composte da quei genitori che hanno seguito la trasmissione da bambini e, dopo la fase di rifiuto dell’adolescenza, possono agilmente tornare sui propri passi quando si tratta di suggerire ai propri figli cosa guardare in televisione .
Purtroppo, però, sono tanti i genitori che al giorno d’oggi lavorano tutto il giorno e i numerosi impegni lasciano ancora più spesso i bambini da soli davanti ai televisori, in balia di ciò che può passare. Basti pensare che, pur non essendoci riscontri ufficiali, anche un programma nato per le famiglie come appunto lo Zecchino d’Oro non sa quante siano le ‘famiglie’ in senso stretto che possano guardare la televisione tutti insieme nel pomeriggio, affidandosi molto più spesso alla più prevedibile fascia degli spettatori-nonni per affiancare i bambini. Ma è ancora più importante considerare come, a fronte di quattro o cinque pomeriggi all’anno in cui un canale generalista come Rai 1 trasmette lo Zecchino, sono trecentosessanta quelli in cui il bambino viene lasciato solo davanti alla televisione, della quale non può controllare cosa il bambino guardi o no. È facile, in questo modo, ipotizzare come la ricerca di miti da seguire, di figure da imitare, per i bambini si sposti dai genitori, per quanto essi rimangano il più delle volte all’interno dell’insieme delle figure di riferimento per loro, ad altre persone, che possono assumere le più svariate connotazioni a seconda di quali programmi appassionino il bambino.
Il pericolo per gli adulti potrebbe essere dettato proprio dal loro ricordo della televisione, nella quale la fascia pomeridiana era tutta dedicata ai ragazzi, seppur con contenuti meno specifici per gli archi di età infantili, per cui non si rendono conto, che non vogliano o non possano, dell’enormità dell’offerta televisiva . In alcuni casi, essa può rivelarsi molto più appropriata a segmenti di crescita molto più stretti e specifici, grazie all’oculata programmazione che i canali dedicati all’intrattenimento dei bambini e dei ragazzi organizzano sulle proprie frequenze . Allo stesso tempo, purtroppo, i canali dedicati a questa precipua fascia d’età non sono che una piccolissima onda nel mare magnum della disponibilità di canali che il digitale terrestre ha portato, moltiplicando a dismisura anche la varietà di contenuti che possono essere usufruiti dal pubblico incontrollato della televisione.
La stessa problematica di base risiede nei tempi che il bambino di oggi dedica alla televisione: se i genitori di una volta avevano di fatto a disposizione anche il limite orario durante il quale venivano trasmessi contenuti per bambini come ulteriore conferma dei paletti ai quali i figli dovevano attenersi – «dopo Carosello, tutti a nanna!» – ora invece hanno a loro disposizione programmi a loro adatti a qualsiasi ora del giorno, per cui è difficile per un genitore regolamentare l’uso della TV in base alla scansione della giornata.
Così i bambini, che se guidati e consigliati da figure adulte possono memorizzare i canali in cui i contenuti sono adatti a loro ed appassionarsi, hanno in realtà la possibilità di scegliere in maniera autonoma, finendo per trovarsi di fronte, per lo più, a contenuti che non sono adatti a loro. Peggio ancora va quando i bambini accendono la TV per noia, per ‘vedere cosa c’è’ , momento in cui il rischio di farsi risucchiare da trasmissioni create per un pubblico diverso si alza dismisura e, con esso, si alza anche il rischio di creare figure di riferimento in grado solo di guidare i bambini verso la loro ‘adultizzazione’ precoce.
La televisione, in quanto media condiviso da adulti e bambini alla visione degli stessi contenuti con molta più facilità di altri mezzi, non è che come da definizione il ‘medium’ attraverso il quale i bambini vengono sempre più spessi privati della loro infanzia, mentre si va sempre più verso un livellamento verso l’alto dell’età che i bambini dovrebbero avere secondo i genitori. I bambini sono inseriti sempre più spesso nelle pubblicità oltre che nei programmi , tanto da diventare soggetti economici, consumatori e produttori allo stesso tempo perdendosi in territori difficilmente comprensibili nei quali vengono guidati dalle figure adulte, in primis, ancora una volta, dai genitori.

L’ACCOMPAGNAMENTO DEI BAMBINI

L’accompagnamento dei bambini è una delle prassi fondamentali che senza dubbio ognuno dei programmi citati si deve porre nella fase organizzativa. Per mesi, i ragazzini di Io canto così come quelli di Ti lascio una canzone ricevono ogni settimana il proprio spartito, lo studiano, negli ultimi giorni della settimana viaggiano dalla propria regione fino a Roma e provano e cantano. In queste dinamiche di sballottamento continuo tra la casa, gli studi televisivi e l’albergo, si può solo immaginare la quantità di stress che viene accumulata dai bambini, e non solo in termini vocali come faceva notare Sabrina Simoni . I bambini vanno a scuola, studiano la propria parte per la televisione e poi, vicini o lontani che risiedano rispetto ai centri di produzione, sono costretti a saltare ripetutamente – per periodi che vanno fino a tre mesi – alcuni giorni di scuola. Di contro, riportandolo anche solo come dato di fatto, lo Zecchino d’Oro invece posiziona le prime prove con i bambini, così come le registrazioni del CD, prima dell’inizio delle scuole a settembre , e lo svolgimento stesso della manifestazione – fino all’edizione 2015 – nell’arco di una settimana consentiva ai bambini di restare lontani da casa e dal proprio ambiente naturale solo pochi giorni, dopo peraltro un periodo di più di due mesi dalla consegna dell’unica canzone da imparare. Sebbene in questo momenti anche la programmazione del concorso felsineo sia cambiata, vi è comunque un lavoro di attenzione verso le tempistiche dei bambini che hanno bisogno della tranquillità che solo la loro casa, la loro famiglia, la loro quotidianità può portare loro. Il direttore di produzione stesso dell’Antoniano conferma come, per qualsiasi produzione televisiva e quindi anche per lo Zecchino, sarebbe più semplice tenere in bambini a portata di mano, a Bologna, dove sarebbero a disposizione dell’insegnante di canto ma anche di coreografi e ispettori di studio per poter organizzare meglio una trasmissione che si regge invece su pochissime prove; la scelta far arrivare i bambini per i pochi giorni di trasmissione, pur ovvia per trasmissioni più lunghe, poteva non essere altrettanto scontata per lo Zecchino d’Oro del 2016, per il quale i bambini avrebbero perso circa quattro settimane di scuola. Da non sottovalutare quando si cerca di comprendere le scelte è d’altronde il budget che le trasmissioni hanno a loro disposizione, per cui anche poche puntate, se devono comprendere bambini che vanno e vengono dalle più disparate zone d’Italia, finiscono per costare molto più di quanto sembri.
Ovviamente questi bimbi sono poi invitati all’Antoniano con tutte le loro famiglie, come si è già potuto vedere sono quelle figure adulte che, in un certo senso, possono essere – ma non necessariamente sono – coloro che tengono i piccoli cantanti agganciati alla loro vita di tutti i giorni, se a loro volta incoraggiati in questo atteggiamento.
Un altro importante fattore da non trascurare è la presenza, nella trasmissione bolognese, di alcune ragazze che siedono nella postazione con i bambini solisti, che seppur lontano dai genitori nel corso della puntata, sono fisicamente sempre accompagnati e tenuti a bada da vicino, cosa che non appare e verosimilmente non accade in modo così puntuale per le altre trasmissioni, in cui comunque, come si è detto, vi sono ragazzi grandi che forse hanno meno bisogno di attenzioni ma anche bambini che probabilmente avrebbero bisogno di qualcuno vicino, anche solo per monitorarne gli stati d’animo o magari consolarne le delusioni, specifica che vale ancora di più in programmi dove i piccoli cantanti sono in gara tra loro e dunque molto più vicini alle dinamiche di concorrenza e di competizione.
Come già specificato, anche le famiglie dei bambini dovrebbero fare la loro parte, e come le famiglie sono l’ideale pubblico di riferimento di tutti i programmi in analisi, anche se gli orari ne variano la composizione sui divani di casa, così sono le famiglie dei piccoli partecipanti alle trasmissioni che risentono delle partecipazioni dei propri figli, non in modo univoco ma sicuramente altrettanto condizionate dai contesti in cui i piccoli si esibiscono.
Questo particolare punto di riflessione, benché altrettanto difficilmente analizzabile viste le pressoché nulle fonti dirette dei genitori dei concorrenti di Io canto o Ti lascio una canzone, può comunque suscitare alcune annotazioni che riguardano proprio i principali tutori dei bambini; senza costoro, infatti, i provini sarebbero deserti, in quanto i minori in questione hanno oltre all’obbligo di far approvare la diffusione di immagini e filmati che li riguardino alla propria figura adulta di riferimento ed inoltre non potrebbero essere garantiti, senza supervisori legali, gli spostamenti che come abbiamo visto sono frequenti e a volte anche piuttosto lunghi. Questo ragionamento sembra portare logicamente alla propensione dei genitori stessi per l’uno o l’altro format, sempre considerando i due show serali come appartenenti alla stessa tipologia di programma e dunque usando in maniera lievemente impropria il termine, e per quanto si possano escludere costrizioni di qualsiasi tipo nei confronti dei partecipanti, sicuramente questi ultimi sono spinti o comunque condizionati dagli adulti che li circondano a sviluppare a loro volta un indole più adulta già da giovanissimi piuttosto che rimanere ancorati alla propria infantilità.
È anche e soprattutto su questo tipo di situazioni che, d’altronde, hanno fatto leva le polemiche che si sono susseguite, visto che i bambini rischiano in questo modo di essere la fonte dello spettacolo in un contesto che ne sfrutta il talento, che pure può esserci, senza permettere loro di crescerlo in maniera adeguata e seguiti in base alla loro età, ma semplicemente convinti a metterlo in luce davanti a milioni di telespettatori che il bambino stesso il più delle volte non riesce nemmeno ad assimilare come concetto, accontentandosi di rivedersi in un secondo momento o, al limite, il potersi esprimere davanti ad un pubblico fisico comunque numeroso.


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